kak: i californiani tornati dal passato – di Maurizio Garatti

L’autunno è arrivato, questo è certo. Lo è dal punto di vista climatico, viste le piogge e le prime sottili nebbie che avvolgono campagna e città, e lo è a maggior ragione per quel che riguarda il mercato discografico: da qui a Natale assisteremo a una serie di uscite discografiche di proporzioni bibliche, in grado di mettere a dura prova la tenuta dei nostri portafogli sempre meno disposti a concedere il via libera a spese di questo tipo. I negozi di dischi e, sopratutto, la rete si riempiono già di promesse mirabolanti, spesso fini a se stesse ma comunque in grado di solleticare la nostra sempre malcelata voglia di nuovi oggetti di culto da aggiungere alla nostra collezione. Alle canoniche strenne natalizie, si uniscono però una serie di interessanti novità, che cercano di anticipare l’invasione per sfruttare una concreta possibilità di vendita. A questa lista appartengono i nuovi lavori di Van Morrison, Bob Dylan, Nick Cave, Mark Lanegan, Neil Young, Whiskey Myers, ai quali si aggiungono molti altri artisti desiderosi di proporre al pubblico i loro sforzi creativi.
L’elenco completo sarebbe lungo, e non servirebbe a chiarire ulteriormente un concetto già perfettamente esplicato: i dischi devono essere venduti, e questo è il momento migliore per farlo. A tutto questo va aggiunta la massiccia dose di ristampe che come non mai sta colonizzando il mercato discografico e completando l’opera. La recente edizione di Vinile a Novegro ha di fatto sancito il prorompente ritorno del vinile come supporto primario di chi non si accontenta di musica liquida, e tra gli oltre cento espositori, si poteva realmente trovare di tutto; la parte del leone però è stata sicuramente quella riservata alle ristampe: ufficiali e non, vinile vergine a 180 grammi o meno, resta il fatto che queste uscite sono uno dei cardini del mercato attuale e, tra queste uscite, quella che ha maggiormente colpito la mia attenzione è stata sicuramente quella riguardante i Kak e il loro unico album, che ancora una volta ci riporta alla San Francisco del 1968.

Frisco, sempre Frisco lo so… ma resta il fatto che per quel che riguarda la musica del passato, questo luogo, assieme alla sfavillante Swinging London”, resta uno dei posti dove ancora ci sono grandi album da riscoprire. Se avete voglia di una novità concreta, allora lasciate perdere le ennesime ristampe di Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd e simili, comprese quelle che vi promettono nuovi e stupefacenti inediti. Quelle sono cose sicuramente importanti, che si rivolgono a coloro che, vista l’età, non hanno avuto modo di acquistarle all’epoca: voi che invece navigate in acque meno certe, lasciate che siano queste luci a guidarvi verso porti ancora poco noti e, una volta approdati, fate in modo che chi si accosta ora alla musica del passato possa conoscere realtà cosi affascinanti e lontane.
I Kak dicevamo, band Californiana per eccellenza, che si forma a Davis ma che risiede stabilmente a San Francisco, almeno nel 1968, durante la registrazione del loro esordio discografico. Il gruppo è guidato da Gary Lee Yoder, chitarrista e compositore di buon livello, e questa non è certo una cosa inusuale nella West Coast di quel periodo; a fare da spalla ecco Dehner Patten, l’altra chitarra, che regge il gioco di Gary supportando la vitalità del suono che esce dal suo strumento. I due provengono da una Band psichedelica di nome Oxford Circle, che aveva avuto un breve periodo di gloria, seppur in ambito locale, grazie alla pubblicazione di un buon singolo (“Foolish Woman” /Mind Destruction) che aprì loro le porte del circuito psichedelico di San Francisco. A loro fanno compagnia il bassista Joe Dave Damrell, che nel 1965 aveva avuto la chance di pubblicare un singolo con i “B”, gruppo di cui si è persa ogni traccia, ed il batterista Christopher Lockheed.
Non ci sono molte notizie sulle session che portarono alla pubblicazione del disco, che uscì nel 1969 per la leggendaria Epic Records, ma possiamo tranquillamente immaginare che il tutto si risolse in poche e produttive sedute, nelle quali gli acidi erano parte del tutto. I Moby Grape e i Quicksilver Messenger Service sono i canoni entro i quali potete provar a immaginare il suono dei Kak, ma è l’ascolto del disco che vi fugherà ogni dubbio: ci troverete anche tracce di Grateful Dead, perché quello era il substrato sul quale si sviluppavano le idee musicali di quel periodo. Forse i quattro ragazzi avevano avuto modo di ascoltare queste band, o forse no, ma questo non ha nessuna importanza: quel tipo di sound, quelle note, erano nell’aria, colonizzavano la scena musicale di San Francisco. Era sufficiente captarle, farle proprie, adattarle al proprio umore e utilizzarle per creare musica propria.
Le armonie vocali sono tipiche dei Moby Grape, mentre le chitarre richiamano alla mente i Quicksilver Messenger Service e un certo approccio Country/Blues/Rock fa ovviamente pensare ai Grateful Dead, ma sarebbe inopportuno e privo di ogni logica fermarsi a questa superficiale lettuta del disco: brani come Disbelievin’ e Everything’s Changing, uniti al delicato rock country di I got time, e al malinconico rock psichedelico di Lemonade Kid, sono primizie di ottimo livello, che sono in grado di brillare di luce propria… per cui non fermatevi a ciò che leggete, ma ascoltate il disco nella sua esemplare concretezza. Ci troverete mille profumi, ancora in grado di colpire i vostri sensi e resettare le vostre orecchie portandovi ad un ascolto più critico e profondo di cose attuali. 
Sono certo che alla fine mi darete ragione.

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