Koko Taylor: “Queen Of The Blues” (1985) – di Maurizio Celloni

La puntina scende sul vinile e un’esplosione, quasi una scarica di tritolo, si sprigiona potente dalle casse dello stereo: la voce roca di Koko Taylor, la regina del blues di Chicago, riempie ogni spazio e fa vibrare l’aria e l’anima. Non a caso “Queen Of The Blues” (Sonet Records/Alligator) è il titolo del disco. Siamo nel 1985 e già da dieci anni Koko incide con la Alligator Records, dopo una luminosa serie di album registrati per le più prestigiose etichette discografiche, quali la Chess Records, la P-Vine, la Checker. Koko Taylor, al secolo Cora Walton, poi sposata Taylor, nasce a Memphis nel Tennessee il 28 settembre 1938 e, come spesso accadeva agli adolescenti del sudest degli Stati Uniti, inizia a cantare nel coro della chiesa. Ascolta alla radio la musica di Bessie Smith e i nuovi suoni provenienti da Chicago, usciti dagli strumenti imbracciati dai vari Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Sonny Boy Williamson II (Rice Miller), Elmore James e, soprattutto, dalla voce di Memphis Minnie, restando affascinata dal brano Me And My Chauffeur. Nel 1953 si trasferisce a Chicago per inseguire il sogno di diventare una cantante professionista, esibendosi nei locali del South e West Side.
La faticosa gavetta la porta a incontrare altri giovani musicisti, in particolare Buddy Guy, Junior Wells, Magic Sam che la ingaggia per la sua orchestra nel ruolo di vocalist. Willie Dixon, compositore, produttore e contrabbassista blues, dopo averla apprezzata durante una serata in uno dei club del West Side, le propone di registrare. La stessa Taylor racconta: “Una sera stavo cantando con Magic Sam e in sala c’era Willie Dixon. Willie viene a cercarmi dopo la mia esibizione e mi chiede quale sia la mia terra di provenienza. Dice che ha sentito poche donne cantare il blues come lo canto io”. Fu così che il 23 luglio 1963 Koko Taylor entra in sala d’incisione per l’etichetta P-Vine e da quella prima sessione ne seguirono tante altre con le più prestigiose labels della musica blues. Le dieci tracce che compongono “Queen Of The Blues” esaltano la potenza della voce di Koko che si trova a suo agio in ogni declinazione del blues di Chicago, dal boogie scatenato al brano più intimistico e lento. Trattandosi di una Regina, si circonda dei migliori musicisti che fanno a gara per accompagnare la sua voce dalla ricchezza materica, come il limo fertile del Mississippi. Per l’occasione suonano per lei Criss Johnson alla chitarra, “Professor Eddie Lusk alle tastiere, Johnny B. Gayden al basso elettrico, Ray Killer Allison alla batteria.
Anche illustri ospiti omaggiano la regina: Lonnie Brooks alla chitarra in Queen Bee; Albert Collins alla chitarra in The Hunter; James Cotton all’armonica in Evil e Queen Bee; Abb Locke al sax tenore in Beer Bottle Boogie e Flamin’ Mamie; Son Seals alla chitarra in I Don’t Care No More. Insomma una corte adeguata alla maestosità di Koko Taylor. Producono il bel lavoro il gran ciambellano Bruce Iglauer, capo della Alligator, la stessa Taylor e Criss Johnson. L’inizio è veramente potente, Evil scritto da Willie Dixon irrompe con la chitarra che annuncia l’urlo della Regina. La sezione ritmica è martellante, l’armonica di Cotton amalgama il suono con i fraseggi a contrappunto della chitarra di Johnson. La voce di Koko lascia piacevolmente attoniti, tanta è la profondità dei toni e la grande estensione cromatica che passa dal rantolo rauco all’acuto. Beer Bottle Boogie è un boogie bellissimo composto da Marylin Scott, sincopato al punto giusto e cantato da Koko Taylor con trasporto.
