Juju: “Maps and Territory” (2019) – di Ignazio Gulotta

Mappe e territorio, mappe che chiudono i territori, che erigono barriere a un’umanità che cerca di aprire strade, vie verso una salvezza sempre più ardua. Esemplare la cover di “Maps and Territory” (2019), disegnata da Marco Baldassarri, nella quale mare e terra sembrano essere rigidamente separati da linee di confine. Nel suo terzo disco a nome Juju, dopo l’esordio eponimo del 2016 dedicato ai migranti che attraversano il Mediterraneo e il successivo “Our Mother Was a Plant”, sorta di viaggio alla ricerca dell’unità perduta col mondo naturale, con questo eccellente nuovo lavoro, uscito come il precedente per l’inglese Fuzz Club Records, Gioele Valenti prosegue nella ricerca del passato ancestrale dell’uomo, di una via che superi l’alienazione e l’ansia produttivista della società contemporanea.
Quella di Valenti, conosciuto anche per i suo lavori col moniker Herself, è una ricerca prettamente musicale, attraverso la quale superare le barriere e fare incontrare tradizioni e generi diversi. Nella sua musica si incontrano esperienze diverse filtrate dalla particolare sensibilità del musicista palermitano, il kraut rock, la psichedelia, le musiche della sponda sud del Mediterraneo, l’afrobeat, la drone music, la trance, l’elettronica, il jazz… concorrono a creare un universo musicale di grande fascino, che colloca Juju ai vertici della neopsichedelia mondiale. L’ascolto delle sei tracce di “Maps & Territory” si dispiega come un viaggio sacrale e ipnotico alle radici dell’umanità, la musica assume un carattere messianico come ancora di salvezza contro la disumanizzazione: la trance è sì partecipazione a un rito collettivo di abbandono e trascendenza, ma è anche una (ri)scoperta del valore della musica come esperienza comunitaria e spirituale
È Master and Servants ad aprire il disco con un drone liquido e futuristico del synth, per poi dipanarsi su ritmi ipnotici e ossessivi, mentre il particolare canto ieratico e volutamente monocorde di Valenti suscita immagini torbide e inquiete («I see all my friends / they skid in the gore / I kill all my brothers / Just leave me alone»). La seconda traccia, I’m in Trance, il titolo già dice tutto, vede la presenza alle percussioni di Goatman degli svedesi Goat, collettivo col quale Juju vanta ormai una stretta e feconda collaborazione: qui ritmi afro tellurici e chitarre acide officiano il rito tribale, mentre Motherfucker Core si dipana in levare per oltre sette minuti fra afflati lisergici e una sezione ritmica geometrica fra Can e Neu. Ipnotica e mistica, If You Will Fall disegna scenari che nella parte finale assumono una cupa dimensione onirica.
God Is a Rover mostra l’anima più prettamente rock, con una melodia killer e un ritmo frenetico e irresistibile. Chiude l’album Archontes Take Control: la traccia inizia con un sax notturno e solitario (lo suona l’artista sperimentale Amy Denio) e alterna momenti calmi e riflessivi, minimali ad altri nervosi e rumorosi in un complesso intreccio fra droni, percussioni metalliche, distorsioni cupe. “Naps and Territory” è un altro magnifico lavoro del multistrumentista Gioele Valenti: tutti gli strumenti sono infatti suonati da lui, che ci regala con questo terzo lavoro la chiusura ideale di una splendida trilogia che vuole andare a esplorare lo stato presente dell’umanità attraverso un suono che coniughi le esperienze musicali legate alle tradizioni di trance e riti comunitari, alla psichedelia e alla cultura rock.

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