Kraftwerk: “Live On Radio Bremen” (2006) – di Gianluca Chiovelli

In “Utopia di un uomo che è stanco”, di Jorge Luis Borges, l’uomo del futuro, vecchio di quattrocento anni, dichiara: “Nessuno può leggere duemila libri. In tutta la mia vita non ho superato la mezza dozzina. L’importante non è leggere, ma rileggere (…). L’importante è ri-sentire (poiché non tutto suona come quando è stato generato) e, soprattutto, ficcanasare nelle discografie; a volte, rovistando nel ciarpame e nelle carabattole, possono rinvenirsi piccoli tesori; magari si punta un vaso da quattro soldi e si inciampa in una etagér d’epoca, ci si pulisce dalla polvere e lo stinco incoccia una tela che, ripulita, non è male, anzi, forse è la prova d’artista di un grande nome cubista che da giovine provava per diletto il figurativo. Dei Kraftwerk abbiamo oggi un’idea molto precisa: quella di suoni elettronici, vagamente psicopatici, ripetitivi, ottimi per una disco-dance o per un assemblaggio sonoro ricco quanto straniante. Invece, frugando fra i primissimi Kraftwerk si scopre altro, ben diverso dalla produzione dei Kraftwerk maturi. A scanso di equivoci: il primo album omonimo dei Nostri (1970) è già un un grandissimo album. Ci sono Ralf Hütter e Florian Schneider e anche Klaus Dinger, futuro Neu!, è della partita. In Germania siamo in un periodo di transizione e assestamento in cui tutto è possibile; le forme mutano, la creatività, completamente libera, attinge alla millenaria tradizione dell’immaginario nazionale rimodellando archetipi e suggestioni sepolte; ricorrono vorticosamente figure e personaggi e nomi: tutti immersi in un comune crogiolo da cui fluiranno i rivoli aurei da rapprendersi poi in lingotti elettronici epocali. Neu!, Kraftwerk… e ancora Kluster (poi Cluster), Conrad Schnitzler, Connie&Plank, HarmoniaLa fucina tedesca gorgoglia incessante come la pentola delle streghe: si preparano i futuri capolavori che ognuno ha imparato a conoscere e, tuttavia, pur conoscendo la ricchezza della cornucopia, pochi conoscono questo bootleg, registrato per la radio bremese il 25 Giugno 1971A quel tempo Ralf Hütter si era momentaneamente allontanato (probabilmente per completare gli studi: ritornerà a fine anno) e lasciava il povero Florian Schneider nelle mani di due diavoli, la coppia Rother-Dinger, ovvero i Neu!. La formazione, inconsueta, irripetibile, è pertanto: Florian Schneider, elettronica, flauto; Michael Rother, chitarra, elettronica; Klaus Dinger, batteria…e cosa combinano questi qua? Affinano i futuri Hallogallo e Kling Klang? Macché, è il 1971. Essi, sin dall’iniziale, stupefacente, Heavy Metal Kids, cominciano a pompare un hard rock lisergico e fluviale alla Guru Guru (o alla Ash Ra Tempel di Der vierte Kuss). Si badi: questa non è psichedelia americana, ove la realtà è, di volta in volta, attutita, rallentata o dilatata secondo le coordinate allucinate di un singolo interprete. La psichedelia d’oltreoceano è, soprattutto, un’esperienza individuale e legata a una fase precisa dell’evoluzione rock. In “Live On Radio Bremen” siamo, invece, in presenza di una evocazione primordiale: dalla ferita nel costato dell’anima tedesca colano magma furibondi, istinti marziali, ritmi astratti perpetrati sino all’estasi catatonica. Sono settanta minuti indimenticabili in cui l’orecchio dell’ascoltatore, oltre a ciò di cui si è discorso, può immaginarsi le più incongrue proliferazioni: a tratti, ascoltando il flauto di Schneider, mi son venuti in mente i Gong, altrove, per pochi secondi, ho avuto questa folgorazione: “Ma questi sono i Kyuss!”. Si vaneggia, insomma. Nel disco confluiscono i tre quarti di Kraftwerk I, debitamente stravolti dalla chitarra incandescente di Michael Rother e dalla batteria di Klaus Dinger; Florian Schneider, ostaggio dei due scatenati satanassi, li corrobora da par suo: la citata Heavy Metal Kids, l’eccezionale Stratovarius (15’39”), Ruckzuck (19’20”), Von Himmel Hoch (15’19”), Rückstoß-Gondoliere (11’31”) sono le pietre miliari. Il terzetto durerà poco; abbastanza per lasciare una traccia televisiva, sul canale WDR. Anch’esso un evento da recuperare assolutamente. Il passato è una terra sconosciuta.

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