Kim Ki-Duk: “Pietà” (2012) – La Firma Cangiante

Il Cinema di Kim Ki-Duk con “Pietà” diventa maggiorenne; come sottolinea in apertura di film lo stesso regista, questo è il diciottesimo “lungo” dell’artista proveniente dalla Corea del Sud. Vincitore al Festival di Venezia nel 2012, per questo film si sono spesi molti accostamenti al simbolismo di matrice cristiana. Certo, la locandina del film con i due protagonisti ritratti in una posa che richiama molto la Pietà di Michelangelo e il fatto che amore e sofferenza siano i due elementi chiave all’interno di una vicenda che vede sotto i riflettori una madre e un figlio (che poco hanno però del Cristo e della Vergine), possono aver dato origine ad argomentazioni ovvie da sostenere. A mio avviso poco c’è di tutto questo nel film di Kim Ki-Duk se non a un livello superficiale o addirittura promozionale (ritornando alla locandina del film). Più centrale invece è il tema del capitalismo spinto e della disumanizzazione alla quale questo fenomeno porta; così come in maniera molto più ovvia, è facile accogliere per “Pietà” la definizione di revenge movie, cosa che il film di Kim Ki-Duk è a tutti gli effetti. Il regista ci trascina in quello che sembra essere un vero inferno di povertà all’interno dei quartieri popolari di Seul, un’ambientazione che se non arriva agli estremi dell’ibridazione tra uomo (carne) e progresso (macchina) già esplorata in maniera estrema da altri – Shynia Tsukamoto con “Tetsuo” ad esempio – tratteggia un’umanità prigioniera di quella che sembra essere una piccola industrializzazione ormai sorpassata e incapace di produrre sostentamento, perché di fisico non è rimasto nulla: rimane invece l’astratto, il concetto, la finanza, i soldi“ma che cosa sono i soldi?”. Così l’essere umano, schiacciato e anche grottesco nella rappresentazione di Ki-Duk, ricorre al prestito, all’usura, andando incontro a condizioni troppo stringenti e a una rovina fatalmente certa. Kang-Do (Lee Jung-jin) è un trentenne violento che lavora come riscossore di crediti per conto di un usuraio che applica tassi del 1000%, durante le sue giornate nei poverissimi quartieri di Seul Kang-Do fa visita ai vari debitori dell’usuraio storpiando quelli incapaci di pagare quanto dovuto in modo da poter recuperare i soldi direttamente dall’assicurazione che interverrà a coprire i vari “infortuni”. Un giorno Kang-Do incontra una donna che inizia a seguirlo, dopo un primo brusco confronto questa confessa al giovane di essere sua madre (Cho-Min Su). La donna si prostra al ragazzo confessando di averlo abbandonato da piccolo e prendendo su di sé tutte le responsabilità per quel che Kang-Do è divenuto in età adulta: un uomo solo e violento, formatosi in malo modo a causa dell’assenza delle figure genitoriali. Dapprima riluttante, Kang-Do si convince pian piano di come quella donna da poco incontrata sia davvero sua madre. Questo incontro cambierà la visione della propria vita al ragazzo che inizierà a interrogarsi sulle conseguenze dei propri gesti, colpito anche dall’incontro con un giovane padre (Gwon Se-in), pronto a farsi tagliare entrambe le mani pur di avere più soldi dall’assicurazione in modo da ripagare il suo debito e avere ancora denaro per mantenere il suo primogenito in arrivo. L’amore di questo futuro padre per il figlio sarà un ulteriore colpo che farà vacillare tutte le convinzioni di Kang-Do, che metterà in discussione l’intera sua esistenza. “Pietà” mescola uno scenario e alcune situazioni durissime al comportamento grottesco di esseri umani ormai privi di dignità. Una delle scene più riuscite ci mostra come la Seul del capitale, fatta di grattacieli ed edifici moderni, stia schiacciando anche fisicamente i vecchi quartieri operai nei quali ormai la vita non ha più nessun valore e spesso neanche significato. Oltre al tema dello sfruttamento e quello dell’abiezione delle derive del sistema del capitale, esce in maniera forte all’interno di “Pietà” anche il filo narrativo del revenge movie che qui non voglio approfondire troppo per evitare anticipazioni a chi ancora non avesse visto il film. Se la messa in scena da parte di Kim Ki-Duk non sempre è equilibrata, “Pietà” si rivela un film dai contenuti molto interessanti su più di un livello; da non sottovalutare l’evoluzione studiata per il personaggio di Kang-Do, che subisce una crescita forzata nel giro di pochissimo tempo. Il film assesta diversi colpi bassi: alcuni sviluppi si possono intuire, soprattutto se si è prestata la giusta attenzione alle sequenze iniziali del film… ma quando il cerchio si chiude tutto sembra aver funzionato al meglio. Da sottolineare l’interpretazione intensa, sempre ottima, di Cho-Min Su, protagonista di alcune sequenze a livello psicologico molto forti e disturbanti. I contenuti sono di quelli che colpiscono, il Cinema di Kim Ki-Duk è molto lontano da quello occidentale al quale siamo più abituati ma, come spesso accade, andando a pescare in filmografie a noi lontane, si ha la possibilità di recuperare ottimo materiale e di fermarsi a pensare, o almeno valutare, realtà diverse dalla nostra ma in fondo afflitte da problematiche comuni.

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