L’attacco del pezzo è fulminante e porta subito a muovere ogni cellula del corpo, trasportata del ritmo mischiato a generose dosi di note. Si apprezzano in questo brano, come in tutte le tracce del vinile, la grande dimestichezza dei musicisti nel percorrere le strade del blues di Chicago, con pianoforte, chitarra, sassofono a rincorrersi, scostando la polvere dall’asfalto della strada del West Side della “Windy City” per fare spazio alla notevolissima voce della cantante. La terza traccia I Cried Like A Baby, di Nappy Brown, Lew Herman Paul David è un blues lento e avvolgente. La voce di Koko si fa appena più sfumata nell’incedere tra le classiche stanze del blues: domanda, domanda e risposta. Un pezzo, questo, che prende l’anima per portarla nel terreno, congeniale alla “musica del Diavolo“, della malinconia ma anche della consapevolezza che tutto il male può passare lasciandoci accarezzare dal canto ruvido di una vita vissuta e lottata. I Can Love You Like A Woman (Or I Can Fight You Like A Man), brano di Morris Dollison, rappresenta l’archetipo dei pezzi cantati dalle signore del blues.
Un pugno o una carezza, entrambe manifestano la forza delle blueswomen, capaci di farsi rispettare nelle difficili relazioni che talvolta le donne devono affrontare con gli uomini ma anche di grande trasporto nelle questioni di cuore. E a Koko sicuramente non manca la forza di farsi sentire e di trattare argomenti delicati con una dose di ironica consapevolezza e minacciosi avvertimenti. Il doppio battere del tempo del batterista Allison indica proprio il dualismo (?) tra amore e combattimento. La chitarra sottolinea costantemente le affermazioni del testo le cui certezze sono puntualizzate dal canto preciso di Koko Taylor. La facciata A del vinile si conclude con un brano di Willie Dixon e Patti Page, Flamin’ Mamie, un blues che si avvicina ai profumi della musica di Detroit e ricorda il ritmato incedere di variopinte note sul singolo accordo, tipico di John Lee Hooker, il sax di Locke si insinua ad inframezzare il tempo dettato dalla chitarra di Johnson e dal basso e batteria quanto mai pulsanti.
Il lato B del vinile si apre con Something Inside Me scritto da Holiday. Le tastiere di Lusk e la chitarra di Johnson si rincorrono creando un tessuto sonoro ideale per il canto di Koko. Il brano scorre piacevolmente dimostrando ancora una volta la versatilità della cantante. La seconda traccia è una composizione di Jones, Wells, Cropper, Jackson, Dunn (Booker T. & The M.G.’s), The Hunter. Pezzo fortemente ritmato nel quale brilla la chitarra di Albert Collins, lancinante nella predominanza di note alte e tirate fino allo spasimo. Koko Taylor sembra quasi voler lasciare adeguato spazio alla poetica di Collins, pur mantenendo inalterato il suo incedere roco e potente. Queen Bee, composta da James Moore, è un classico del blues di Chicago con la chitarra di Johnson sugli scudi e l’armonica di Cotton a trarre note celestiali dal rigo musicale. La classe non è acqua e James Cotton emerge in questo pezzo, quasi ad invitare Koko Taylor a cantare in totale libertà. La sensazione che lascia l’ascolto è di una totale sintonia tra i due musicisti campioni del “Chicago Style“.
I Don’t Care No More è l’unico brano firmato da Koko Taylor. Si tratta di un altro bell’esempio di boogie blues nel quale la chitarra di Son Seals si lancia in un assolo in crescendo a urlare tutta la rabbia di un popolo oppresso, condizione che spesso si riflette anche nei loro rapporti umani, a volte connotati da violenza e sopraffazione. Il vinile termina con Come To Mama di Willie Mitchell e Earl Randle, un brano dal gustoso sapore funky che conclude con la voglia di ballare e ballare ancora. Koko Taylor canta con voce più accorata che nei precedenti brani, accomiatandosi dagli ascoltatori quasi in punta di piedi, nonostante il pulsare ritmato della band. Nella storia del blues e dei suoi eroi, Koko Taylor si è ritagliata un importante e meritato ruolo di Regina, dalla voce ruggente ma capace anche di toni intensi e meditativi. Purtroppo Koko ci ha lasciato il 3 giugno 2009 a Chicago, ma la sua musica e la sua voce ci rimangono nel cuore e nell’anima, nostra e delle artiste che hanno raccolto la sua notevole eredità, tra le quali ci piace ricordare Zora Young, Jo-Ann Kelly, Bonnie Raitt e Linda Valori.

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