Junipher Greene: “Friendship” (1971) – di Maurizio Garatti

Norvegia: un luogo che richiama alla mente il freddo vero, quello che dalle Isole Svalbard evoca scenari di incontaminato e bianco rigore. Il Polo Nord nella sua catartica bellezza. Una nazione di stampo monarchico, con poco più di 5 milioni di abitanti, che ha in Oslo la sua capitale, che con i suoi 670.000 abitanti resta la città più popolosa di un regno che è ai primi posti per bassa densità di popolazione. In questo luogo così splendidamente asettico, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta fiorì una realtà musicale di altissimo livello, in grado di “riscaldare”, seppur per un breve periodo, l’intera Europa. Junipher Greene, questo il nome, fu una Band di notevole spessore che, grazie anche all’aiuto indiretto dei Deep Purple (molto noti in quel periodo anche in Norvegia, e fautori di grandi concerti anche a quella latitudine) seppero imporsi come vera e propria novità. Tutto inizia nel lontano 1966, quando presso la scuola di Sandakerveien, Geir Bohren (batteria, voce), Øyvind Vilbo (chitarra), Bent Åserud (chitarra) e Bjørn Sønstevold (basso) formarono un gruppo dedito al Blues, che anche in Norvegia era in grado di far salire la temperatura a tutti coloro che si addentravano tra i suoi meandri. In seguito Øyvind Vilbo subentrò a Sønstevold al basso mentre Helge Grøslie entrò a far parte della band in qualità di tastierista. La conseguenza di questa mutazione fu che il suono abbandonò decisamente la matrice blues, per spostarsi in un area molto più sperimentale, di chiaro stampo progressive. Il quintetto scelse il nome di Junipher Green,  che in realtà era il terminal di una linea di autobus di Edimburgo, città nella quale Bent Åserud aveva vissuto quando faceva parte della Lilleborg School Band. Poi, a concludere in qualche modo la genesi del gruppo, ecco che, nel 1969, il vocalist Freddy Dahl entra in pianta stabile nella line up, portando in dote la definitiva chiusura del cerchio. La Band così composta è perfetta, il suono è ricco e perfettamente modulato e i continui concerti nei vari locali underground della città, danno modo agli Junipher Green di accrescere enormemente la propria popolarità, fino a quando le porte della sala di incisione si aprono meritatamente anche per loro. Nel 1971 esce “Friendship”, una vera e propria scommessa: un doppio vinile talmente avanti che la casa discografica (la Sonet) chiede alla Band di partecipare alle spese. Il disco è un vero  e proprio capolavoro e, in assoluto, il primo doppio album pubblicato in Norvegia. I testi sono scritti da Harald Are Lund della NRK, sotto lo pseudonimo di “Clever Duck”, discografico che produce anche l’album, mentre la bellissima cover viene affidata al giovane artista progressista Odd Nerdrum. Le continue e strepitose performances del gruppo al Club 7, fanno della Band una stella di prima grandezza e, la partecipazione al primo grande festival all’aperto a St. Hanshaugen (Oslo), ispirato al Festival di Woodstock, ne decreta il pieno successo. “Friendship” viene quindi proposto dal vivo, e l’accoglienza del pubblico è a dir poco strepitosa: nessuno si aspettava un tale livello compositivo. La Band entra in una fase di grande successo e si esibisce più volte al Kalvøyafestivalen, al Ragnarock ’73 a Holmenkollen e alla maggior parte degli altri concerti importanti che sono stati organizzati all’interno dei confini del paese nel periodo 1971-1973; frequenta spesso i festival danesi e affronta un importante tour in Polonia. Inoltre, diverse registrazioni radiofoniche e televisive vengono effettuate, e un programma di documentari viene dedicato al sensazionale debutto dell’album. Gli Junipher Greene sono stati una splendida realtà dei primi anni 70,  aprendo i concerti per gruppi famosi come Deep Purple, Osibisa, Brian Auger & The Trinity e Sweet. Poi le cose si deteriorarono, come spesso accadeva in quegli anni tumultuosi: la maggior parte delle band non era in grado di gestire il successo di vendite e l’entusiasmo del pubblico… ma “Friendship” si è conservato splendidamente e il suo ascolto regala ancora oggi una serie di grandi emozioni. La freschezza compositiva e l’entusiasmo che il gruppo mette in queste incisioni è lontano anni luce dai riflettori dello show business, e mostra musicisti in stato di grazia, sia compositiva che tecnica, giustificando appieno la fatica spesa per reperire una copia del disco. Provate ad ascoltarlo, e vi troverete di colpo in un nirvana sonoro di incredibile bellezza. Al pari di tutte le grandi band del periodo, quelle divenute famose per le incisioni su Vertigo e Harvest, questo disco contiene brani come  A Spectre Ice Haunting The Peninsula, Magical Garden e Take the Road Across the Bridge, che nulla hanno da invidiare a brani sicuramente più famosi, mentre la title track, suddivisa in sette parti della durata di venti minuti, è un maestoso esempio di grande Progressive. Anche la copertina è decisamente all’altezza della situazione, e se vi dovesse capitare di trovare il vinile, vi renderete conto del grande impatto visivo dell’opera. Un disco che arriva dal passato, che merita sicuramente le cinque canoniche stelle che si danno ai capolavori. Un Must!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.