Keiji Haino & Fushitsusha: “Live I” (1989)/”Fushitsusha” (1991) – di Gianluca Chiovelli

Keiji Haino, qui nell’ulteriore mascheramento di Fushitsusha, appartiene, in virtù della discografia oceanica e farraginosa, a quella parte del rock ove sunt leones. Infatti, occorre ammetterlo, certe sue opere rimangono sconosciute o scarsamente fruibili a causa delle difficoltà di reperimento, dell’ostacolo linguistico, di una ricercata aura di mistero, della sciatteria delle registrazioni. Quest’ultimo elemento pare comune ai giapponesi: questi, evidentemente, padroni e colonizzatori hi-tech, provano un brivido di disgusto ad applicare la razionalità e la pulizia del suono alle loro proprie creazioni. Les Rallizes Dénudés e J.A. Caesar, per citare alcune delle terrae incognitae in cui è bene avventurarsi prima di tirare le cuoia, necessitano urgentemente e indifferibilmente di filologie accurate che il pur effervescente libro “Japrocksampler” di Julian Cope è riuscito a costruire solo superficialmente (il merito principale di Cope risiede, piuttosto, nell’aver additato queste plaghe sonore, tuttora largamente inesplorate). 
Il chitarrismo di Haino, ispirato dalla musica free-form di Takayanagi Masayuki, spazia dalla sperimentazione radicale alle formalizzazioni rock nell’alveo della tradizione più consolidata e meno urtante (dagli esordi nei primissimi Settanta coi Lost Aaraff ai progetti Vajra e Nijiumu, dalle improvvisazioni elettriche ed acustiche ai tentativi per organo, dalle più varie collaborazioni – con membri di Ruins e Merzbow; con Brotzmann e Loren Mazzacane, tra gli altri – alle sfiancanti ed interminabili jam che sembrano prosciugare l’intero spettro sonoro dell’universo). I due live a cavallo del 1990 non danno adito a dubbi: sono due capolavori. “Live I” (con Maki Miura chitarra, Yasushi Ozawa basso; Jun Kosugi batteria) si compone di otto brani (senza titolo) dalla durata media di dieci minuti (esclusa la gloriosa mezzora dell’ultimo) in cui Haino sciorina tutta la sapienza multicolore della propria sei corde: dai blues sferraglianti (1) alle jam dall’andamento minaccioso e distorto (le eccezionali 2 e 4, con interpretazioni vocali disperate seppur mai fuori registro; ed un affilatissimo assolo, in 2, che si staglia sopra il tappeto sonoro approntato da Miura) dalle rarefatte sospensioni psichedeliche (3 e, in parte, 7) sino alla ballata accorata (5). Chiude la variegata 8“intro per flussi chitarristici alla Sonic Youth; hard-rock spastico su tempi dispari; stasi di rintocchi minimali spezzate da improvvisi (seppur moderati) stacchi ritmici; finale leggiadro su un vocalizzo espanso di circa trenta secondi”, come l’ebbe a definire Federico Romagnoli). “Fushitsusha”, nuovo live del 1991, si conferma a livelli altissimi, a mio avviso persino superiori a “Live I”; certamente l’atmosfera è più inquietante, quasi apocalittica: tredici composizioni per quasi due ore e mezzo con l’ensemble ridotto a tre elementi (Ozawa e Kosugi alla ritmica). Ogni traccia meriterebbe un commento a parte. Haino si inoltra deciso in territori allucinati e post-industriali. Anche stavolta si sprezza la forma della confezione: nessuna traccia ha l’onore di un titolo.
1 è una tirata con chitarra a mo’ di sega circolare; in 2 un riff metalmeccanico che domina per circa quattro minuti, poi evolve in un incredibile assolo che potrebbe trapanare da parte a parte l’intero Fujiyama. In 3 Haino, tra feedback e distorsioni, rantola e grida come una menade giapponese; ogni breve ristagno prepara a disastri elettrici sempre più radicali. Con 4 si rifiata, ma con 5 assistiamo all’ennesima colata di magma incandescente che sbigottirebbe anche Hendrix. 6 è sonata da sabba nero; in 7 l’assolo rotola sferragliante e tintinnante per sedici minuti: la chitarra di Haino, novello medium, pare conficcata nella terra infera da cui trae risonanze ultraterrene; non c’è requie: 8 è un groviglio inestricabile di feedback, serpenti elettrici di una Gorgone ipnotica che debordano anche in 9 dove, finalmente, la sezione ritmica si ritaglia uno spazio apprezzabile. Il fiume monocromo di 10 sfocia nel limaccioso delta di 11, appena stranito dagli spasmi vocali del Nostro; con 12 la quiete paludosa viene di nuovo scossa da anaconde infernali che Haino richiama come un Mefistofele del teatro Nō; la finale 13 ci illude con l’apparente resa ad un classico hard rock, ma ben presto la chitarra-bisturi di Haino affonda impietosa nelle tenere carni del déjà entendu con un assolo più che degno di Star spangled banner (anzi, è Star spangled banner a risultare degno di Keiji Haino: il tempo ricrea continuamente epigoni e precursori). Risulta insomma mirabile che un artista, proveniente da una cultura dell’Estremo Oriente, con mezzi elementari (un power trio) e la semplice incuranza di generi e formalizzazioni pregresse, possa generare improvvisazioni di tale folgorante intensità e donarci esperienze sonore ardue, ma inaudite.

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2 pensieri riguardo “Keiji Haino & Fushitsusha: “Live I” (1989)/”Fushitsusha” (1991) – di Gianluca Chiovelli

  • Gennaio 3, 2017 in 3:52 pm
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    …e chi altri se non una conosciuta “vecchia” penna poteva vergare un articolo sui Fushistsusha?
    Ottimo!!!

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    • Gennaio 4, 2017 in 3:09 pm
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      Vecchia, ma non invecchiata.
      Saluti e buon anno alla Scimmia Cattiva.
      G.

      Risposta

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