“La città fornace” – di Isabella Dilavello

Sollevando lo sguardo a est, il cielo sopra le case era una coltre grigia. Non si trattava di nebbia o di un temporale in arrivo, niente di così temporaneo. Era un fumo perenne, arricchito da centinaia di migliaia di minuscole e danzanti particelle di cenere. Agli stranieri, ai turisti che si fermavano in città era difficile spiegare cosa fosse. In fondo nessuno sapeva cosa accadesse davvero lì, nell’altra città più a est. Tutto quel grigio era arrivato una mattina. La notte precedente si erano viste delle rosse lingue, un orizzonte insanguinato. Si era pensato a un incendio. Erano stati inviati in quella direzione i soccorsi e i Vigili del Fuoco, che erano stati ricacciati indietro senza mai rivelare da chi o da cosa. Quando verso le quattro di un mattino ancora buio tutto quel rosso era svanito, si era pronti a dimenticare l’accaduto archiviandolo nella categoria dei fenomeni inspiegabili che tanto andavano di moda. Ma poco dopo l’alba quella nube era apparsa, pesante, irragionevole, ferma. Gli uccelli col tempo, avevano cambiato percorso di migrazione, ma non senza lasciare sui campi piume e piccoli corpi. Nube tossica, avevano pensato i più. Indecisi se fuggire o restare, avevano continuato a guardare la nube per giorni, fino a che il suo non spostarsi mai, nemmeno quando cambiava il vento, aveva quasi fatto dimenticare la sua presenza. Almeno non la si considerava più ostile, una minaccia. A distanza di anni qualcuno cominciò a chiedersi se fosse stato peggio veder sparire una città in una cupola di fumo o l’indifferenza che l’aveva inghiottita in una notte più scura.

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