Kid Zero: “Universo” (2020) – di Francesco Picca

La fortuna di avere un ventenne che circola per casa sta nel farmi contaminare, inevitabilmente, con sonorità, generi e stili musicali che altrimenti non andrei mai a ricercare e ad ascoltare. Accade quindi che mi trovo costretto mio malgrado ad abbandonare temporaneamente l’alveo rassicurante, alquanto nostalgico e polveroso, dell’antologia discografica propria di un cinquantenne, brulicante di front man truccati come “drag queen” e di chitarristi a petto nudo che sfasciano chitarre dopo sette minuti di pentatoniche struggenti. Il terreno in cui mi sono fatto condurre per mano è quello dell’hip hop che, come afferma Paola Zukar, pilastro del panorama rap italiano e firma storica della rivista Aelle, è “una decodifica della realtà in senso artistico”. Il rap, una delle quattro discipline dell’hip hop, figlio dell’estro creativo di Dj Kool Herc, già padre del “break”, rappresenta oggi un fenomeno di portata globale. La prossimità geografica mi ha permesso di incrociare un emergente del genere, anch’egli poco più che ventenne, e di approfondire insieme a lui la conoscenza di un universo complesso e caleidoscopico che racchiude alcune interessanti sacche di qualità. “Universo” (2020) è proprio il titolo del primo album indipendente di Kid Zero, figlio della Valle d’Itria, una terra che lui non perde mai occasione di nominare e di rivendicare come “inizio” del tutto.
“Oggi ho scritto un pezzo / è il mio universo” è il refrain della titletrack.
È un testo costruito attorno alla metafora della musica e dell’ispirazione artistica. In esso ricorre il concetto della ricerca delle parole per poter esprimere la mia visione, per raccontare il mio percepirmi in questa dimensione di vita e il mio tendere alla “bellezza” intesa come valore artistico. Mi rendo conto come, dai miei testi, emergano tutte le difficoltà proprie di un ventenne impantanato in una società frivola, disattenta, affannata in una corsa per me a volte incomprensibile; proprio per questo motivo non nascondo il mio disagio nel riuscire a sintonizzarmi a fatica con il modus di una comunità abituata a “misurare” senza “capire”.
Pieno d’odio è una traccia che affronta di petto proprio le distorsioni della società contemporanea… facci capire meglio.
Il testo è appoggiato su un beat che definirei ansiogeno, costruito per trasferire le sensazioni di un nuovo Cristo che prova a metter mano a questo mondo e che fa spallucce di fronte ad una situazione ribaltata, rispetto ad una società che pompa l’ego e l’individualità alimentando unicamente il profitto e l’indifferenza.
“Antistaminici per antipatici MC’S” è un passaggio chiave del testo di Primavera in cui, con grande ironia e intento pacificatorio, provi a spiegare le differenze stilistiche e concettuali all’interno di un panorama, quello hip hop, ampio e complesso.
Il mercato del rap in Italia attualmente è molto forte, ma la cultura hip pop, di matrice black, non è pienamente compresa; in altri paesi europei, invece, come ad esempio il Belgio, la Francia e la Germania, questo genere è arrivato prima e si è radicato in maniera più forte nel tessuto sociale anche grazie ad una maggiore componente multietnica. La saturazione eccessiva del mercato musicale “urban” si spiega con la voglia spasmodica del fruitore medio nel voler imitare il rapper di turno, il tutto a discapito della qualità del prodotto. In Italia, se con la tua musica provi a dare un’impronta più “black”, fai più fatica ad essere compreso. Mettiamola così: nel regno incontrastato degli “amici di Maria”, la striscia notturna sulla pittura del 500 fa meno numeri. Il titolo
Primavera richiama, in termini storici, quei momenti di rinascita che hanno attraversato tutte le grandi culture; insieme al team di produzione creativa di “Universo” abbiamo voluto concederci la nostra “primavera”, il nostro momento di rivolta rispetto alle tendenze attuali.
Come si è sviluppato questo progetto?

