La guerra in casa mia – di Ginevra Ianni

Giorno lavorativo, fila paziente presso la locale Polizia di Stato per una denuncia di smarrimento di documenti, l’ennesima. Come si suol dire non perdo la testa perché è avvitata sul collo. Bah. Mi muovo seccata sulla sedia e guardo il mio compagno di stanza. E’ un ragazzo alto, bruno, occhi grandi, pelle scura. Non si agita lui, aspetta paziente la sua chiamata. Sembra una statua che nella sua immobilità si lascia scrutare dalla mia ineducata invadenza. Un poliziotto entra e comincia a chiedergli le prime informazioni, il ragazzo si alza andandogli incontro ed inizia tra i due un colloquio stralunato italo-arabo con incursioni reciproche nell’inglese e/o francese di scolastica memoria. Non si comprendono, il ragazzo sembra spaurito e volge la testa guardandosi intorno. Mi alzo, novello Shakespeare, e nel mio inglese rabberciato cerco di mediare la loro comunicazione. Vengo accolta senza problemi nello scambio internazionale di informazioni e insieme raccontiamo al poliziotto che lo studente di ingegneria (così si è presentato) ha subìto un furto mentre viaggiava in autobus per tornare a casa dall’università la sera prima. Qualcuno gli aveva sfilato il portafoglio. Il poliziotto annuisce, ci invita a sedere di nuovo in attesa di verbalizzare il fatto e poi scompare verso le stanze misteriose del posto di Polizia. Scende di nuovo il silenzio mentre ci sediamo ma il ragazzo ora non è più una statua, come se l’incontro avesse rotto un muro ora vuole comunicare… e così, in un idioma misto di inglese, arabo e francese mi racconta di essere siriano, di essere venuto in Italia a seguito della guerra ma che i suoi genitori e tutti i fratelli minori sono ancora lì. Ascolto e sto zitta, mi sembra una cosa aliena sentir parlare qualcuno che racconta di guerra vera, che l’ha vissuta. Estrae il suo cellulare dalla tasca e mi mostra alcune fotografie: sono immagini di una casa gialla, delimitata tutt’intorno da un alto muro anch’esso giallo che corre lungo una strada costeggiata da alberi. Altre foto, uno spazio verde diviso a metà, da una parte l’orto con file regolari di verdure e dall’altra un giardino fiorito. In mezzo un pozzo, dipinto di giallo pure lui. Guardo affascinata tutti quei colori vivaci e sento la voce del ragazzo che mi illustra con il dito: quella è la casa, quella finestra è la stanza dei suoi, il cortile, le piante da frutto. Dalle immagini arriva il calore e l’armonia degli affetti lontani, dei sapori e rumori del suo mondo: sembra un documentario senza sonoro che mi trasporta tanto lontano dal nitore ordinato del commissariato in cui ci troviamo. Poi il dito scorre ancora sullo schermo e parte un video. Qualcuno parla in arabo mentre il cellulare mostra macerie, mucchi di blocchi di cemento gettati confusamente a terra come da un bambino che gioca con le costruzioni. L’inquadratura si allarga, riconosco un pezzo di muro giallo non ancora abbattuto e si vede bene che quelle macerie sono la casa di prima, i mucchi di blocchi soffocano caotici il giardino, l’orto, il pozzo mentre da un buco nel terreno sale un fumo denso e nero che punta verso il cielo ma non si disperde nell’aria, è fitto e nero, sembra una colonna indistruttibile. Ogni tanto guizza dal buco nero qualche lingua di fuoco. Senza preavviso il video finisce ed io sono spiazzata, non so cosa dire. “Same home, dice lui, before and after”. Capisco e un verme di paura, di disagio mi sale e si muove dentro. Non so proferire verbo né in italiano né in inglese. Alzo la testa e lo guardo, ci fissiamo negli occhi senza parlare. È stato già detto tutto: della sua paura, della rabbia, della mia sorpresa impotenza e rammarico. Nei telefonini dei ragazzi di oggi è giusto che ci siano i messaggi goliardici degli amici, le foto o i video ammiccanti di corpi procaci, volgarità da testosterone di qualsivoglia natura ma… non deve esserci la guerra, quella vera, non quella dei videogame, quella di casa propria. “Before and after”. La televisione e i media in generale non fanno altro che parlare del conflitto siriano… ed è giusto che sia così. Ma a furia di vedere e sentire sempre le stesse cose (o almeno quelle che sembrano tali), tutto sembra irreale, finto, come i cartoni animati o i film di azione che escono dallo stesso apparecchio, ne siamo anestetizzati, staccati, indifferenti. Se si spegne la tivvù quelle immagini scompaiono, non esistono più, non sono più reali, neanche la guerra. Il telefonino del ragazzo accanto a me però è vero quanto lui, quanto me, quanto la casa che mi ha mostrato before and after. La Siria ora è diventata vicina come lui che mi siede a fianco, la Siria è qui, la guerra è qui ed ora è anche mia. Forse lo è sempre stata. “Before and after”.

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