Kasabian: “Kasabian” (2004) – di Flavia Giunta

Sostenere il peso di un passato ingombrante può essere difficoltoso. Questo vale per numerose situazioni, ma in questo caso parliamo della scena musicale inglese e dell’album di esordio di una band pop-rock: una delle tante che nascono ogni giorno, che però è riuscita ad emergere dalla massa e a fare la differenza. I Kasabian (composti da: Tom Meighan alla voce, Sergio Pizzorno alla chitarra ritmica, voce, sintetizzatore nonché paroliere e compositore, Chris Edwards al basso e Ian Matthews alla batteria) si sono formati in  un periodo in cui la musica britannica aveva ormai perso il suo smalto: gli Oasis non erano più gli stessi dei loro esordi; c’erano sì altri gruppi degni di nota, come gli Stone Roses, ma anch’essi non brillavano più per originalità. Il movimento nativo di Manchester (storpiata poi in “Madchester”, da “mad”, cioè “pazzo”), sorto pochi anni prima in risposta all’onda anomala del grunge arrivata dal Nuovo Mondo, stava ormai per estinguersi dopo aver portato una certa ventata di novità difficile da ripetersi… ma ecco, all’improvviso, ergersi quattro ragazzi che sono saltati agli onori della cronaca prima per i loro atteggiamenti sfrontati, piuttosto che per il loro effettivo contributo musicale (nostalgia delle burrasche dei fratelli Gallagher?). Questi ragazzi, provenienti da Leicester e non da Manchester, hanno letteralmente preso Stone Roses, Primal Scream, Oasis, Happy Mondays, Cooper Temple Clause e qualche pizzico di Radiohead, li hanno messi in un loro personale frullatore a base di elettro-rock e pop alternativo, e il risultato è stato l’omonimo album “Kasabian” uscito nel 2004. Tredici tracce che, nonostante si tratti di un debutto e nonostante si notino palesemente i riferimenti ai loro predecessori, mostrano già un abbozzo di un loro carattere individuale e di una precisa direzione musicale che la band intende seguire. Il disco contiene cinque singoli, che corrispondono ad altrettante hit, ma in realtà tutte le tracce hanno quel quid che non le fa passare inosservate nell’insieme, e fa capire che questi musicisti irriverenti promettono bene. L’apertura è affidata a Club Foot, un pezzo che dà la carica, quasi cattivo come un haka, con il suo basso martellante e i suoi cori di sottofondo che accompagnano la canzone fino al suo spegnersi in modo psichedelico e misterioso. Così facendo lascia il passo a Processed Beats, orientaleggiante e ben ritmata, che insieme a Reason Is Treason – più rock delle altre, ma in modo quasi sbeffeggiante – chiude il terzetto iniziale che ci ha fatti immergere nell’atmosfera dell’album. La quarta traccia, I.D., ha un tetro inizio strumentale tutto elettronico che si risolve nella parte cantata, più aperta e speranzosa. Orange è uno dei due brevi interludi strumentali che tentano di “tenerci per mano” quando si passa da una parte all’altra del disco, ma che risultano perfettamente prescindibili se non superflui. Si arriva dunque a L.S.F. (Lost Souls Forever), uno dei singoli tuttora più conosciuti e orecchiabili della band. Chi è che non ha mai sentito alla radio in auto, o trasmesso dalle casse di un pub, il ritornello condito dalla voce al cianuro di Meighan… “Ah! Oh come on! We got our backs to the wall!”? Ad esso segue la meno movimentata, ma sempre molto ritmica nonché “artificiale” grazie al sintetizzatore, Running Battle, abbastanza gorillaziana. Test transmission, pur non essendo un singolo, risulta molto valida grazie all’espediente dei nastri suonati al contrario; rimane psichedelica pur con un insolito tocco di positività nella parte vocale, che la rende trascinante e godibile. Dopo il secondo interludio strumentale, Pinch Roller, si passa a Cutt Off, una sorta di rap reso fluido dai soliti cori di sottofondo che sembrano essere la specialità del gruppo e che contribuiscono a creare un’atmosfera di sinistra evasione dalla realtà, di rallentamento, di sogno. E’ simile il mood in cui ci fa immergere il brano successivo, Butcher Blues, dal testo cupo come già si presagisce dal titolo e dalle sonorità altrettanto espressive: il ritornello è una cantilena che vuol sembrare dolce come una ninna-nanna, ma da cui traspare una sorta di disagio. Ovary Stripe, strumentale, disegna un’atmosfera quasi da colonna sonora, con il suo pianoforte iniziale che sfocia in un insieme di elementi sonori movimentato ma mai caotico, amalgamato dal classico sintetizzatore. Chiude il disco U Boat, dal canto tormentato accompagnato da suoni elettronici distorti in un crescendo irresistibilmente triste (o tristemente irresistibile?). Si potrebbe concludere ripetendo come questo album abbia rappresentato un elemento di interesse nel panorama musicale del periodo. Pochi gruppi possono vantare un esordio già così ben definito e promettente, tanto che ascoltandolo non si direbbe sia il primo dei lavori dei Kasabian. Piacevole all’ascolto, divertente, “cazzone” al punto giusto: magari non resterà nella storia della musica come i modelli a cui la band si ispira, ma non si può non definire “Kasabian” un buon lavoro, a prescindere da tutto.

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