JPT Scare Band: Il Nulla al di fuori del Suono – di Giovanni Capponcelli

Dai primi anni 70, dalle periferie anonime di Kansas City. Sempre assieme quelli della JPT Scare Band, a suonare in quello stesso scantinato orrendo. Chiusi dentro come in un Conclave per Santità Rock, con stormi di falene attorno e Buffalo Bill nascosto al buio col coltello in mano, come ne “Il silenzio degli innocenti”. Gloriosamente ignoti a tutti, addirittura inediti fino alla metà degli anni 90, Paul Grigsby (bassista), Jeff Littrell (battersita) e Terry Swope (chitarrista) sono i Supremi Invisibili. Ben più degli Zerfas o dei Granicus. Una band inesistente, oltre perfino al cavaliere di Calvino. Dimenticate Helios Creed e Randy Holden. Dimenticate anche Keiji Haino, gli Sleep e gli Earth del secondo album. Scordatevi il Neil Young di “Dead Man”. A quelli della JPT Sare Band non fregava un cazzo di fare canzoni… a loro interessava solo suonare. I loro brani sono semplicemente continui, reiterati, insistenti, logorroici, fatti di dementi assoli… all’unisono. Basso, batteria, chitarra. Niente strofe, bridge, chorus. Una totale dedizione al freeform, spinta tanto da fare invidia a un Anthony Braxton o ad un Roscoe Mitchell. Immaginate un 45 giri dei Cream riprodotto con la levetta del giradischi sul 33: gonfiato, esteso, deformato, piagato. Cantato con il mellifluo menefreghismo di chi parla ad una folla di sordi rinchiusa in qualche ospedale psichiatrico progettato dal Terry Gilliam de “L’esercito delle 12 scimmie”. La JPT si materializza proiettata nel tempo, come lo spaesato Bruce Willis che prova a salvare il mondo dall’epidemia. Senza riuscirci. Il totale di tante parti è quasi un live dei Grand Funk suonato attraverso gli Sleep di “Sleep’s Holy Mountain” che succhiano avidi quella stecca di quaalude rimasta nella tasca dello zaino per oltre vent’anni. Il  “Mirror Man” di Beefheart ricalcato da un Jimi Hendrix più strafatto di baccano di quello che suonò a Woodstock. Gli unici termini di paragone plausibili sono sauropodi come Amboss degli Ash Ra Tempel e sopratutto “Population II” del “Vate” Randy Holden, ma del tutto privi del vagabondare cosmico e dell’aura mistica da guru capriccioso in favore di un ghigno e una siringa da teppisti da marciapiede. Un basso elettrico che sembra veramente percosso da un gigantesco Hartmut Enke del profondo sud, un Titano dell’onda profonda che prende a prestito i giri più intontiti del Jack Casady di Saturday Afternoon per farne un bordone che al tempo stesso è enorme di suono e trascinante di ritmo. King Rat è il vero testamento della Band. Un death metal degli abissi deformato da fumo afgano e LSD a litri, gettato impunemente nell’acquedotto dell’ultimo paese della frontiera. La batteria di Jeff Littrell si ritaglia con la forza un’autopsia di stonature in sottofondo; potrebbe stare in un’altra inquadratura, su un altro set, dalla parte opposta del globo, per come divaga senza guinzaglio, per come sbatte a destra e sinistra come una cassa da morto che cade dalla tromba delle scale del World Trade Center. Su tanta ritmica potrebbe sembrarwe facile per Terry Swope dispiegare una foga punk unita ad una perseveranza acida dal volume ignoto e da un feeling blues di ispirazione, assolutamente metal d’atteggiamento; che mai si nega il gusto del clichè ultra-macho, ma sempre talmente verboso da sommergere ogni noia con valanghe di feedback esasperanti. Brani di un quarto d’ora che passano rapidi e godevoli come una scopata sul retro di una Camaro; salvo poi risvegliarti in uno sconosciuto motel dalla parte opposta dello stato, mentre una grossa cimice trotterella allegra sulla tua pancia. Wha-wha declinati in ogni forma, senza badare all’opportunità, al tempo e senza alcun freno inibitore. La James Gang di Funk #48 rinchiusa in una campana di bronzo che affonda nell’abisso, mentre i reduci dell’estate dell’amore sono sbandati accattoni che mendicano una dose all’ingresso del vecchio Fillmore… ma la porta è sprangata da anni. Non c’è salvezza per i reclusi nelle comuni rurali, per i Guru dell’amore libero, per i teorici yippie; Billy e Capitan America se ne sono andati da un pezzo col loro carico di “roba”. Tracce di Black Sabbath che si prostituiscono all’acido e rinnegano ogni Dio, soprattutto quello più cattivo, anziano, con la barba bianca e un figlio pieno di problemi. Una selva di corde metalliche come violino e Gibson degli High Tide intrecciati assieme in un unico mefistofelico strumento, che nutre una jungla