La casa delle profughe: un ricordo della “Grande Guerra” – di Benito Mascitti

Per ricordare – senza cadere nella diffusa banalità che tutti cogliete sui media – il dramma della Prima Guerra Mondiale, abbiamo scelto questo pezzo che ci capitò di scrivere anni fa… buona lettura. 
Il 24 ottobre 1917 l’esercito austro-ungarico sfondò le linee italiane a Caporetto e invase il Friuli e il Veneto. Quasi 250.000 civili fuggirono oltre il Piave per scampare dai “tudesc”. La maggior parte dei gruppi di profughi erano composti da donne, vecchi e bambini. In assenza degli uomini chiamati alla guerra, furono le donne a guidare quell’enorme sfollamento: sotto la minaccia del nemico alle porte decisero di abbandonare le loro case, in una fuga disperata verso la salvezza. L’esodo verso sud portò poi molti di loro anche in Abruzzo. Elso Simone Serpentini  apre con un affresco tra i più drammatici della nostra storia il suo “La casa delle profughe” (2011) e parte dalla disfatta di Caporetto. La 14° armata del generale von Below sfonda le linee italiane sul fronte nord-est. E’ il giorno del disonore attribuito alla “viltà della truppa” ma che aveva come primo responsabile il generale Luigi Cadorna, poi sostituito con Armando Diaz.
D’improvviso l’affresco e il fragore dell’ennesima e fatale 12° Battaglia dell’Isonzo, il cupo incalzare della barbarie che sfonda le trincee di quella maledetta guerra di posizione ma anche le coscienze della popolazione civile. Il nemico è alle porte e il fracasso insopportabile dei bombardamenti, l’abbaglio irreale delle luci d’incendi ed esplosioni, incalzano il dilagare impazzito di una fiumana di disperati. In una notte gli sfollati lasciano le loro case con quattro stracci, qualche armento, improbabili carriaggi di fortuna… la loro stessa esistenza; per scampare  alle violenze, alle torture e alle mutilazioni…  alla messa a ferro e fuoco di città e villaggi. Bisognava raggiungere e lasciarsi alle spalle il fiume Piave, quell’ultima ideale demarcazione di salvezza che fu poi simbolo stesso di riscossa. Serpentini accetta la sfida di un racconto che lo distoglie dal suo rigoroso e ormai collaudato metodo, e che lo vorrebbe romanziere e storico di classica fattura… ma è solo un attimo: i canoni letterari della serie gialla non possono essere stravolti, donati all’effimera gloria dell’effetto speciale, seppur letterario. 
Composta l’imponente – filmica – scena, senza  cedere a nessuna tentazione didascalica d’effetto, prende a muovere le statuine del suo presepe… si concentra sulla sorte degli esseri umani cogliendone magistralmente ogni emozione, ogni singola – e collettiva – paura. Poco importa agli umani sofferenti la ragione di un conflitto mondiale. Li trova nel fango e li accompagna in questo disperato viaggio che vede alcuni di loro scampati dalla guerra ma non dalla terribile “spagnola”, in viaggio verso l’ignoto, verso una nuova vita di effimera speranza, affidata a un treno – tra i tanti –  che li porta verso sud, in balia di un destino che non finisce, nel suo mutare, di umiliarli. Tra tanta umana sofferenza, lo scrittore ha un’occasione irripetibile. Pur costante e sfaccettata in tutti i suoi precedenti romanzi, esplode la sua naturale e “disinteressata” predilezione verso l’universo femminile, inteso come motore dell’esistenza di un’umanità che la lingua parlata e scritta ci impone di catalogare come se fosse fatta solo e soltanto “dagli uomini”. Sono le donne, invece, le vere protagoniste della Storia che tende sempre a nascondere le vere storie degli esseri umani, forse perché fatta sempre dai vincitori… maschi per giunta.
