King Crimson: “In the Court Of the Crimson King” (1969) – di Fabrizio Medori

Universalmente noto come primo capolavoro del suo genere musicale, tenne a battesimo la musica prog, insieme al primo disco degli Yes e a “Stand Up”, secondo disco dei Jethro Tull (il cui esordio, “This Was”, dell’anno precedente, è riconducibile più al blues rock che al prog). “In the Court Of the Crimson King: an observation by King Crimson”, a differenza dei lavori suoi contemporanei, racchiude già, al suo interno, tutte le caratteristiche del nuovo genere musicale, superando di getto tutte le limitazioni imposte fino ad allora dall’industria discografica. Se fino a quel momento c’era stata una costante e inesorabile maturazione della “forma canzone” pop, alla nascita dei King Crimson si assiste ad un rapido superamento di  quei canoni che avevano fatto la fortuna del mercato discografico in tutti gli anni 60. Tutte le convenzioni dell’epoca vennero spazzate via in tempi brevissimi, la durata del singolo brano si stava rapidamente dilatando fino a rendere quasi inutilizzabile il supporto singolo a 45 giri; la tipica strumentazione chitarra – basso – batteria – tastiere era sempre più spesso rinforzata da flauti, violini ed altri strumenti ad arco. a fiato e a percussione, senza considerare l’esplosione dell’utilizzo dei sintetizzatori e dei loro suoni inediti ma, soprattutto, le fonti musicali di ispirazione avevano inesorabilmente sfondato i confini del jazz e della musica colta, ampliando a dismisura la tavolozza dei colori e degli stili utilizzabili nella musica rock. A partire dalla nascita dei Beatles e fino a quando questa forma musicale non ha raggiunto lo status di “opera d’arte”, nella musica giovanile – concetto fino a pochissimi anni prima inedito e tutto da esplorare – l’unica forma plausibile, la canzone, aveva subito pochissimi tentativi di superamento e con “In the Court” Robert Fripp la usa a suo piacimento, stravolgendola e inventandosi nuove possibilità espressive. Già dall’inizio, Fripp è la mente del progetto, e più che dai suoi colleghi musicisti riceverà la maggior parte del contributo creativo dal poeta Pete Sinfield, autore dei testi e del light-show e membro a tutti gli effetti del gruppo. I King Crimson nascono da un bizzarro progetto discografico dell’anno precedente, “The Cheerful Insanity Of Giles” (Giles and Fripp), nel quale Robert Fripp e i fratelli Mike e Peter Giles davano spazio alla loro perizia strumentale e al loro “sense of humour” tipicamente inglese. In quello stesso periodo, deluso dallo scarsissimo successo dell’operazione, il bassista Peter Giles abbandonò il progetto, sostituito da Greg Lake, mentre Ian McDonald si era unito al gruppo con il suo carico di fiati e tastiere. Sinfield compose una piccola storia, epica e psichedelica al tempo stesso, che vedeva contrapposti il mondo reale, sempre più alienante, ed un immaginario regno in cui il sovrano, il Re Cremisi, offriva ai suoi sudditi un grandioso nuovo mondo, permeato da visioni e atmosfere magiche e sognanti pronte, però, a trasformarsi in incubi ancora più spaventosi del mondo da cui l’ascoltatore cercava di fuggire. Superando la logica del brano singolo, il disco contiene soltanto cinque brani che, però, hanno sempre uno sviluppo complesso e una durata che va dai sei ai dodici minuti, contenendo spesso al loro interno parti strumentali sperimentali. Si comincia con 21st Century Schizoid Man, vero e proprio manifesto programmatico dei King Crimson e un po’ di tutto il movimento Prog. Le caratteristiche essenziali del brano sono l’uso della voce distorta e l’influenza di jazz moderno e hard rock, che portano ad una serie di stop improvvisi, ripartenze fulminee e cambi di tempo. Il testo, descrivendo le angosce dell’uomo contemporaneo, è pieno di riferimenti alla società e alla politica, citando esplicitamente il napalm, utilizzato dalle truppe americane durante la guerra del Vietnam e che qui diventa una perfetta metafora della violenza e della crudeltà umane. Particolarmente efficace risulta il contrasto tra questa atmosfera claustrofobica e paranoica e quella rappresentata nel secondo brano, I Talk To the Wind, nel quale l’atmosfera si fa subito eterea e sognante, grazie soprattutto ai ricami dei flauti di McDonald, protagonisti per tutto il brano. Altrettanto geniale è l’accompagnamento sui piatti di Mike Giles, fortemente influenzato dal jazz contemporaneo, perfetto per mettere in risalto le parti strumentali e per enfatizzare il testo, melanconica presa di posizione di un disilluso spirito ribelle. L’ultimo brano del primo lato dell’Lp, Epitaph, parte con un’imponente rullata di timpani, che introduce un inimitabile arpeggio di chitarra e procede con un andamento lento e maestoso, mentre la voce non più così poetica come nel brano precedente, ci mette in guardia sui pericoli che il nostro mondo corre e dal quale, forse, potremmo salvarci trasferendoci nel regno fatato del monarca scarlatto. Il secondo lato del disco è composto soltanto da due lunghi brani il primo dei quali, Moonchild, descrive il futuro che l’autore aveva sognato,  un mondo delicato e sognante cullato da una melodia ampia e coinvolgente nata dalla stretta interazione tra il Mellotron e la chitarra elettrica, alla quale si sovrappone una delle più eleganti e raffinate linee vocali di tutta la storia del rock. La conclusione del disco è affidata a In the Court Of the Crimson King nella quale, finalmente, i King Crimson ci proiettano nel nuovo mondo, lungamente aspettato e vagheggiato. Non si tratta di un paesaggio bucolico e quieto, ma di una visione piuttosto allucinata di un ambiente medievale, popolato da re, regine, cavalieri e streghe, in un’esplosione musicale maestosa e ricca di pathos. Come nel brano iniziale le influenze musicali cambiano in continuazione dando spazio ad una miriade di spunti diversi, ad un susseguirsi di ambientazioni sonore sempre geniali e affascinanti. La straordinaria grafica che accompagna il disco, opera dello sfortunato Barry Godber, morto giovanissimo pochi mesi dopo la pubblicazione  del lavoro, prende ispirazione proprio da quest’ultimo brano, traducendo in immagini la drammatica tensione tra un presente angosciante e un futuro del quale non si conosce la natura. Come spesso succede, gli inventori di un genere musicale hanno una marcia in più ma, in questo caso possiamo tranquillamente asserire che questo disco, senza il quale non potrebbe esistere tutta la musica progressive, impone a tutti i musicisti rock degli anni 70 uno standard qualitativo che pochi riusciranno ad avvicinare. Questo è uno di quei dischi che, al pari di “Andy Warhol’s Velvet Underground” o di “Never Mind the Bollocks” ha cambiato il modo di concepire la musica per intere generazioni di musicisti, tracciando un solco dal quale, per moltissimi, è stato difficilissimo uscire.

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