Ken Loach: “Io, Daniel Blake” (2016) – di Nicholas Patrono

“Non sono un cliente, né un consumatore, né un utente, non sono un lavativo, un parassita, né un mendicante, né un ladro, non sono un numero di previdenza sociale, né un puntino su uno schermo. Ho pagato il dovuto, mai un centesimo di meno, orgoglioso di farlo. Non chino mai la testa, ma guardo il prossimo negli occhi e lo aiuto quando posso. Non accetto e non chiedo elemosina. Mi chiamo Daniel Blake, sono un uomo e non un cane; come tale esigo i miei diritti, esigo di essere trattato con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino. Niente di più, niente di meno”. Merita di essere riportato per intero il toccante monologo che conclude “Io, Daniel Blake” (2016), venticinquesimo film di Ken Loach, premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Un messaggio sociale forte, quello del regista inglese, raccontato attraverso gli occhi dei protagonisti, Daniel e Katie. Cittadini comuni, gli ultimi, i poveracci, costretti a rivolgersi alla banca del cibo per mangiare; quelli che spingono chi li incontra per strada a girarsi dall’altra o affrettare il passo. Anziano lavoratore invalidato da un infarto, alla ricerca di un’irraggiungibile indennità di malattia, lui; ragazza madre squattrinata con due figli problematici a carico, costretta a trasferirsi dalla costosa Londra alla modesta Newcastle lei; vittime stritolate dalla burocrazia, entrambi. Un sistema ottuso e privo di buonsenso, aspetto più volte sottolineato con ironia e amarezza da Loach. Memorabile il dialogo tra Daniel e la donna che lo intervista all’inizio del film, per valutare se concedergli l’indennità di malattia. “Lei è un medico?” chiede Daniel più volte. “Sono una professionista della sanità” risponde lei. Meccanica come un robot, perfetta esecutrice di una macchina irragionevole e farraginosa, quella dei sussidi e delle procedure degli uffici per l’impiego. Ragionevolezza e buon senso non trovano spazio, sostituite da procedure on-line. Procedure incomprensibili per Daniel, perché lui viene da un’altra generazione, quella di chi si sporca le mani, di chi ama il contatto della carta e il rumore dell’inchiostro che scorre sui fogli. Temi sfortunatamente contemporanei, cari anche a noi italiani: le difficoltà burocratiche, l’essere costretti a cercare lavori che non esistono, e che quando esistono sono sottopagati. Scelte estreme, come quella a cui la disperazione porta ad un certo punto Katie, paiono la sola via d’uscita da un sistema fatto di regole crudeli, dove lo Stato, anziché aiutare i bisognosi, annienta la loro dignità, trasformandoli in numeri o, citando lo stesso Daniel, “puntini su uno schermo”. Messaggio molto forte, attuale, toccante, coronato da un monologo finale durante il quale solo i cuori di pietra non proveranno quantomeno pena per la situazione dei protagonisti. Qui si manifesta il maggior difetto del film: un eccessivo accanimento sui personaggi, che inizia nei primi minuti e vive un’escalation inarrestabile. Subissati da ogni genere di sventura, Daniel e Katie sono due “Paolino Paperino” moderni, tanto che ad un certo punto ci si potrebbe chiedere se non si stia esagerando. Dalla situazione iniziale, fin troppo verosimile, si arriva agli stralunati minuti finali del film con una sensazione di perplessità, perché l’accanimento nei confronti dei protagonisti trascende il verosimile e rischia di scadere nell’esagerazione, nel patetico, in un voler commuovere lo spettatore a tutti i costi. Sono in particolare due avvenimenti, che qui non verranno rivelati nel dettaglio per non rovinare la visione altrui, a lasciare perplessi. Uno è una decisione piuttosto radicale presa da Katie, quantomeno discutibile e che pare presa con fin troppa facilità. Un altro è il colpo di scena finale, del quale non si sentiva il bisogno, e che sembra inserito solo per esacerbare la già disperata situazione dei protagonisti. I due eventi in questione cozzano con il resto della pellicola, che invece si dipana senza fretta e coerentemente, sebbene questo forzi il ritmo a restare sempre molto lento. Una storia di vita vera, che annoierà chi guarda i film per fuggire dalla realtà, per “spegnere il cervello”. Tutt’altro che intrattenimento, “Io, Daniel Blake” è anzi doloroso da guardare. Il cervello si accende, eccome, tanto che risulta difficile staccare la mente dall’amarezza che permane dopo i titoli di coda. Pertanto, al di là dei difetti di ritmo o alcune questioni opinabili di sceneggiatura, l’impatto del messaggio resta. Un pessimismo nero, dove non esiste luce in fondo al tunnel, e ogni speranza si spegne senza pietà. Da non guardare se si è in cerca di lavoro o se si è preoccupati per il proprio futuro: non migliorerà le cose.

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