Serpentini s’incarica di donare memoria alle mute e ataviche sofferenze di donne destinate a sobbarcarsi il peso delle scelte e della fatica del vivere, sempre ostacolate e vessate da maschi inadeguati, terrorizzati al pensiero che l’effimero primato venga smascherato dalle proprie umane – e maschili – debolezze. “La sera di Ferragosto del 1918 a Rosburgo, la profuga Anna Danelon, sulle cui spalle gravava il peso di tutta la sua famiglia e che pensava di aver trovato almeno l’amore in quella “nuova vita” fatta di stenti, andò incontro a un destino tragico.” Anna, e le altre protagoniste di questa storia, accolte nei centri teramani di Roseto – allora Rosburgo – e Giulianova. Anna dolcissima e premurosa con quel che rimane del suo nucleo familiare, affronta una nuova vita fatta comunque di sofferenza e malattia, di durissimo lavoro domestico o a servizio di altri. Anna in balia della sua natura fragile e perdente, umiliata e annichilita da un fratello arrogante e manesco e da un fidanzato inetto e debole, fino all’estremo sadismo verso il facile bersaglio di sempre… la scomoda e coerente natura della sua preda. Le altre, separate dalla sorte dai Danelon e finite a Giulianova, vivono anch’esse in povertà, in una casa isolata e trasformata dal sentire comune ne “la casa delle profughe”: il luogo di una non ben individuata perdizione.
Maria Treppin e le figlie Gisella, Milena e RosinaGiulia Lavia e la figlia Clementina, rimangono escluse dal contesto sociale che le accoglie senza trasporto, le addita come peccatrici senza uno straccio di motivo, se non quello di essere straniere e apparire donne perdute dedite a ogni laido piacere, diverse e senza maschi tra i piedi. “La sera del 10 novembre 1918 fu festa grande a Giulianova. L’armistizio segnava la fine della guerra e un gruppo di giovani amici decise di concludere in bellezza una serata passata a brindare di locanda in locanda, si avviò verso quella che tutti chiamavano “la casa delle profughe”. Uno di loro voleva portare una serenata sotto a quelle finestre, ma uno sparo spense nel buio il suono del suo organetto.” Ancora maschi ubriachi e spavaldi, convinti di poter disporre della vita degli altri, sicuri dell’impunità, nell’infrangere la pace e il riposo di donne stanche e provate dal duro lavoro, tanto distante dalla leggenda popolare che le vorrebbe puttane a disposizione di chiunque. I due omicidi che maturano in questi due differenti contesti sono il fulcro del romanzo e gli assidui appassionati di Serpentini vorranno scandagliarli personalmente con la lettura. 
La morte di Anna Danelon e quella di Alessandro Sauretti maturano in un clima non dissimile, segnato dal pregiudizio verso i diversi e dalla paura dei maschi verso l’universo femminile. Le indagini vengono segnate e influenzate dalla “voce del popolo”, dal sentito dire più sciatto e vigliacco, e si chiudono con un’assoluzione e una condanna che si trasforma in patente d’impunità. Le principali vittime di queste due vicende rimangono senza giustizia e senza rispetto. Anna muore tragicamente nel fiore degli anni, le altre tornano alle terre irredente di quella nostra amara frontiera, bollate per sempre come immorali e infide… donne sole, di facili costumi… che una volta abitarono “la casa delle profughe”. L’autore sceglie di chiudere il romanzo con un delicato, ultimo omaggio alla figura di Anna Danelon che qui vi anticipiamo. La pittura di Pasquale Celommi, nato il 6 gennaio 1851 a Montepagano e morto nel 1928, viene inquadrata nella pittura verista di fine Ottocento. Le sue opere, soprattutto ritratti e marine, “fotografano” l’Abruzzo del suo tempo e sono evidentemente ispirate dall’intento di riprodurre proprio con grande verismo volti e figure di modelle e modelli da lui personalmente conosciuti o di persone del popolo da cui traeva la sua ispirazione. In uno dei suoi quadri, un olio su tela 95×67, intitolato “La profuga”, a non pochi rosburghesi sembrò di ravvisare i lineamenti di quella giovane profuga, Anna Danelon, che egli aveva personalmente conosciuto, avendo abitato proprio nella casa Celommi di Rosburgo, accanto a quella dove abitava lui, ed essendo stata ammazzata da un giovane che era imparentato con la sua famiglia. La vicenda di quella povera profuga, partita dal Friuli e venuta a vivere di stenti e a morire ammazzata proprio nella sua Rosburgo, doveva averlo colpito e avergli ispirato uno dei suoi quadri più belli. Ma c’era anche chi ricordava che a Rosburgo di profughe e di profughi ce n’erano davvero tanti e avanzava dubbi: forse “la profuga” di Pasquale Celommi era un’altra, chissà?”

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