Joni Mitchell: “Shadows and Light” (1980) – di Ubaldo Scifo

“Every picture has its shadows /And it has some source of light / Ogni immagine ha le sue ombre / ed  ha qualche fonte di luce” (1)Le luci della ribalta e le ombre degli insuccessi: la vita di un’ artista è fatta di entrambe le cose. E poi bisogna combattere con il giudizio della critica e, sopratutto, fare i conti con sé stessi, lontano dal pubblico, lontano dalle certezze del consenso. Il palcoscenico riassume questo “Shadows and Light”, doppio album dal vivo di Joni Mitchell, pubblicato nel 1980 dalla Asylum Records che restituisce un’immagine completa e complessa dell’artista, forse più di ogni altra delle sue produzioni discografiche. Si tratta di registrazioni effettuate da concerti durante il tour che comincia nell’agosto del 1979. Joni raduna attorno a sé musicisti di prim’ordine, provenienti dal Jazz e, in particolare dalla fusion, tuttavia aperti a contaminazioni ed  esperienze musicali di genere diverso, vicini al suo spirito avventuroso, desideroso di conoscere e di sperimentare. Fra questi, Jaco Pastorius che con il suono inconfondibile del suo basso fretless, arricchisce di dinamiche funky i vari brani. Jaco ha collaborato con Joni Mitchell nell’album “Hejira“ (Asylum Records 1976) da cui sono tratte ben cinque canzoni eseguite dal vivo in quest’album, poi in “Don Juan’s Reckless Daughter” (Asylum Records1977) e anche in “Mingus” (Asylum Records 1979) che contiene tre brani inseriti qui in versione live. Pat Metheny sospinge e trascina il gruppo: la sua versatilità gli consente di passare agevolmente dalle atmosfere sognanti immerse in nuvole di zucchero filato, come succede nel suo assolo (Pat’s Solo) ad atteggiamenti tipicamente hard e free che  si possono apprezzare nell’album insieme a Ornette Coleman, “Song X” (Geffen Records 1986), mentre  troviamo alle tastiere  Lyle Mays, abile catalizzatore con le sue ambientazioni sonore dall’animo zingaro del chitarrista. Al sax tenore e soprano troviamo un certo signor Michael  Brecker, scatenato inBlack Crow, ma veramente durante tutti suoi interventi, posseduto da un diavolo di hard bop e, infine, Don Alias suona batteria e percussioni (anche lui ha precedenti collaborazioni con Joni in “Don Juan’s Reckless Daughter” e “Mingus”). C’è persino un famoso gruppo gospel-soul, The Persuasions di zappiana memoria, che partecipa ad una splendida versione di Shadows and Light e Why Do Fools Fall In Love, successo dei Teenagers del 1956. Come ogni pittrice Joni è sensibile al chiaro-scuro e queste sensazioni visitano la sua musica, la influenzano e la esaltano. I suoi versi a volte sono immagini, a volte storie della sua o di altre vite vissute, a volte riflessioni sul suo mood, considerazioni filosofiche o confessioni in cui la cantante spesso si mette a nudo. “Sono come un corvo nero che vola / In un cielo blu e blu / Alla ricerca dell’amore e della musica / La mia intera vita è stata / Illuminazione / Corruzione / E, tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi / In picchiata su ogni cosa che luccica” (2)Il suo blues è uno stato d’animo, una coltre di ironica tristezza, un profondo atteggiamento  introspettivo. Questo atteggiamento a momenti  si anima di swing, come in  God Must Be A Boogie Man, qui stravolta da Jaco e da Don Alias che imprime con le congas un andamento latino. Il  blues descrive con empatica consapevolezza le condizioni dei musicisti di colore e delle assurdità delle discriminazioni razziali, nella struggente Goodbye Pork Pie HatLa black music ha uno spazio importante ma Joni propone anche le sue classiche ballate esistenziali, che rivelano le sue origini folk, nelle quali, in questo live, viene dato maggior risalto alla parte strumentale, grazie alla super line up formata da eccellenti strumentisti che si propongono a turno con preziosi assoli. Il live album raccoglie, oltre a quelle già descritte, canzoni tratte da “Court and Spark” (Asylum Records 1974), da “The Hissing of Summer Lawns” (Asylum Records 1975) e da “Ladies of the Canyon” (Reprise Records 1970)… ed è più facile concedersi al loro ascolto, che descrivere il clima del momento. Alle fine del concerto la cantante imbraccia la chitarra e si accomiata dal pubblico cantando da sola Woodstock, per la gioia dei numerosi freak presenti: una versione lontana dai toni entusiasti dell’originale, disincantata, pensosa, che attraversa il silenzio commosso del suo pubblico ed accarezza con le parole quel momento, che è ormai un ricordo. I tempi cambiano, i tempi sono cambiati, forse non nel verso positivo della speranza, come cantava Bob Dylan, ma nel verso negativo di un sogno infranto. Ma, lo sai, si vive per imparare” (3). Ah, come si sono rivelate amaramente vere quelle parole…

Disco 1: 1. Introduction 1:51. 2. In France They Kiss On Main Street 4:14 (Joni Mitchell).
3. Edith And The Kingpin 4:10 (Joni Mitchell). 4. Coyote 4:58 (Joni Mitchell).
5. Goodbye Pork Pie Hat 6:02 (Joni Mitchell, Charles Mingus).
6. The Dry Cleaner From Des Moines 4:37 (Joni Mitchell, Charles Mingus). 
7. Amelia 6:40 (Joni Mitchell). 8. Pat’s Solo 3:09 (Pat Metheny).
9. Hejira 7:42 (Joni Mitchell).
Disco 2: 1. Black Crow 3:52 (Joni Mitchell). 2. Don’s Solo 4:04 (Don Alias).
3. Dreamland 4:40 (Joni Mitchell). 4. Free Man in Paris 3:23 (Joni Mitchell).
5. Band Introduction 0:52. 6. Furry Sings The Blues 5:14 (Joni Mitchell).
7. Why Do Fools Fall In Love 2:53 (F.Lymon, N.Levy). 8. Shadows and Light 5:23 (Joni Mitchell).
9. God Must Be A Boogie Man 5:02 (Joni Mitchell). 10. Woodstock 5:08 (Joni Mitchell)

Joni Mitchell: voce, chitarra. Michael Brecker: sax tenore e sax soprano.
Pat Methenychitarra. Lyle Mays: pianoforte e tastiere. Jaco Pastorius: basso elettrico.
Don Alias: batteria e percussioni. The Persuasions: cori.

(1) da Shadows and Lights: “The Hissing of Summer Lawns” (Asylum Records 1975).
(2) da Black Crow: “Hejira“ (Asylum Records 1976). 
(3) da Woodstock“Ladies of the Canyon” (Reprise Records 1970).

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