attraverso la quale si procede solo con un machete che urli di languori funky e stupefacenti forse ignoti perfino ai più estremi Funkadelic e al volante Reaper degli Guess Who. E Jerrys’ Blues dovrebbe essere una specie di slow bianchiccio da west side Chicago? O solo l’ultimo bootleg di qualche ramingo viso pallido perso in Maxwell Street? Veramente questi vogliono farci credere di sapere cosa sia il blues? Con quei minuti finali in cui il brano degenera in un altoforno di NWOBHM industriale? Lo hanno ascoltato qualche volta, il blues, per radio, quando Clapton, Bruce e Baker stavano ancora sullo stesso palco. Quasi dieci anni dopo, sono ancora lì, sulla stessa stazione. Fantastico. Ma quando attacca un insulto musicale come Rape Of Titan’s Sirens lo stordimento è servito. Quando arriverete alla metà di Acid Acetate Excursion sarete irrimediabilmente persi in un dedalo privo di uscita, forse senza Minotauro, sicuramente senza il filo. Sono gli echi della Fender dell’ultimissimo Hendrix, quello più nero, quello intransigente; lo zingaro dell’iper-funky. Sono gli echi di uno strumento sotterrato come il tomahawk di un capo indiano di cui il Ku Klux Klan ha cancellato memoria e onore. Non c’è melodia, non c’è nessuna idea musicale… Ma non c’è neanche il puro rumorismo di “Metal Machine Music” o di certi Fushitsusha. Non c’è la meditazione trascendente di Earth-Two. C’è l’espansione totale degli spunti più anarchici di uno Jorma Kaukonen bastardo, mischiato a qualche kraut-rocker atterrato bruscamente sulle esigenze progressive dei Blues Creation o della Flower Travellin’ Band. Questo, ed un lercio pub di periferia in cui esibirsi due sere su tre, con le stesse quattro puttane che ti ascoltano prima di iniziare il turno. Per terra chiazze di birra, sangue e sperma. Non cercate un senso dentro Time To Cry o Sleeping Sickness. Perché non c’è. Spirali che lasciano quel retrogusto di chimica marcescenza alle spalle; come nel sogno di una Detroit decadente e senza salvezza, in cui la lotta per i sacrosanti diritti ha lasciato il posto ad una scena frammentata di Fight Club clandestini in cui yuppies precoci sfogano il testosterone senza causa né ideologia. Quando il brano più corto nel mezzo di un catalogo che di rado si abbassa sotto i 10 minuti, sono i 90 secondi di It’s Too Late – follia backwords, incomprensibile, inutile, nichilista, falsamente psichedelica – allora è chiaro. Il suono è il messaggio. Chi se ne frega dei contenuti. Inediti per vent’anni, eppure imperterriti nel suonare sempre assieme, nell’incidere su qualsiasi supporto a portata di mano, per decenni sono circolati solo alcuni acetati, alcuni nastri; nulla di ufficiale. Così, quando a metà anni 90 la Monster Records compilò “Acid Acetate Excursion”, fu facile ipotizzare di trovarsi di fronte a qualche degenerato terzetto stoner in letargo tra il Mojave e la vecchia Seattle dei Melvins. In realtà i quattro pezzi del disco furono registrati tra il 1974 e il 1976; ma a quel punto tra brani vecchi, nuovi, registrazioni live e chissà quant’altro, era difficile raccapezzarsi. Non che il fattore tempo importasse poi molto: la JPT si era conservata come imbalsamata nell’ambra paleolitica e le jam di un tempo erano semplicemente reinterpretate con un filo sottile di post-produzione in più. Certo il fascino del sound vintage delle incisioni di metà anni 70 non teme il confronto con i brani più recenti. Perché nel frattempo, all’alba del nuovo millennio, erano usciti anche i due album destinati a diventare pivotali nel catalogo della JPT Scare Band: “Sleeping Sickness” e “Past is Prologue”. Tanto che il gruppo si era accasato con una nuova etichetta ed era ritornato a sputare fuori vecchie jam nuove di zecca, sia su “Rumdum Daddy” che su “Acid Blues Is The White Man’s Burden” del 2010. Certo che il sound si è imborghesito un po’, compaiono perfino brani di meno di 5 minuti… eppure quel fascino distantissimo da eremiti nel deserto dell’acid jam mica lo hanno perso.
We travelled to the edge of the Cosmic Universe and returned semi-intact (Jeff Litrell).

Discografia: Acid Acetate Excursion” (Monster Records 1994). Rape Of The Titan’s Sirens” (Monster Records 1998). Sleeping Sickness” (Monster Records 2000  Reissue Kung Bomar Records 2009). Past Is Prologue” (Kung Bomar Records 2001). Jamm Vapour” (Kung Bomar Records 2007). Rumdum Daddy” (Kung Bomar Records 2009). Acid Blues Is The White Man’s Burden” ‎(Ripple Music 2010).

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