La danza tra tradizione e modernità: intervista con Chiara Salvati – di Gabriele Peritore

La danza può avere diverse sfaccettature e Chiara Salvati è una danzatrice che, grazie al suo ondivago percorso formativo, è riuscita a trovare la giusta sintesi tra spinta spirituale e sensualità dei movimenti. La sua ultima ricerca si concentra sulla danza tradizionale Sufi, su cui sovrappone le sue capacità coreografiche, dettate dai sommovimenti interiori. Ho assistito ad una sua esibizione all’Auditorium Parco della Musica durante il concerto Jazz degli Erodoto Project ed indubbiamente colpisce la sua capacità di veicolare emozioni profonde attraverso una danza che è principalmente basata sulla rotazione. Il suo roteare è, battito di cuore, pulsazione di luce, sbocciare di fiori, partendo dal buio interiore. Abbiamo incontrato Chiara Salvati per approfondire qualcosa di più del suo modo di danzare e della sua vita.
Ciao Chiara, devo inevitabilmente partire dall’ultima tua esibizione romana per iniziare a conoscere qualcosa in più della tua arte. Il tuo modo di muoverti mostra una naturalezza assoluta in questo tipo di ballo e mi viene da chiederti, per te che sei romana, come ti è capitato di approdare alla danza Sufi? E cos’è la danza Sufi per la tradizione islamica? 
Il mio incontro con la danza Sufi è avvenuto molto prima di conoscerla: mia madre mi racconta che quando avevo una manciata di anni volevo sempre indossare le sue gonne lunghe e girare. Molti anni dopo, durante un ritiro di meditazione, un insegnante che mi aveva visto girare mi parlò dei Sufi e dei dervisci rotanti. A partire da quel momento la mia ricerca ha preso la direzione che, senza saperlo, stavo cercando da tempo. È stato come tornare a casa. La danza tradizionale Sufi, Sema, è un rituale religioso praticato all’interno dell’ordine Sufi dei Mevlevi. È un atto devozionale altamente strutturato e codificato, che acquisisce un particolare significato solo all’interno di quel contesto. Sperimentare tale rituale è stata un’esperienza toccante, tuttavia credo che l’essenza del giro, cioè una connessione profonda con noi stessi e l’esistenza, è qualcosa che possiamo sperimentare anche al di fuori del contesto religioso ed è questo il modo in cui lo propongo.

