“La maledizione del Joker” – di Benedetta Servilii

A me i cattivi sono sempre piaciuti, partiamo da questo assunto fondamentale. Il male ha un fascino particolare, forse perché ciò che chiamiamo bene non esisterebbe senza una polarità maligna. Mentre non vale il contrario: il male sarebbe male anche se non ci fosse un qualcosa di buono a contrastarlo. Semplicemente, riuscirebbe ad assumere più forme. Doverosa premessa per una legittima domanda: perché, ancora una volta, spetta a me il ruolo del cattivo? Eppure non ho l’aria di un folle squilibrato, mi chiamo Jack Nicholson per caso? Mi pare proprio di no. Devo trovare un modo per salire su quel palco tra un mese con l’aspetto di chi, cattivo, c’è proprio nato. Ma come? A Nicholson veniva bene qualsiasi forma di psicopatia, gli è sempre bastato solo lo sguardo per essere credibile. Lo è stato sia in un crollo psicotico con un’accetta in mano, sia in un bel completo viola e truccato da clown… aspetta, aspetta, JOKER! Ecco la chiave. Calma, respira, ragiona! Mi hanno chiesto un monologo breve, disturbante e fastidioso, in cui portare in scena un personaggio cinico e malvagio, con un pensiero sadico e folle. Ci siamo. Joker esisterebbe comunque senza Batman? Se il mio concetto di male ha un senso, direi proprio di sì, anzi. Quindi ok, un monologo è possibile e, da un certo punto di vista, anche doveroso. Punto secondo: essere fastidioso e disturbante. Per questo, è necessario generare il caos, distruggendo i luoghi comuni e l’ideale collettivo che associa, in un banale continuum, follia, psicopatia e cattiveria. Chiunque non rientri nelle regole non scritte del pensiero che loro definiscono “normale”, diventa immediatamente psicopatico e schizofrenico. Dimostrerò loro che non è così”.
Mic affittò un appartamento completamente vuoto per le settimane che lo dividevano dalla prima in teatro, vi portò soltanto un materasso e dell’acqua. Era fermamente convinto che ci volessero controllo e una disciplina rigorosa per offrire al pubblico quello che non voleva. No, non è un errore di battitura. Mic era intenzionato a portare sul palco esattamente quello che la gente comune non voleva e sicuramente non si aspettava di vedere e ascoltare. Sarebbe uscito di lì poche ore prima dello spettacolo, giusto il tempo di indossare un telo nero per nascondere il corpo e renderlo un unico con il buio dello sfondo, occhio sinistro ben delineato e luminoso, occhio destro spento e lacrimante, bocca accentuata e inarcata in un sorriso innaturale. Gli spettatori avrebbero dovuto concentrarsi sul fastidio generato da quel volto ambivalente che pronunciava quelle parole:
Mi fate una gran pena. Là fuori vi vantate di essere le persone migliori e più buone del mondo, poi venite qui e pagate un biglietto per poter vedere e ascoltare i percorsi deviati della mente… ma che voyerismo del cazzo! Siete ridicoli. Va bene il crimine, intrigante la follia, ma per l’amor del cielo! Fino a un certo punto, poi è troppo, poi è troppa la violenza. Ma in che razza di mondo vivete, massa di ipocriti? Non siete pronti ad avere i dettagli dei miei crimini, non lo sarete mai fin quando non sarete in grado anche di commetterli. Voglio, invece, raccontarvi come ho trascorso le ultime settimane. Ho vissuto in totale deprivazione in un appartamento vuoto: acqua per sopravvivere e un materasso per riposare le ossa stanche. Stanche di che? Credete che sia semplice poter contare solo sulle proprie energie mentali? Sei solo con i tuoi pensieri e devi imparare a governarli, il tempo scorre lento così come il metabolismo. Impari a respirare lentamente e a rallentare il battito cardiaco. Ti muovi piano e persino fare la pipì diventa un’accelerazione troppo audace. Impari a fare lentamente anche questo. Poi iniziano i crampi, per la fame e l’immobilità. Dolori a me sconosciuti. Quando il dolore diviene insopportabile, sparisce. Allora ti concentri sulle immagini della mente, affiorano i ricordi ma divengono sempre meno nitidi, si allontanano in un alone di nebbia. Nessun dolore, nessuna gioia. Dormi, ma c’è un momento in cui il reale si confonde con l’onirico e non sai più se stai vivendo o sognando. Diviene tutto estremamente leggero. I colori si accentuano, i suoni si amplificano, sono riuscito ad ascoltare persino il rumore del sangue che scorre nelle mie vene. Non ho bisogno di nulla, perché nulla sento. Che ci crediate o no, io non sono stato mai così libero. Cosa volete che mi importi di voi e di quello che pensate? Credo che voi siate inutili, non ha senso che voi esistiate. Non per me, anzi! Per me voi non esistete. Ascoltatemi bene: ora batterò le mani e le porte di questa sala si chiuderanno. Non abbiate paura. Il lato positivo di questo stato è il pensiero di potervi uccidere senza il benché minimo rimorso. Potrei scegliere di farlo con una modalità diversa per ognuno di voi o, più semplicemente, bruciarvi tutti insieme, dando fuoco all’intero teatro. Ma non lo farò e non di certo perché non lo meritereste, sia ben chiaro. No, no! Non lo faccio semplicemente perché non ho voglia. Preferisco che mi rispondiate a una domanda: io ho trovato la mia libertà e potrei concedermi anche quella di uccidervi, sono io che scelgo di non farlo. Ma voi… voi che chiamate me “squilibrato psicopatico”qual è la vostra libertà?”
Silenzio. Allora, non avete nulla da dire? Perché siete così seri?
Mic scoppiò a ridere e le luci si spensero. Le porte, però, non si aprirono.

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