Kafka, Pinocchio e il Mostro – di Ginevra Ianni

Nel 1925 viene pubblicato postumo ed incompleto “Il Processo” di Franz Kafka, morto nel luglio dell’anno precedente. Sebbene inconclusa l’opera costituisce l’esempio classico di allegoria vuota kafkiana: dietro una storia alienante si suggerisce una morale ma non se ne comprende appieno il contenuto. Ossia. Il fine ultimo della storia manca ma la sofferenza, il nonsense delle vicende passano al lettore dirette come uno schiaffo. Joseph è un impiegato di una banca cui viene comunicato, senza alcuna formalità, di essere imputato in un processo penale cui egli è del tutto estraneo; ma proprio l’estraneità del protagonista alla vicenda finisce per travolgerlo ed affogarlo in un gorgo inestricabile di apparente logica burocratica che si muove imponente e cieca come una gigantesca macchina farraginosa che calpesta tutto ciò che si trova davanti. Joseph è un prammatico, avvezzo ad affrontare i problemi e a risolverli. Il fatto di ricevere la notizia di essere imputato senza conoscere i propri capi d’accusa per lui è spiegabile solo come uno spiacevole malinteso che lo incoraggia ad interfacciarsi con il Sistema e  cercare di spiegare le proprie ragioni ed essere ascoltato per poter conoscere ciò di cui lo si accusa. Al principio; ma ciò che egli ignora è di essersi infilato nelle fauci apparentemente benigne di un meccanismo burocratico con logiche arcane e insondabili che funziona come un fenomeno fisico contro cui la lucidità e la razionalità del protagonista è condannata ineluttabilmente, dopo una lotta impari e senza senso, ad una passiva accettazione dell’inevitabile fine, la sua esecuzione capitale.  L’intera vicenda è un climax che nulla lascia presagire tale funesto epilogo: l’avvocato, tragicamente consapevole anch’esso, lo guida nei meandri giudiziari, il giudice che è benigno, saggio e buono si intenerisce comprensivo alla  sua vicenda. Ma poi lo manda a morte senza preavviso, senza fargli conoscere la sua condanna, le sue colpe, le ragioni, il perché ed il percome: la Macchina si prenderà la sua vita con un coltello. Nella storia di Kafka non esistono garanzie processuali o trasparenza degli atti, pure così faticosamente conquistati dalla civiltà del Diritto partendo dai processi sommari, senza conoscenza o senza diritto di difesa.
Nella vicenda si torna ad una idea di lunga tortura che si esprime nell’attesa dell’esito finale, nella paura del’incerto, del vuoto che è già tortura di per sé. Una storia di paura, di paura dell’ignoto che non si cela nel bosco delle favole ma nella stessa società civile che l’uomo ha creato per difendersi, tutelarsi dai soprusi altrui.
Homo homini lupus in Kafka.
“Il processo” è una sorta di ingranaggio misterioso da cui bisogna guardarsi, un incognita da non interpellare né da cui aspettarsi giustizia ma costituisce un’entità farraginosa da temere e da cui guardarsi perché la sua scure può abbattersi ciecamente su chiunque. Il bisogno di giustizia è antico come l’uomo ma è dal rinvenimento medievale del Corpus Juris giustinianeo che si fatica a ricollegare le norme alla vita reale. Il diritto tende sempre ad astrarsi dalla vita vera, è una sua caratteristica fissa: tende a vivere di vita propria ed autonoma se non lo si riconduce costantemente alla prassi concreta; ma il protagonista di Kafka questo non lo sa e muore innocente immolato sull’altare della Giustizia Astratta. Un altro innocente che invece impara presto a sopravvivere al sistema non è né di carne né di sangue ma di legno, un burattino dal naso lungo che attraversa la sua vita imparando dai propri errori. Pinocchio. Anche lui nelle sue peregrinazioni incappa nei veri cattivi, il gatto e la volpe, e dopo aver subito il furto degli zecchini di Mangiafuoco che tanto poi cattivo non è (impara Pinocchio, impara) anche lui ricorre alla giustizia per lamentare il furto perpetrato. Anche lui trova un giudice apparentemente benigno che lo ascolta con comprensione ma, dopo aver condiviso le lagnanze del burattino, chiosa “questo povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione”.
Anche qui la legge punisce il derubato, l’innocente, come per Joseph Giustizia è fatta.
Quelli di Franz Kafka e Carlo Collodi, sebbene a cavallo tra due secoli, sono due mondi diversi e distanti nel tempo e nello spazio ma è comune ad entrambi la percezione che la giustizia umana si avvalga di una macchina sorda e cieca. Danno la percezione che essa sia parte di un mondo astratto, autoreferenziale, avulso dalle reali vicende umane: Kafka con una storia assurda, disperata perché senza morale, figlia solo dell’ingiustizia fine a se stessa, Collodi con un romanzo satirico in cui, nascondendosi dietro la favola per bambini, si descrive un’allegoria della società contemporanea, attentissima alla forma esteriore ma che azzera l’individuo. La vera grande differenza tra i due autori nel racconto delle vicissitudini dei loro protagonisti è costituito dal diverso epilogo delle due vicende. In Kafka il protagonista Joseph viene ucciso senza neanche sapere perché, in Collodi (forse per l’italico istinto di sopravvivenza e adattamento) Pinocchio riesce ad uscire di prigione in virtù di una grazia concessa dall’imperatore ma riservata solo ai manigoldi del regno, categoria cui egli non appartiene in quanto innocente ma che capisce subito essere l’unica via che gli viene concessa per lasciare la galera; e con le scuse della guardia che lo libera rammaricandosi pure per non averlo riconosciuto come vero malandrino. Azzeccagarbugli, avvocato di manzoniana memoria, usava dire “a saper ben fare con le grida, nessuno è colpevole nessuno è innocente”. Infatti. Sempre. Kafka è Pinocchio, Joseph è Collodi.

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