Julian Schnabel: “Van Gogh: Sulla soglia dell’eternità” (2018) – di Sabrina Sigon

Qual è il senso dell’arte, quale il ruolo dell’artista: riprodurre ciò che vede, esprimere agli altri la propria realtà interiore – attraverso la sua personale visione delle cose – rendersi comprensibile oppure rimanere slegato da ciò che lo circonda pur di portare avanti il proprio personale punto di vista? Queste e molte altre le questioni poste da “Van Gogh: Sulla soglia dell’eternità” (At Eternity’s Gate 2018), un bel film per la regia di Julian Schnabel che ha dalla sua una fotografia che non solo è testimone di luoghi davvero suggestivi ma diventa parte integrante di un processo creativo narrato attraverso inquadrature e riprese molto particolari. Il racconto è quello dell’ultimo periodo della vita di Van Gogh che, stanco delle critiche e della città“Non viene a vederti nessuno; l’idea era di attirare clienti, non di scacciarli!” gli grida in faccia il proprietario del locale che espone i suoi quadri – e confortato dal sostegno del fratello Theo e dall’amicizia del pittore Paul Gauguin, si reca nel sud della Francia, nel piccolo villaggio di Arles, cittadina della Provenza che dovrà la sua successiva fama ai dipinti che Van Gogh produrrà durante la sua permanenza. Sostenuto economicamente dal fratello che, nonostante sia un mercante d’arte, non riesce a vendere le sue opere (solo un quadro di Van Gogh fu venduto mentre era in vita), Vincent, aiutato anche dalla presenza dell’amico Gauguin che lo aveva nel frattempo raggiunto ad Arles, si integra nel piccolo paese con un precario equilibrio, rotto dai numerosi eccessi d’ira e intemperanze che, pian piano, gli abitanti del luogo cominciano a conoscere e temere. Un primo ricovero nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémì, poi il secondo, una vita difficile che non rientra in nessuno schema e riesce a esprimersi soltanto attraverso i colori e i tratti di una natura riversata nell’arte in forma originale e personalissima.
Quando guardo la natura vedo con maggior chiarezza il legame che ci unisce tutti, dice Vincent a Gauguin e continua; “dobbiamo cambiare il rapporto fra pittura e natura” e, quando l’amico lo esorta alla lentezza e alla calma per permettere una miglior espressione della sua arte, Van Gogh obietta cheI quadri vanno fatti con un gesto netto. La ricerca della luce, della giusta prospettiva, l’inseguire una visione che porti l’arte là dove prima c’era la natura e viceversa: questo è quello che la macchina da presa ci mostra per vedere, insieme al pittore, ciò che gli altri non vedono. Van Gogh fu un pittore capace di uscire dal suo tempo e dalla visione comune delle cose e, per questo, non è stato capito. Diversi personaggi fra cui un medico, interpretato dall’attore e regista francese Mathieu Amalric, e un prete, l’attore danese Mads Mikkelsen – famoso per l’indimenticabile parte del cattivo Le Chiffre nel film del 2006 “Casino Royale” – compaiono nella storia per dare voce a quella che può essere una interpretazione del pensiero del pittore, in una sorta di analisi psicologica costruita su dialoghi mirati a dare allo spettatore una visione della forma mentis dell’artista. Bellissima scena quella dove, in un’epoca in cui la trascrizione manuale era l’unico mezzo per comunicare a distanza, il medico di Arles scrive una lettera indirizzata al fratello di Vincent e, per rendere maggiormente la gravità dell’accaduto, disegna la forma dell’orecchio che il pittore, durante una crisi di nervi, si era tagliato. “Questo film non è una biografia, ma la mia versione della storia”, dice il regista Julian Schnabel, e continua: “è un film sulla pittura, un pittore e la loro relazione”. Uscito nelle sale il 3 gennaio 2019, il film è stato da subito acclamato dalla critica e il protagonista, l’attore Willem Dafoe, premiato alla 75esima mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi come miglior attore. Il regista, a sua volta pittore, ha voluto portare sullo schermo non la rappresentazione di un uomo che dipinge ma la pittura stessa, che prende vita dal personaggio che si cala nella realtà e, allo stesso tempo, ne esce. Secondo il racconto che ne fa il film, la grandezza di Van Gogh è dovuta proprio all’ambivalenza fra lo stare dentro e scappare fuori, azione che permette di conferire alle opere d’arte qualcosa di magico, di irraggiungibile e allo stesso tempo di terribilmente a portata di mano. Con uno straordinario Willem Dafoe che si cala in modo perfetto nel ruolo, tanto che in alcune scene si ha l’impressione di trovarsi davanti il pittore in carne e ossa. Il film, ben ambientato e diretto, non vuole dare risposte ma stimolare riflessioni e, la lentezza e la mancanza dei tipici colpi di scena di una narrazione più accattivante, sono compensati da un movimento diverso: quello dei meccanismi dell’arte e del pensiero. Stare dentro la realtà e uscirne: una storia che, pur raccontando di un’unica vita, sa andare oltre e raggiungere coloro che, seduti dall’altra parte dello schermo, possono trovare spunti per comprendere la propria.
Perché dice che è un pittore?”
Mi piace dipingere, devo farlo. Sono sempre stato un pittore, lo so.
Perché… non so fare nient’altro. E, mi creda, ci ho provato”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.