Karen Stuke: Hotel Bogotà. L’ultimo check-out – di Marina Marino

Cosa sono le stanze d’albergo? Una stamberga a ore, un hotel a cinque stelle, hanno in comune l’accoglienza, il tenerci e contenerci; le loro mura assorbono attese, sonni, sogni, respiri, sospiri, litigi e sesso, abluzioni quotidiane e  abiti lasciati cadere spogliandoci, forse stanchi e distratti, forse assonnati o insonni. La loro precarietà ci fa sentire liberi, altro da casa, altro da noi. Siamo lì, estranei di cui non conosciamo nome e odore sono andati via e altri ci sostituiranno, ma in quell’attimo quel letto, quei cuscini, sono nostri. Karen Stuke nel 2012 ha chiesto al direttore dell’Hotel Bogotà di Berlino, Joachim Rissmann, di poter pernottare in ogni  camera. Karen Stuke fotografa, con abusata espressione, scrive con la luce, per amor di precisione con una macchina a foro stenopeico e lunghissimi tempi di esposizionecogliendo, con le luci della stanza o che filtra dalle tende, un momento di abbandono, di incoscienza, di tempo che scorre e appare immoto, foto rarefatte e al contempo intime. Magie della fotografia. Magia dell’abbandono, di essere calamitati da letti sfatti, lenzuola aggrovigliate che rimandano a insonnie strazianti o amplessi sublimi: L’albergo in genere ci coglie indifesi, ci livella: quasi tutti appoggiano i bagagli e personalizzano la stanza con  un libro, un soprabito,  respirano aria già respirata da altri e queste foto lo catturano. Lo avranno fatto anche ospiti illustri come Benny Goodman, la fotografa ebrea Else Ernestine Neuländer-Simon,  il cui aiutante era un giovane Helmut Newton e che morì in un campo di sterminio, forse pensando a quelle stanze come a “casa”. Ci si deve aggrappare ad una casa, a un luogo della mente e dell’anima, anche con le unghie rotte come il respiro  e l’anima in fiamme. In quell’hotel ha soggiornato anche la fotografa Nan Goldin, Hanna Schygulla, René Burri e centinaia di sconosciuti, i cui passi e pensieri perduti in sentieri ignoti a cui la Stuke ha tentato, a parer nostro riuscendoci, di dare presenza e corporeità, immanenza e identità. La mostra, curata egregiamente da Antonio Maiorino Marrazzo, si articola e sviluppa come un atto teatrale, l’ultimo. Il concierge ci accoglie sollecito e deferente, a me, che sto subito al gioco promette la stanza migliore, con vista. Un altro attore ci narra la storia dell’albergo, ormai al suo epilogo. Siamo gli ultimi ospiti, l’hotel chiuderà, nella finzione come nella realtà, che qui mirano a intersecarsi, nella Vigilia di Natale del 2013Ho visto tante mostre fotografiche, poche in cui mi sia sentita osservata dalle immagini che sono venuta non a guardare, ma a vedere. Senza disagio entro nell’intimità di estranei, lontani nello spazio e nel tempo, che sento vicinissimi. Le foto hanno parole intraducibili e comprensibili all’istante: una foto fatta con mente e cuore è un ossimoro per antonomasia. Una stanza è ricostruita, nei toni del rosso e del blu, un lavabo in un angolo, ammiccante e discreto, la foto di una donna seminuda che si veste o si spoglia senza fretta o curiosità: come quando si è soli. Ho improvvisamente freddo malgrado l’accoglienza preveda un ottimo vino siciliano (lo sottolineo perché in mostre più blasonate ho bevuto vino ottimo per condire l’insalata), il senso di vita e di fine si incunea sotto la pelle, tempo finito, tempo di andare. Grazie, Karen. In tasca mi faccio scorrere tra le dita la chiave, una pietra, della stanza più bella che mi è stata promessa, in cui non entrerò mai o in cui sono stata in un tempo vissuto altrove, da un’altra. Curioso, una pietra: in ebraico ha molteplici significati, rappresenterebbe poco qui enumerarli. Usciamo dalla galleria PrimoPiano, Via Foria, Napoli. A Berlino non sono stata mai.

Foto Pietro Previti © tutti i diritti riservati 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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