Kiss: “Kiss” (1974) – di Claudio Trezzani

Se non conoscete la musica dei Kiss, rimediate iniziando da questo primo disco, indispensabile per capirne la grandezza. Se li conoscete, beh… rock and roll all nite and party every day!” Ancora oggi, 41 anni dopo, questa band di New York City fa breccia nei cuori rockettari di grandi e piccini. I Kiss nella loro storia, cominciata con “Kiss” (1974) per la Casablanca Records, hanno trasceso i generi. Sono hard rock, sono glam, sono blues, sono funk, sono disco, sono pop? No, questi musicisti mascherati sono una grande rock band nel senso più pieno del termine. Certo è forte l’appeal commerciale, uno spirito da “party all night”. Icone di quel mondo basato sul “sex drug and rock and roll”, che negli anni 70 era in voga soprattutto negli States. Una band che già da questo esordio, grezzo ma convincente, mette in chiaro il talento che possiede, un’ottima tecnica e la voglia di divertire il mondo. La scelta di mascherarsi fu probabilmente la miccia che incendiò il mondo del rock dei primi anni 70. Ai tempi, la band era formata dall’istrionico bassista Gene Simmons (The Demon), dal chitarrista Ace Frehley (The Spaceman), da Paul Stanley (The Starchild) sempre alla chitarra, e Peter Criss (The Catman) alla batteria.
Quattro personaggi destinati ad accompagnarli per (quasi) tutta la loro carriera. La band inizia con
 alcuni demo, il più famoso dei quali è quello registrato agli Electric Ladyland Studios di New York (gli studi di Hendrix, per intenderci) il 13 marzo del 1973. Questo demo già conteneva pezzi che sarebbero stati il cardine del loro esordio. I Kiss firmano un contratto con la Casablanca Records e nel febbraio del 1974 danno alle stampe il loro esordio omonimoRegistrato ai Bell Sound Studios, sempre nella “Grande Mela”, nell’autunno del 1973, con la produzione sapiente di Kenny Kerner e Ritchie Wise, il disco pone le basi per quello che diventerà il loro marchio di fabbrica, un sound granitico ma divertente, grondante di assoli fumiganti, con quel basso che sarà ispirazione per decine di musicisti, e che dal vivo trasformerà per sempre il mondo della musica. I loro concerti saranno spettacolo per le orecchie, ma anche e soprattutto per gli occhi, cosa inusuale fino ad allora. Il disco si apre con il riff irresistibile di Strutter, sorretto dalla precisa batteria di Criss, e dalle voci potenti e molto alte, ma è il suono del basso il più innovativo e mai sentito, il suo incessante pulsare non è solo ritmo e non va sempre a braccetto con la batteria, ma inventa linee e diventa protagonista. I testi lasciano spazio a varie interpretazioni, più o meno velate allusioni al sesso anale.
Nothin’ To Lose, col suo rock and roll da ballare e ballare, con i cori e lo splendido lavoro alla chitarra di Frehley non lascia scampo. Il fiume aveva rotto gli argini e l’inondazione avrebbe avvolto il mondo. Che dire di Firehouse? I riff graffiano l’aria, e le voci di Stanley e Simmons non mollano mai. Una canzone che poi diventerà dal vivo ispirazione per lo sputafuoco (reale) di Gene Simmons, una delle tante trovate che resero le loro esibizioni “a must see”
Cold Gin si apre con un entusiasmante riff di chitarra che ha una freschezza che lo rende attualissimo, nonostante i limiti delle tecnologie di registrazione dell’epoca nella resa del sound. Ma sono la ritmica e la voce infernale” di Simmons il segreto: talento e visione d’insieme, stacchi e ritorni, che avremmo trovato nel rock solo anni e anni dopo. Un talento da non sottovalutare, come fecero invece i critici, abbagliati dai lustrini e dal sangue finto sputato sulla folla.
In questo disco, i Kiss stavano già affilando le unghie per i successivi lavori.
Dopo il brano più duro, ecco Let Me Know, col suo incedere solare e leggero, rock and roll da classifica, e le voci dei due leader a interscambiarsi, senza sfigurare mai. Anche come cantanti, prestazione da incorniciare. Il pezzo si chiude con un assolo spettacolare e fulminante sullo sfumare della canzone, per poi lasciare iniziare uno dei due pezzi voluti dalla casa discografica, Kissin’ Time, per pubblicizzare il disco in giro per gli Stati Uniti. Un pezzo inutile, suonato e registrato senza cuore o carattere, una cover davvero brutta di un pezzo degli anni 60, unico passo falso di un esordio coi fiocchi. Deuce ci risveglia dal torpore con un riff magico e quel basso che ti entra sotto la pelle, la batteria dà lezione di ritmo e personalità ai posteri, le chitarre non sono da meno. Lezione di rock alla Kiss. Capolavoro. Altro esperimento voluto dalla casa discografica la strumentale Love Them from Kiss, suonato bene e divertente, anche se abbastanza inutile e non originalissimo.
Tutto viene dimenticato e perdonato con l’incipit di basso di 100,000 Years, un brano che segnerà la vita di bassisti e batteristi di tutto il mondo nei loro garage. Hard rock alla massima potenza, con la voce di Stanley incastonata alla perfezione, è così che si canta il rock! Se pensate che la chitarra sia in secondo piano visto quello che si è appena detto vi sbagliate, l’assolo è da far cadere la mascella, gemma vera. Il lavoro, grezzo sì ma eccezionale nel suo innovativo sound, si chiude con la stupenda Black Diamond, cantata dal batterista, Criss, il quale ci dimostra come nessun elemento della band sia un cantante mediocre, anzi. Il riff è al solito un coltello che taglia gli amplificatori, le ritmiche serrate segnano il passo, strizzata d’occhio al commerciale con i cori e l’intro arpeggiata, ma poi spazio solo per serrato e divertentissimo hard rock, assoli e tanta passione.
Un esordio che ha segnato per sempre il mondo della musica rock, ha ispirato, ha segnato la via, ha stupito e ha divertito milioni di fan in tutto il mondo, come pochi altri nella storia. Un disco che sarà seguito da altre pietre miliari, incluso un album dal vivo che diventerà uno dei più belli di sempre, un lavoro che darà il via ad una delle carriere più leggendarie della musica rock, che fra alti e bassi e nuovi membri è arrivata fino a noi. Sono passati 41 anni ma il graffio, pieno di fuochi d’artificio e lustrini, del rock di questi quattro ragazzi di New York, ancora allieta i nostri giradischi, fra maschere di demoni e di uomini dello spazio.

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