La domenica delle salme e la Risurrezione – di Ginevra Ianni

Venerdi 7 Aprile, un folle invasato in nome di un dio crudele si schianta con un camion contro un centro commerciale a Stoccolma. Sgomento, paura, 4 morti. Quattro persone che avevano un nome, un cognome, un amore o delle passioni ma che non potranno raccontarne mai. Quattro case, quattro letti, quattro posti a tavola che resteranno vuoti per sempre a causa della follia insensata di un fanatico. Tutto il mondo si spaventa. La Svezia storicamente è un paese pacifico, civilizzato, tollerante, con un grado di benessere dei suoi cittadini tra i primi del mondo. Possibile che il fanatismo religioso (leggasi politico) sia arrivato sin li? Il fatto è grave e di conseguenza tutti i media, dalle televisioni ai giornali ai programmi specializzati, non fanno altro che parlarne, documentare, discutere. Giustamente. Questo attacco come a Parigi, come a Berlino, Nizza, Bruxelles e (fino a poche ore fa) in Siria, colpisce ed uccide gente innocente che non ha nessuna colpa se non quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, un errore fatale. Quindi è giusto che a tale eventi venga data la massima risonanza: è determinante, bisogna parlarne per tenere alta l’attenzione e per non dimenticare i morti. Domenica 9 aprile, solo due giorni dopo, il seme della violenza genera nuovi frutti: mentre le persone sono raccolte in preghiera due deflagrazioni sventrano le chiese copte di Tanta ed Alessandria in Egitto. L’elemento scatenante di tale follia dilagante è sempre il fanatismo religioso e anche qui come in Svezia la matrice è terroristica ma questa volta le vittime sono molte, molte di più: trentotto morti e centotredici feriti tra tutti e due gli attentati. Anche qui trentotto persone che avevano un nome, un cognome, un amore o delle passioni ma che non potranno raccontarne mai. Trentotto case, trentotto letti, trentotto posti a tavola che resteranno vuoti per sempre a causa della follia insensata di un fanatico… e tutto il mondo si spaventa. Ancora; ma c’è un piccolo particolare stavolta che cambia le cose. Dopo la immediata diffusione della notizia delle stragi data dai mezzi di comunicazione, sulla tragedia egiziana cala il silenzio, niente approfondimenti, niente programmi speciali, né confronti né dibattiti. Eppure gli attentati sono stati particolarmente efferati, hanno ucciso e ferito persone inermi che si erano recate in chiesa per pregare nel giorno della domenica delle Palme, le hanno falciate via proprio mentre erano più vulnerabili, indifese. Eppure questi fatti sono accaduti anche più vicini a casa nostra, l’Egitto infatti è più vicino all’Italia che non la Svezia (supposto che la gravità di una morte diminuisca o si accresca per la distanza dell’osservatore dagli accadimenti). E allora? Perché sull’attentato svedese si è tanto e diffusamente parlato dell’identità dell’attentatore, della sua cattura, della dinamica dei fatti, del perché e del percome ciò possa essere accaduto mentre per le stragi egiziane nessuno è andato aldilà della comunicazione della notizia e della sua  rivendicazione senza indicare o comunicare l’identità dei colpevoli o dei risultati delle indagini? Se la gravità di una notizia è data dalla sua capacità di diffusione si potrebbe essere indotti a pensare che i fatti svedesi siano stati più importanti di quelli egiziani, che un gesto di assurda violenza abbia un diverso valore a seconda del luogo in cui viene commesso, e soprattutto, conseguenza ben più grave, che le persone morte per lo stesso insensato fanatismo, sia in un caso che in un altro, non siano ugualmente importanti. A nord lo sembrano un po’ di più. Paradossalmente i loro fanatici assassini sembrano avere avuto animo più equanime nell’uccidere innocenti di quanto i mezzi di comunicazione ne abbiano riservato a  due diverse stragi causate dalla stessa mano e per gli stessi assurdi motivi. Non è giusto. Non si può e non si deve parlare della morte di questi innocenti, svedesi e/o egiziani che siano, senza ricordare che tutti loro avevano un nome ed un cognome, una vita perduta per sempre in modo violento, senza pensare che il dolore dei loro congiunti non parla né svedese né egiziano, che le loro lacrime non conoscono etnia o confini geografici. Oggi è Pasqua di Risurrezione, il figlio di Dio risorge dalla morte e porta con se in paradiso un ladro, ai piedi della sua croce lo ha pianto una prostituta insieme agli altri che lo hanno accompagnato nella sua breve vita. Insomma, in vita ed in morte si è scelto sempre buone compagnie: gli ultimi, quelli che stavano sempre in fondo a qualunque fila e che Lui si è sempre ricordato di prendere per mano e portarli avanti, insieme agli altri, alla pari degli altri. Buona Pasqua di Risurrezione a tutti, ai primi e agli ultimi, ai morti svedesi e a quelli egiziani.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *