Keith Jarrett: “Expectations” (1972) – di Ubaldo Scifo

Keith Jarrett riassume in quest’album tutto, o quasi, quello che è accaduto nel Jazz  fino agli anni 70. Negli 11 brani  contenuti in “Expectations”, registrato il 5 aprile 1972 negli studi della Columbia a New York, e uscito nell’ottobre dello stesso anno, infatti, confluiscono elementi black, gospelblues derivati dalla musica popolare tradizionale uniti a elementi di musica classica, proposti a volte con la potenza e l’espressività del soul, l’energia e la gioia dei ritmi latini e altre con la delicatezza e la ricercatezza della musica europea, come quella di Debussy e Ravel. Tutto quanto con il contributo di una line up eccezionale: Charlie Haden al contrabbasso e Dewey Redman al sax tenore che arricchiscono l’ambiente sonoro con la loro esperienza free maturata durante la collaborazione con Ornette Coleman, e poi il diabolico batterista “de-costruttore” di ritmi Paul Motian, che aggiunge il suo contributo hard-bop, elemento fondamentale del Trio di Bill Evans, altro pianista creatore di atmosfere rarefatte e, ancora, il magister di percussioni Airto Moreira, del quale conosciamo la collaborazione col Miles Davis di “Bitches Brew” (1970), album che si muove tra Jazz elettrico e stregoneria, da alcuni definito prototipo della fusion, genere in cui si trova a suo agio anche il chitarrista Sam Brown. Il risultato di queste preziose confluenze è un Vaso di Pandora ricco di idee geniali, brillanti e originali che danno una abbondante anticipazione dei futuri lavori musicali di Jarrett.
Il musicista non ha problemi: grazie alla sua versalità, e la tecnica mostruosa, si muove agevolmente sugli arrangiamenti eseguiti per pianoforte e sezioni di archi, come succede nel brano introduttivo Vision o in Expectations, soluzione che troverà in seguito la sua ottimizzazione nel successivo album registrato con la Stuttgart Radio Symphony Orchestra“Arbour Zena” (ECM 1975). Come pure di grande pregio risultano gli arrangiamenti eseguiti dalla brass section in Common Mama e la travolgente Sundance, entrambi all’insegna del Gospel e, analogamente, in There is a A Road (God’s River). Largo spazio all’improvvisazione marcatamente free caratterizzante RoussillionThe Circular Letter (For J.K.), che ricordano molto il modo di procedere di Ornette Coleman, il quale prende le mosse da un semplice enunciato di un paio di frasi che successivamente si espandono e si modificano in maniera incessante e parossistica, fino alla conclusione con il ritorno al tema iniziale. La lunga suite Nomads ha più o meno la stessa struttura, più dilatata nel tempo, lasciando maggiore spazio agli interventi solistici.
Jarrett ha una sua idea precisa, totale, durante l’esecuzione dei brani e, quando non interviene da solista, ciò che suona funziona da fluido collante. Cluster di serenate messicaneblues notturni, impressioni ellingtoniane e sonate al Chiar di Luna prendono momentaneamente forma e svaniscono nel tema di Bring Back The Time When (lf). Uno dei brani più belli dell’album, il cui tema colpisce subito al primo ascolto è The Magician In You, una ballad dolce e ritmata con un bel momento di improvvisazione di Sam Brown. Altra traccia degna di nota è Take Me Back, con il suo groove incessante e coinvolgente, percussivo, marcato dalla chitarra di Sam e dal lavoro di Haden al contrabbasso. Jarrett si diverte a cantare le note che esegue al piano, urla, suona il sax soprano come con l’effetto del canto di un gallo impazzito, urla qui, come nel resto dell’album, scuote il tamburello come Mike Jagger. Un artista geniale come Lui può permettersi questo ed altro.

Tracks: 1.Vision 0.48. 2. Common Mama 8.11. 3. The Magician In You 6.52.
4. Roussillion 5.22. 5. Expectations 4.25. 6. Take Me Back 9.29.
7. The Circular Letter (For J.K.) 5.04. 8. Nomads 17.20. 9. Sundance 4.27.
10. Bring Back The Time When (lf) 9.50. 11. There Is A Road (God’s River) 5.33.

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