Julian Cope: “20 Mothers” (1995) – di Marco Fanciulli

Quando uscì “20 Mothers” (Echo 1995), del folletto psichedelico Julian Cope, era un periodo che frequentavo abitualmente il leggendario Bloom di Mezzago, un locale dove vidi passare fior di nomi dell’indie rock degli anni 90. Avevo un bel giro a quei tempi, gente con la quale mi incontravo abitualmente parecchie sere, compagni di concerti e sbronze con cui intrattenevo discorsi di musica e letteratura. Ricordo una sera in particolare, quando erano venuti a suonare i Dickies, una storica formazione del punk californiano che si erano riformati per girare il mondo a fare concerti e attività live. Inutile dire che il concerto fu uno spettacolo. La band aveva interpretato i brani più significativi del loro repertorio in maniera impeccabile senza aver perso nulla dello smalto dei loro anni d’oro, quando erano stelle di prima grandezza del punk. Seduti a un tavolo io e il mio amico Roberto aspettavamo l’esibizione parlando del più e del meno; ad un certo punto si sedette vicino a noi il chitarrista dei Dickies, si presentò e iniziammo a discutere della storia della band, intanto ordinai un giro di birre per tutti e tre. Ad un certo punto costui nominò l’album “20 Mothers” di Julian Cope che a quei tempi – era il 1995 – era appena uscito e nel suo forte accento californiano ci disse: “Fantastic! Fantastic!”, pareva Jello Biafra come timbro vocale. Il sasso era stato gettato.
Di lì a poco iniziò il concerto, la band fece la sua bella esibizione, il pogo fu bello intenso, e alla fine uscii dal Bloom tonico e con un pensiero fisso in testa: dovevo procurarmi “20 Mothers“. Passarono due giorni e mi recai da Supporti Fonografici, uno dei negozi di dischi di culto del panorama milanese, in fondo a Corso di Porta Ticinese, con l’atmosfera dei Navigli e della movida, già realtà tangibile. Supporti Fonografici è stato il mio primo covo dove procurarmi la musica che, da lettore di Rockerilla, andavo cercando. Entrai e chiesi al buon Sergio (chi se lo dimentica il Sergione!) “20 Mothers“: lui sparì per tornare due secondi dopo col doppio vinile sottobraccio. Due parole con Sergio e poi di volata a casa. Il primo dei due vinili era già sul piatto ancor prima che mi levassi le scarpe. La copertina del disco è la prima cosa che mi era balzata all’occhio. Vi erano raffigurate venti donne di diversa età tutte madri di famiglia, mentre le due cover interne ritraevano le stesse signore in varie pose con sparsi qua e la bimbi e bimbe e il nostro Julian cappellaio matto vestito da folletto. Fra le signore vi erano la madre e la moglie di Julian, e sul retro copertina comparivano la due figlie piccole del Nostro.
Il disco è un capolavoro che lascia intendere le future direzioni di Cope: quelle che lo porteranno ad abbracciare una visione pagana e primordiale della sacralità, contrapposta al potere delle multinazionali e delle religioni organizzate, autentiche forme di fascismo per Julian. Musicalmente “20 Mothers” è il più vario della sua produzione, ogni brano è una storia a sé. In tutto sono venti i brani, come venti sono le madri protagoniste del titolo e della copertina; altra particolarità, l’album è diviso nelle consuete quattro facciate che qui prendono il nome di “Phase“; nei brani si passa dal folk bucolico, allo psych-metal tirato, all’elettronica di ricerca, alla psichedelia tout court, ma a sovrastare il tutto c’è il fantasma di colui che è sempre stata la musa ispiratrice di Julian Cope: Syd Barrett. Apre le danze il pop psichedelico brioso di Whelbarrow Man, barrettiano fino al midollo. Scampoli di elettronica minimale introducono la successiva I Wandered Lonely As a Cloud, ballata acustica da ipotetica Arcadia pastorale trasbordata su un pianeta parallelo. Segue il brano cui fu estratto il singolo: Try Try Try, sostenuto e trascinante acid rock da ascoltare tutto d’un fiato. Stone Circle’n’You è una breve filastrocca folk per un balletto di gnomi calati in acido. Queen/Mother è pura psichedelia barrettiana di fine millennio. La prima facciata si chiude con la ninna nanna acustica dai vapori acidi e dai rimandi a certo folk inglese agropastorale di I’m Your Daddy.
