Kronos Quartet, Mahsa & Marjan Vahdat: “Placeless” (2019) – di Ignazio Gulotta

Nel suo incessante vagare fra le musiche del mondo il quartetto d’archi americano Kronos Quartet approda con questo suo ultimo lavoro, “Placeless” (Kirkelig Kulturverksted 2019), nella musica classica iraniana. Del resto anche Mahsa Vahdat, se da un lato è impegnata a difendere la presenza della figura femminile nella musica del suo paese, dall’altro, nelle sue prove soliste e con la sorella Marjan, ha sperimentato inedite contaminazioni: ricordiamo quelle con la pianista norvegese Tord Gustavse e quella con la cantante afroamericana Mighty Sam McClain. Oggi Mahsa si divide fra l’attività concertistica all’estero e quella di insegnante di canto nel suo appartamento di Teheran. Certo, non mancano gli ostacoli da superare, ma Mahsa è intenzionata a non lasciare il suo paese, anche se ha deciso di non esibirsi in patria finché ai concerti di interpreti donne sarà permesso l’accesso solamente a un pubblico femminile. Il merito dell’album va anche all’etichetta norvegese Kirkelig Kulturverksted, il cui fondatore, Erik Hillestade (con il quale da anni collaborano Mahsa e Marjan Vahdat), ha prodotto “Placeless” e ha propiziato l’incontro delle due artiste iraniane col Kronos Quartet. Come ha dichiarato il violinista David Harrington, fondatore, una quarantina di anni fa, del Kronos Quartet: «cerchiamo sempre di imparare il più possibile, e ora, registrando con Mahsa e Marjan, a volte siamo in grado di creare suoni che non abbiamo mai sentito prima dai nostri strumenti». Accanto a Harrington fanno oggi parte del quartetto l’altro violino John Sherba, la viola di Hank Dutt e il violoncello di Sunny Yang. Agli arrangiamenti hanno messo mano i compositori Sahba Aminikia, Aftab Darvishi e Atabak Elyasi, tuttii originari dell’Iran, e l’americano Jacob Garchik. Il risultato di questa inedita collaborazione è un album intenso e raffinato, ricco di pathos e poesia. Protagonista assoluta è la voce delle due sorelle, profonde ed espressive, ispirate nel cantare i versi dei maggiori poeti persiani del passato e del presente… versi intrisi di misticismo, di sentimentalismo romantico, di passione, ora malinconici canti di amori perduti, ora estatici inni alla bellezza della natura o della donna amata. L’incontro col Kronos Quartet dà una nuova dimensione al canto classico persiano: è una musica che vibra della positiva tensione fra forte legame con la tradizione e l’apertura verso nuove potenzialità espressive offerte proprio dall’incontro con esperienze musicali diverse. Significativo il titolo scelto per l’album, che è poi quello della traccia d’apertura, brano intriso di forte nostalgia espressa dal canto sublime e accorato nel modulare i versi del grande poeta e mistico persiano Rumi: «Io non vengo dall’Est, né dall’Occidente / Io non vengo dalla terra, né dal mare / Non vengo dal mondo, non dall’aldilà / Il mio posto è senza posto. La mia traccia è senza traccia.»; è il senso di sospensione fra realtà terrena e la vera realtà dello spirito, espressa anche in un’altra canzone, I Was Dead, dove l’amore prefigura l’abbandono mistico della realtà: «amore dice / che sei un insegnante / sei una testa / e per tutti sei un capo / non sono più un insegnante / non un capo / solo un servo / dei tuoi desideri”. Ma c’è spazio anche per poeti contemporanei come Forough Farrokhzad: un suo testo è cantato in The Sun Rises, una delle prove più splendenti delle voci delle sorelle Vahdat nel cantare l’estasi e la travolgente passione amorosa, mentre gli archi dapprima timidi, poi disegnano languidi arabeschi. Ma è tutto l’album a distillare perle di luminosa poesia e di incanto, una musica di intensissima spiritualità, che ci trasporta fuori dal tempo e dallo spazio in una dimensione estatica e di rapimento sensoriale, ammaliati dalla melodiosa dolcezza della lingua persiana e dalle voci celestiali delle sorelle Vahdat.

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