La danza rotante era già nel tuo DNA, quindi, fin dalla nascita… Poi, però, crescendo hai trovato l’elemento che esprimesse meglio la tua interiorità… c’è qualcosa di più per te nella danza Sufi?
Si, c’è qualcosa di più. Prima di essere una danza, il giro è una porta che si apre verso l’interiorità e l’esistenza: ti riporta ad una dimensione umana, infinitamente piccola, e poi ti spinge oltre. Certe volte mi sembra di dissolvermi, è come essere lo strumento di una grande energia che per un istante si trattiene nel corpo. Sono immensamente grata a questa pratica, mi ha permesso di conciliare due mondi che fino ad allora avevo vissuto separatamente, l’arte e la ricerca interiore. 
È strano parlare di ricerca interiore attraverso la rotazione… ti ho visto roteare per quasi dieci minuti ma so che puoi farlo anche per ore e ore… come si può realizzare una cosa del genere? Qual è la sensazione principale che ti trasporta durante la rotazione?
È come intraprendere un viaggio, la rotazione è il mezzo di trasporto, il corpo fornisce il carburante, ma  si usano gli occhi del cuore e i paesaggi sono interni. Il tempo permette di andare gradualmente in profondità, anche se se ne perde la cognizione. Si può apprendere la tecnica del giro ma ciò che permette l’esperienza è l’apertura mentale, la disponibilità all’ascolto, il lasciarsi guidare. La sensazione è che qualcosa si dissolva e poi torni a riunirsi. 
Questo bellissimo concetto di dissolvenza e ritorno all’unità sembra indirizzare verso uno stato di benessere interiore, l’unità più sana di ognuno di noi… in qualche modo la scintilla infinita in ogni interiorità può ricongiungersi con l’infinito dell’universo?
Credo che quella scintilla non si separi mai dall’universo, siamo noi che crescendo costruiamo le barriere che ci allontanano da essa. Il viaggio interiore è un cammino di ritorno all’essenza e, a differenza di come lo descrive la new age (hahaha), è tosto: ti sbatte in faccia gli aspetti peggiori dell’essere umani e ti espone al dolore di vecchie ferite. Ma poi da qualche parte la luce entra: c’è un incredibile grazia nel lasciare andare.
È impossibile non passare attraverso la sofferenza… mi sembra di capire che, quello che proponi, è un rituale di trasformazione interiore simile all’opera alchemica… questa è anche l’intenzione del tuo percorso creativo? 
Vivo ogni creazione proprio come un rituale. Anche se i contenuti attingono spesso a vissuti personali, mi piace indagare quegli aspetti della fragilità umana che accomunano tutti noi. La danza mi permette di esplorarli e viverli in una nuova chiave…che piaccia o meno, ciò che importa è che sia vera, che permetta, a chi la osserva, di riconoscere parti di sé e di lasciarsi condurre nello stesso viaggio.
Il tuo percorso creativo, basato sulla conoscenza profonda di questo tipo di danza, ti ha permesso di sovrapporre movimenti appartenenti ad altre danze e raggiungere la sintesi degli opposti, donando sensualità ad una danza spirituale… è una mia visione o può corrispondere un po’ anche alla tua visione? 
Si, all’interno della rotazione, che è al centro delle mie performance, confluiscono anche altri linguaggi. Per esempio i giri della testa, i movimenti fluidi di braccia e mani, le rotazioni del busto, sono degli elementi espressivi che caratterizzano le mie creazioni. È un modo personale di vivere e ricreare questa danza che chiamo “giro poetico”. A volte mi chiedo se spiritualità e sensualità possano coesistere, sinceramente non lo so… ma quando leggo le poesie di alcuni mistici, Sufi e non credo che sia una sintesi possibile.
Io credo che anche tu ci riesca… e vederti ballare mi ha fatto pensare ad alcuni dei miei poeti preferiti… Rumi, a proposito di Sufi, John Donne o Juan de la Cruz. L’esibizione che ho visto io era all’interno di uno splendido concerto Jazz basato sul dialogo interculturale… hai in programma altre collaborazioni o un tuo spettacolo personale? 
Entrambi. Sia in Italia che in Spagna collaboro con diversi musicisti, non solo di musica tradizionale, mi piace esplorare anche altre sonorità se trovo la giusta ispirazione… come è stato con il bel concerto jazz di Erodoto Project. Lo scorso settembre ho presentato a Barcellona un primo studio di “voces”, uno spettacolo personale cui desidero lavorare ancora un po’ e magari portarlo prossimamente in Italia.
Speriamo, allora, che arrivi il più presto possibile in Italia… anche se tu hai scelto di vivere in Spagna, a Barcellona, e mi sembra di capire che le possibilità sono ben diverse rispetto a quelle italiane… ci dici qualcosa in più delle due realtà? 
A Barcellona mi sento a casa, è una città bella e con un gran fermento artistico. Tra le varie risorse, trovo bellissimo che esistano ancora i centri di quartiere, delle strutture perfettamente attrezzate che oltre ad offrire una vasta programmazione artistica sono un importante punto di incontro tra diverse generazioni. Del resto anche Roma è meravigliosa e artisticamente viva, solo che non  sempre è facile trovare spazi adeguati. Per questo trovo importante che esistano movimenti sociali volti a costruire nuove realtà di condivisione e creatività.
Fortunatamente i tuoi legami artistici con il nostro malconcio Paese sono ben saldi e quindi ti vedremo spesso. Qual è il prossimo impegno italiano? 
Per il momento so che sarò in Italia a settembre, con performances e seminari sia a Roma che in Toscana. A breve verranno pubblicate le prossime date.
Per salutare i nostri lettori sapresti indicare un percorso per intraprendere tale attività artistica? 
Ma certo, prima di tutto direi loro di venire ai miei corsi, hahaha! Il mio consiglio è di imparare tanto e da chiunque, di trovare insegnanti bravi ma che sappiano trasmettere anche da un punto di vista umano, di appassionarsi e di ricercarsi…perché nell’arte, dopotutto, possiamo metterci solo quel che siamo e per farlo, almeno un pochino ci dobbiamo conoscere… no?
Ti ringraziamo per la disponibilità e per questa profonda chiacchierata che ci ha dato modo di apprezzare una danza appartenente alla pratica tradizionale ma in una tua chiave personale e moderna.
Anzitutto ringrazio te Gabriele e Magazzini Inestistenti per il vostro interesse e per lasciarmi condividere ciò che mi sta a cuore. Grazie ai miei maestri, di vita e di danza, senza i quali oggi non avrei ciò che posso dare. Alla mia famiglia per insegnarmi a lottare per ciò che voglio e agli amici, per credere in me più di quanto a volte non faccia io. Un saluto a tutti, alla prossima.

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