La seconda facciata (“Phase 2“) si apre con uno dei brani più belli dell’album: Highway to the Sun; un basso scuro e cavernoso introduce il pezzo, seguito dalla voce di Julian che qui pare un druido calato in un immaginario fantascientifico sci-fi; e poi si deflagra nel ritornello virando verso un acid rock fatto di asperità chitarristiche e dissonanze elettroniche; e così per un triplo gioco di pause e rimonte, di calma apparente e inni a un caos primordiale. Sono più di sei minuti di brivido e suspense. Segue 1995, una litania, un canto lisergico elevato a qualche divinità pagana, con arrangiamenti di sapore barocco. La successiva By The Light of the Silbury Moon è un cambio netto di direzione: siamo dalle parti di un tribal-acid-metal con una voce delirante in preda a qualche possessione. Ancora diversa è Adam&Eve Hit The Road, scanzonata pop song dall’alto gradiente lisergico. Chiude la seconda facciata Just Like Pooh Bear, ed è un altro colpo di scena: provate a immaginare i Depeche Mode che viaggiano su una retrofuturistica autostrada kraftwerkianamoroderiana. La terza facciata (“Phase 3“) inizia con Girl-Call, psichedelico funkyjazz con la voce che pare un sussurro dietro un tappeto sonoro elettropercussivo. Altro brano da pelle d’oca. Segue la furia hard-psycho di Greedhead Detector, e pare che Cope si sia fatto un viaggio nello spazio
appena dopo  essersi calato un acido. Questp brano è un’aspra invettiva contro i padroni delle multinazionali che pare provenire da uno stregone dell’era spaziale; la musica è una tempesta di schegge impazzite hard&heavy.
Don’t Take Roots è un pop-wave barrettiano con le tastiere a dominare il quadro. Senile Get è una splendida ballad acustica degna del Julian Cope più melodico, arricchita da innesti di elettronica e piano. Chiude la terza facciata The Lonely Guy, una torrida pop song dominata da un “wall of sound” di tastiere, trama ove si intrecciano manipolazioni sintetiche; la voce ripete la stessa frase all’interno di questo capolavoro di arrangiamenti per synth. La quarta facciata (“Phase 4“) inizia con Cryingbabiessleeplessnights, titolo composito formato da quattro parole (non c’entra nulla ma questo titolo mi fece pensare ai tempi alla Prisencolinensinainciusol del nostro “Molleggiato“) che identifica una potente ballad barrettiana tra folk inglese e psichedelia. Segue la splendida Leli B, uno strumentale di elettronica vintage che rievoca la solarità mediterranea di Vangelis.
Road of Dreams è un solenne madrigale dal severo impatto melodico: il cantato è sorretto da un’impalcatura elettroacustica con la presenza di una tromba che pare uno squillo di fanfara, così in crescendo verso il tripudio finale. Chiude l’album When I Walk Through The Land Of Fear che è la reprise di un brano di “Fried” (1984), un album che Julian Cope fece uscire dieci anni prima con un nuovo arrangiamento totalmente differente: è da brivido! La voce declamante del Druido intona la sua preghiera con un sottofondo di tastiere che evoca un paesaggio irreale di una dimensione parallela fatto di dilatazioni che guardano in lontananza verso un orizzonte indefinito; Julian cammina nella totale solitudine in mezzo a codesto paesaggio; ad un certo punto gli arrangiamenti si aprono verso solennità chiesastiche che portano l’ascoltatore a varcare la soglia di un ultramondo; il brano si conclude in una sorta di catarsi, fra organo da chiesa, muri di elettronica e invocazioni di oscure divinità pagane. È una specie di catarsi apollinea/dionisiaca di nitzschiana memoria calata in un paganesimo ultraterreno dopo aver varcato la porta di una percezione blakeiana e barrettiana.

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