Kirill Serebrennikov: “Summer (Leto)” (2018) – di Nicola Chiello

Per vedere il film sono andato al cinema per due volte: la prima, oltre a me, in sala c’erano un paio di persone, la seconda forse cinque. Il risultato della somma di queste due cifre probabilmente equivale al numero di persone in Italia che prima di venire al cinema conosceva i Kino di Viktor Coj e gli Zoopark di Mike Naumenko: due artisti che se prima di morire avessero saputo che nel 2018 sarebbe uscito un film di respiro internazionale su di loro difficilmente ci avrebbero creduto. “Summer (Leto)”, uscito nelle sale italiane il 15 novembre di quest’anno, la cui locandina sembra promettere un ennesimo film su rock e cotte estive, sulla scia della pellicola di due anni fa “Sing Street”, si basa sulle memorie di Natalya Naumenko, moglie del leader degli Zoopark ma, rapita dal fascino di Viktor, giovane poeta in cerca di un maestro che trova nella figura quasi paterna di Mike, affermata rockstar dell’underground di Leningrado nei primi anni 80. E’ estate, sono tanti i punk in spiaggia che ballano intorno a un falò mentre Mike, Vik e Leonid (compagno di Vik) suonano la chitarra e cantano in russo, anche se tutta questa spensieratezza può ingannare, questo non è un film solare, è girato in bianco e nero, ambientato nella società opprimente di “Un’Inghilterra di cartone nella palude baltica… Non è inglese, non è americano, non è sovietico, è un altro mondo ancora”. Per dipingere il panorama musicale di quegli anni 80, religione di quella generazione di disadattati figli della guerra fredda e del comunismo morente, il regista Kirill Serebrennikov adotta una colonna sonora efficacissima che accompagna i magici momenti “mai successi” del film, che lo fanno diventare a tratti un musical: il punk per antonomasia del gruppo, una sorta di Sid Vicious russo, che nel film ci viene presentato appunto col nome di Punk, semina il chaos con gli altri ragazzi in un treno mentre i personaggi cantano, alternandosi, Psycho Killer dei Talking Heads; Viktor e Natalya attraversano i bassifondi di Leningrado su un tram i cui passeggeri intonano le note della canzone di Iggy Pop, indovinate quale… Per tutta la durata del film, due ore abbondanti che trascorrono tutte d’un fiato, il personaggio di Mike, a cui è impossibile non affezionarsi per quella sua indole pacifica, carismatica e sognante mentre pensa alle parole per un blues o guarda tutti i dischi che ha accumulato nella sua vita ci accompagna, dall’inizio alla fine, al successo dei Kino, con l’apice poetico che si raggiunge proprio nell’ultima scena con la canzone дерево (albero). “Ho piantato un albero, / ma non sopravviverà più di una settimana… / So che in questa città è condannato”. Nell’estate di pochi anni dopo le vicende narrate nel film, il 15 agosto del 1990, Viktor Coj farà la stessa fine di uno dei suoi idoli, Marc Bolan, schiantandosi con la macchina contro un autobus. Nell’auto, sorprendentemente intatte, verranno trovate le registrazioni vocali che sarebbero state usate per realizzare l’ultimo album dei Kino, senza titolo e con una copertina nera, a concludere un’avventura musicale durata quasi un decennio scaturita dalla frustrazione del non sentirsi punk, non sentirsi rock’n’roll (sintomi del nascente post-punk), fatta di chitarre acustiche, drum machine e sogni occidentali.
We were in a small cafe / you could hear the guitars play / it was very nice / it was paradise.

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