La lapide quadrilingue – di Rosalia Gentile

Il falco volteggiava planando e impennandosi all’improvviso, sotto di lui i cerri coprivano come un tappeto a trama fitta la terra argillosa delle Caronie.
Calacta, azzurra come un cielo capovolto, adornava l’altura a forma di seno di donna. Nel cortile era tutto un brulicare di servi che strigliavano cavalli, portavano ceste di provviste nelle cucine buie, spandevano paglia pulita nelle stalle per il corteo dei cavalli reali. Nella ombrosa, piccola cappella affacciata sul mare, la principessa, arrivata per prima, sostava in silenzio nell’oscurità che subentrava al tramonto, nella penombra appena attutita dalle torce accese a illuminare la strada su fino al castello e gli spalti.
Sembrava ardere come un gioiello nella notte il “nido del falco”.
In un angolo del cortile il lapicida venuto da Mistretta sedeva paziente su un gradino, ai piedi di una colonna che segnava all’uso arabo l’angolo dell’edificio, quasi di pietra dorata in quella incipiente oscurità. Si addormentò,  il viaggio a dorso di mulo in quel caldo agosto siciliano del 1149, lo aveva sfiancato. Lo sfrigolio dei cardini del portone lo fece sobbalzare di botto e fu come accecato dalla fiaccole levate ad accogliere un cavaliere che arrivo velocemente, seguito dai valletti che trasportavano manoscritti avvolti in drappi preziosi, al centro del cortile.
Quello subito lo riconobbe… “Venite Mastro Giuseppe, fatemi vedere l’opera prima dell’arrivo del Gran Conte, il Chierico Grisando ha fatto già seppellire, come sapete, la madre nella cappella della Chiesa di Sant’Anna e attende la lapide sepolcrale”Mastro Giuseppe scoprì lentamente l’opera sua: era al centro una croce inscritta in un cerchio e ornata di tessere musive e in quattro partiture attorno la stessa iscrizione in quattro lingue: in alto giudeo-arabo, in basso l’arabo, a sinistra il latino, a destra il greco. E tutte ripetevano al loro Dio che era morta Anna, madre del prete Crisanto.

beniculturali-dirbenicult-areariservata-eventi-upload-SoprPalermo-1-6-2010-Lapide_quadrilingue_1 “Morì Anna madre del Prete del Re grande, il 20 del mese di agosto dell’anno quattromila novecentootto… abbia misericordia Dio di chi legge e invoca per lei misericordia. Amen, Amen” diceva la scritta giudeo-araba; “Morì Anna Madre del prete Grizanto, prete della Maestà regia, sovrana, eccelsa, venerata, magnanima, splendida, possente in Dio, di venerdì, a vespro il 20 agosto dell’anno cinquecento quarantatrè e invochi per lei misericordia Amen, Amen, Amen” recitava quella araba; e la latina… “20 agosto morì Anna madre di Grisandro… e fu trasportata in questa Cappella, che suo figlio fece edificare per il Signore e per sé, nell’anno 1149. Ind. II”; e la greca infine…
“Si addormentò in beato riposo Anna il giorno 20 agosto e fu sepolta nella Cattolica e Grande Chiesa nell’anno 6656 e nell’anno 6657 il 20 maggio la fece trasportare in questa cappella suo figlio Grizanto… chierico greco e latino, con litanie e la tolse di là. La depose nel luogo, dove aveva edificato sopra di lei quest’oratorio”.
“Bene – disse il cavaliere – vi siete superato questa volta, specie con le date. Ognuno, come sapete, era questo un intercalare che il dotto usava spesso per non mortificare a suo modo alcuno, conta il tempo a modo suo: chi dall’incarnazione, come i latini, chi dalla Creazione, come i greci, dall’Hegira gli arabi, e i giudeo arabi dalla Creazione. Pur tuttavia, il loro computo è diverso da quello dei greci in quanto…” ma nell’ombra era apparsa sua Maestà. Portava tra le mani un cofanetto in legno di noce rivestito d’avorio con chiusura a scorritoio. Estrasse alcune monete, forgiate nella torre Pisana del Palazzo Reale di Palermo, le lasciò cadere nel drappo che aveva avvolto la scultura e disse… “Questo, Mastro Giuseppe è un mio dono personale”… poi si allontanò seguita dalle dame su per la scalinata che conduceva alla sala grande. “Potete andare adesso, domani provvederemo, restate pure nelle stalle per questa notte” lo congedò il cavaliere.
Ancora chino, in attesa che qualcuno gli dicesse di rialzarsi, Mastro Giuseppe indietreggiò fino al gradino su cui si era addormentato prima. La notte sui Nebrodi era senza luna e uno sfacciato brillare di stelle forava il cielo. 
“Quando morirò devono scriverci solo Mastro Giuseppe sulla mia lapide“ e così riflettendo si volse a contemplare le stelle.

Nota: La lapide è tutt’ora custodita nel Museo d’arte islamica del Palazzo della Zisa di Palermo

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