Ho scritto tutti i testi nei mesi di ottobre e novembre 2019, ad eccezione di Universo che è invece una lirica partorita tra i banchi di scuola nel 2017. Il produttore esecutivo è Toorbo Yamabushi, classe ’79, membro storico del collettivo Pooglia Tribe; nel suo studio abbiamo lavorato alla parte strumentale del disco riprendendo, fra gli altri, alcuni beat nati tra le mura della mia stanza in collaborazione con Osnotfound. La strumentale di Corri, ultima traccia del disco, è stata prodotta da me e da Anatema, mio amico storico e tecnico di mix dell’intero progetto. Il master è stato curato da Adma presso il Sound Gate Studio di Lissone, in provincia di Monza. È presente un unico featuring, Silvia River, che ha colorato la traccia ZM con la sua splendida voce. Gran parte del lavoro grafico è stato curato da Geensang, mio amico nonché coinquilino. Lo scatto della cover è stato realizzato da Giusand Art, mio padre.
La centralità del linguaggio è tipica del genere. Come concepisci i tuoi testi?
Studio comunicazione, una scelta che ha risentito del mio modo di intendere tutte le forme di linguaggio. La comunicatività è l’asse rotante della mia attitudine alla vita, del mio approcciarmi alle persone. Nas diceva “Keep it real and rappresent”, sii reale e rappresenta; a questa filosofia si ispira la mia scrittura che non è caratterizzata da una ricerca assillante dei termini, bensì è lineare e diretta, impregnata di una naturalezza quasi gergale. La genesi dei miei testi è immediata, istintuale e spesso si esaurisce nel volgere di una mezz’ora. Quando scrivo utilizzo la tecnica dell’elencazione, per cui ad ogni verso corrisponde un’immagine; la mia passione per il cinema stimola il mio universo filmico e mi fa concepire i pezzi come fossero delle pellicole.
Come si incastra la musica con le tue parole?
Non scrivo mai un testo senza prima aver prodotto il beat. Solitamente ho un ritmo nella mia testa e pertanto costruisco il tappeto delle batterie, taglio i sample e suono nuovamente il tutto con il controller MPD. Su questo scheletro sonoro appoggio le parole. Non essendo un musicista mi faccio aiutare negli arrangiamenti. La collaborazione con altri artisti per me è fondamentale: intendo la musica come uno scambio e ritengo inevitabile il coworking. Sono fortunato nell’avere alle mie spalle un team di produzione creativa molto professionale, affiatato, accomunato dal valore dell’amicizia.
ZM presenta sonorità tipicamente anni 2000.
Si, io e Silvia siamo figli di quegli anni. In questo pezzo ripercorro alcune vicende della mia infanzia rievocando sensazioni, odori, sapori, come in una visione onirica. Coerentemente al testo le sonorità si rifanno all’hip hop/RnB tipico di quegli anni e riproducono un’atmosfera conviviale, confidenziale, come fossimo appoggiati al bancone di un bar.
Hangover sembra un manifesto della tua generazione: la “tipa”, la notte, il ritorno a casa all’alba. Anche il linguaggio ne risente. Voluto o dovuto?  
Tempo fa ho scritto un pezzo intitolato Nella mia stanza buia, in cui si narra di un amore non corrisposto da parte della “tipa”. In Hangover provo a consumare una sorta di vendetta, tagliando corto rispetto ad ogni eventuale coinvolgimento sentimentale. In realtà, alla fine della storia, i due protagonisti si innamorano. Posso dire che questo è il pezzo più sincero, scritto di cuore, né voluto e né dovuto, uscito così perché non poteva essere altrimenti.

Ogni nuova generazione è schiacciata tra la propria visione del mondo da una parte e le aspettative della società dall’altra. Dove conduce la tua strada?
Un proverbio orientale recita “Tempi difficili creano uomini forti, uomini forti creano tempi facili. Tempi facili creano uomini deboli, uomini deboli creano tempi difficili”. La ciclicità dell’universo è scontata. Viviamo un’epoca non facile, quella della “rete”, che ci costringe a non essere più semplici consumer, bensì prosumer (fusione linguistica tra producer e consumer). Ognuno di noi è una sorgente inesauribile di dati; assumiamo inconsapevolmente un ruolo attivo nei processi produttivi fornendo gratuitamente informazioni alle aziende commerciali. La reale portata di questa sovraesposizione ci sfugge; l’unica cosa che resta da fare, a tutti, ma in particolar modo alla mia generazione, è quella di studiare questi mezzi/strumenti, di arrivare alla consapevolezza del proprio ruolo di individuo e di sfruttare a proprio vantaggio questa esposizione. Le conseguenze immediate e inevitabili per un “millenial” sono quelle di reinventarsi un lavoro al di fuori degli schemi tradizionali e dell’influenza del nucleo familiare. Personalmente, grazie a questa consapevolezza, provo a rendermi libero rispetto ad ogni eventuale condizionamento e a far prevalere le mie aspettative. Attraverso la musica voglio trasmettere i miei messaggi e intercettare la sfera emotiva di chi mi ascolta, senza tatuaggi in faccia e finte pistole in tasca.

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