king Crimson: “Red” (1974) – di Andrea Ianez

Cinque passi… appena cinque passi definiscono la distanza tra i suoi piedi che si contorcono in modo spasmodico e la piccola sedia con le gambe affondate nel candore invernale, dalla quale lo osservo in silenzio. Dall’auto parcheggiata poco distante arriva il ritmo sincopato dell’album “Red” (1974) dei King Crimson, il nostro disco. Non ho voglia che finisca tutto, che rimpicciolisca un momento grande di quelli che anche il tempo si ferma a guardare ma so che l’eternità risiede nella fine e dovrò alzarmi, così che in pochi passi la poesia e la morale si perderanno in un riassunto in prosa. Angel, seconda traccia del disco, era il brano che più ti prendeva, quando lo ascoltavi ti estraniavi ed eri felice. Essere felici con una canzone è una qualità, significa essere speciali. La neve dilata il sangue che sbiadisce allontanandosi dalla sorgente, diventando rosa pallido nei contorni esterni. Il freddo rallenta il flusso della vita, la morte ha gli occhi chiusi, la testa rivolta al cielo e una dolcezza così surreale da sembrare umana. Quante volte sono venuto ad osservare il paese dalla rupe. All’alba, i pini vicini allo strapiombo iniziano a proiettare due ombre, queste si allungano e, verso le undici e trenta, arrivano fino alle prime case, creando un corridoio che tutti attraversano inconsapevolmente.
Noi lo sapevamo e in auto ci prendevamo la mano pensando a quanti poveretti facevano la nostra stessa strada senza darle l’importanza che meritava, senza vederne l’anima e il potenziale, quei poveretti che sarebbero tornati privi di un racconto, senza alcuna leggenda misteriosa da tramandare ai posteri. Il disco dei king Crimson è perfetto, è stata la nostra colonna sonora e lo è ancora, in questo ultimo atto di una commedia drammatica con un finale inaspettato. Il sangue si è fermato, è cristallo adesso e lui rantola mostrandomi la sofferenza, rantola per scurirmi il paesaggio e i pensieri, dovrei punirlo ma non sono così e aspetto che smetta da solo, il dolore gli farà perdere i sensi. Voglio stare ancora con te, sognarti e dedicarti ogni goccia di questo momento attraverso i miei occhi. Avevo capito come si ama, avevo imparato ad essere peggiore perché i migliori ti annoiavano a morte. Avevamo lottato assieme contro i giudizi e gli sguardi disturbati dei “giusti”, ci piaceva vivere una stagione e lasciare gli anni a chi voleva invecchiare, ci piaceva aspettare che l’autobus superasse la fermata per rincorrerlo gridando dietro all’autista e se non si fermava si provava con quello successivo, volevamo rompere la monotonia, gli schemi e dare colore alle necessità. Una vita rock con l’imprevedibilità del jazz, una vita progressive: così la volevi e forse per questo i king Crimson si sposavano perfettamente con ogni momento del nostro amore.
Mi mancano i discorsi visionari in compagnia del vino, mi manca sentirti pronunciare il mio nome, l’ultima volta che lo hai fatto soffocavi nei tuoi stessi respiri mentre con le mani cercavo di tenerti fermo il cervello che spingeva per uscire dalla testa. Come se la corrente ti stesse attraversando hai iniziato a vibrare sempre più forte, la schiuma bianca dalla bocca, gli occhi strabuzzatistravolti, le dita girate al contrario e la bellezza si scioglieva nel mio pianto disperato, nelle richieste di aiuto rivolte ad un pubblico in cerca di spettacolo che ci guardava in piccolo immortalando la cronaca, sfidando il buonsenso, la pietà e la ragione, alimentando pensieri di vendetta di chi ti voleva bene. La morte mi si è seduta accanto e mi consola sfiorandomi con il dorso delle dita la pelle della schiena, un brivido mi entra dentro senza chiedere permesso, intrufolandosi fin sopra il collo dove la sera ti poggiavi con la testa per concludere la giornata senza rimpiangere niente. Il sangue sul manico dell’accetta si sta seccando rapidamente, lui è svenuto ormai da buoni trenta minuti ma i rantoli non smettono, le dita staccate sono di fianco alla sua bocca che caccia vapore e non scuriscono, mentre le labbra iniziano a tingersi di viola. La rabbia è finita da un pezzo.
Il tizio che ti ha ucciso l’ho incontrato in carcere, sono andato a trovarlo e si è messo a piangere, dice che non voleva farlo ma non ha importanza, piangeva anche mentre gli cadeva il piede di porco di mano dopo averti fracassato il cranio. Era la prima volta che tentava una rapina, si è visto accerchiato, il panico si è impossessato dei suoi movimenti e ha colpito affidandosi ad un caso che alcune volte è così stronzo da far vacillare il mio ateismo.
Il giorno dopo eri finito sul giornale, non sulla prima pagina, in una notizia al interno che ipotizzava vari moventi per far presa sui cercatori di sensazioni e angoscia. L’evidenza dell’azione, dei fatti, il tentativo di derubare il supermercato da parte di un comune testa di cazzo armato di mazza di ferro tra le mani e alcool in corpo non erano sufficienti, non erano abbastanza scenografici. Gli aggettivi ripetuti nei vari articoli per catalogarti tra i diversi spiccavano nella notizia e mettevano in testa alla gente che non era morto uno a caso, eri morto tu. Gli aggettivi usati per catalogare nonsono mai efficaci, distolgono l’attenzione da ciò che siamo, servono a separare qualcosa che nasce nello stesso identico modo, gli aggettivi per catalogare sono sempre al servizio di qualcuno che ne trae profitto. “Red” è arrivato quasi al termine, come tutto il resto. Appena cinque passi definiscono la distanza tra me e i suoi piedi, cinque passi difficili da compiere per un finale dovuto alla latitante: “conseguenza”. Fermati ti prego. Non volevo, non volevo”.
Ha ripreso i sensi, mi chino su di lui e gli bacio la fronte senza dire niente.
Se avessi avuto un credito con ogni persona che mi ha detto: “non volevo” adesso sarei ricco, sentirselo dire troppe volte rende indifferenti, come è indifferente questo mondo vittima del benessere. Lancio la doppia corda di canapa sul ramo più alto dell’albero, su quello a picco sullo strapiombo, recupero il capo sporgendomi e creo un cappio perfetto. Guardo l’orologio – sono le dieci e trenta – e torno a sedermi: devo aspettare ancora.  Lui si lamenta, ha paura adesso che non è protetto dalla riservatezza dello schermo, adesso che le parole hanno un proprio peso specifico, adesso che le dita che ti hanno insultato sono sparse sulla neve come cibo per i piccioni. Avevo letto: “Uno in meno…”. Restava li, scritto sotto l’articolo postato in rete, “un parassita, una merda in meno”. L’ho guardato per due anni, ogni giorno, appena sveglio e prima di andare a dormire, aspettando che qualcuno togliesse quelle parole, aspettando che qualcuno pensasse a me, al mio dolore e alla tua dignità. È un mondo brutto, non volevamo crederci ma è così, è un mondo che crea mostri e poi fa finta di combatterli come se non fosse responsabile. È un mondo che muore rivolgendo la rabbia e la paura dalla parte sbagliata, dalla parte più semplice, verso chi non ha scuse che valga la pena considerare, perché non ha nulla per cui scusarsi. Tu eri bello, lo eri per me, almeno, e del resto cosa poteva interessarmi? Sono le undici e quindici minuti. Cinque passi mi separano da chi ha riso della tua morte, da chi ha fatto ridere altri della tua morte. Quattro passi mi separano dai lamenti del cinismo. Capisce che è finita, i lamenti si fanno urla, stringo bene il cappio tra le mani perché deve funzionare. Tre passi e torni da me per riscaldarmi il cuore e rompere l’involucro nel quale ho chiuso le emozioni. Ho paura !!!
Due passi e lui cerca di strisciare via come evidentemente è solito fare, ma non qui: dalla realtà non si scappa. Un passo, gli tiro la testa indietro per i capelli piantandogli un ginocchio dietro la schiena, il cappio è attorno al collo, sono le undici e venti. Tiro l’altro capo della corda più forte che posso, non mi volto, sento che si solleva da terra, si agita. Faticando, con gli scarponi che affondano nella neve arrivo al terzo albero alle spalle della rupe, faccio un giro attorno al tronco, la morte mi tiene le spalle, fisso la corda con un nodo sicuro. Inizia a nevicare piano, riprendo la sedia e la ficco in auto, mi avvio verso il paese affrontando i tornanti con il pianto che mi appanna la vista. In lontananza si sentono suonare dei clacson, dopo pochi minuti delle sirene coprono ogni altro rumore. Incrocio l’auto della polizia, quella dei carabinieri, ambulanza, il nostro corridoio che arriva alle prime case del paese si è tragicamente rivelato a tutti. La gente è scesa dalle vetture, la giusta espressione è sui volti impauriti, l’ombra penzolante al centro della strada ha creato un largo passaggio, nessuno vuole essere toccato dall’orrore che il sole ha proporzionato all’entità del dramma. Passo lentamente, attraverso la folla immobile, persa in una empatia che pareva smarrita nelle stanze virtuali. Parcheggio sotto casa nostra, la casa dove il tuo odore non è mai svanito e i ricordi sono limpidi, vivi, tangibili.
Tiro fuori la piccola sedia e trascinandola per lo schienale entro dentro. Il suono del vinile dicevi che era un’altra cosa, avevi un orecchio diverso dal mio che invece non percepisco differenza con qualsiasi altro supporto. Faccio girare Starless, il mio brano preferito dell’album, ora è il mio momento, il mio saluto a tutto questo schifo. Il cappio è appeso ad una trave in legno, l’ho fatto ieri notte, posiziono la sedia, ci salgo sopra cercando di non perdere l’equilibrio, mando un saluto al nostro bacio più caro incorniciato sulla parete del caminetto. Domani gli speculatori parleranno di un assassino, di un gesto furioso e spietato, minimizzeranno sulle motivazioni, sul peso delle parole e la responsabilità che si assume chi le pronuncia.
Tramonto di un giorno abbagliante, Oro che mi attraversava gli occhi, ma i miei occhi si rivolsero in dentro. Vedendo solo una notte senza stelle e nera come la Bibbia”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: