Joni Mitchell – “Mingus” (1979) – Di Mr. Hyde

“La prima volta che l’ho visto il suo volto brillò su di me con una malizia gioiosa. Mi piacque subito.”(1). E’ l’inizio delle note di Joni Mitchell contenute in “Mingus”, l’album pubblicato nel 1979, dedicato al musicista e compositore jazz Charles Mingus (1922-1979). Il misticismo e la magia attraggono la cantante canadese, eccitano la sua fantasia e molto nei suoi testi è acceso dalla suggestione. In effetti quello che riguarda questa storia è qualcosa di magico e trascendentale. Come ad esempio il fatto che in quell’anno Charles muore all’età di 56 anni, viene cremato e lo stesso giorno cinquantasei capodogli spiaggiati sulla costa messicana, muoiono e i resti vengono bruciati. “Queste sono le coincidenze che esaltano la mia immaginazione scrive Joni, che appena qualche giorno prima gli aveva fatto ascoltare le canzoni  di cui  il suo amico-maestro di jazz aveva composto la musica, e alle quali lei aveva aggiunto i testi. Mingus ascoltò le ascoltò tutte, tranne God Must Be a Boogie Man… Joni infatuata del blues e del jazz che, in questa occasione, l’aiutano a esprimere la sua musica e i suoi pensieri. Un linguaggio musicale, non il solo, non l’unico ma sicuramente quello che ottiene risultati eccellenti, probabilmente perché  sonorità, armonizzazioni e tempi, bene si adattano  alle atmosfere  delle sue canzoni. E’ una pittrice e la sua musica è molto simile ai suoi quadri dove si muovono figure definite da macchie di colore così come una jazz-performance sembra essere fatta di pennellate che seguono una trama latente. Ma tutto questo da dove ha origine? Forse dai tempi del Festival dell’Isola di Wight nell’agosto del 1970? Nello stesso giorno in cui si esibì Joni, quasi subito dopo fu il turno di una all stars electric jazz band formata da Miles Davis alla tromba, Gary Bartz al sax, Keith Jarrett e Chick Corea alle tastiere, Dave Holland al basso, Jack De Johnette alla batteria e Airto Moreira alle percussioni. Forse per lei sarà stata un’illuminazione, sicuramente un’esperienza dal grande impatto emotivo… o, chissà, magari lei non avrà nemmeno assistito, travolta dalla fretta di andare via, delusa dalle contestazioni espresse durante la sua esibizione. Certo è che il suo modo di fare musica negli anni successivi sarebbe cambiato decisamente. Dopo varie esperienze Joni approda al 1977, anno in cui esce “Don Juan’s Reckless Daughter”, doppio album che rappresenta una tappa fondamentale nel suo percorso artistico. In parte sperimentale, in parte jazzistico, con qualche brano folk rock. C’è un po’ di tutto e c’è una grande voglia di cambiare e usare altri linguaggi, percorrere altre vie. Registrato con musicisti del calibro di Wayne Shorter, Jaco Pastorius, Manolo Badrena, Alessandro Acuna  esponenti della fusion e componenti dei Weather Report – e poi altri musicisti tra cui Larry Carlton, che già aveva suonato in “Court and Spark” (1970), “The Hissing of Summer Lawns” (1975) e “Hejira” (1976). Anche Pastorius aveva precedentemente collaborato in Hejira“La figlia spericolata di Don Juan” che lancia voli di colombe e manifesta la sua Blackness colorando il suo viso di nero, attrae l’attenzione del pubblico appassionato di jazz e di Charlie Mingus. Così siamo arrivati al 1979 e Joni decide di avvalersi dell’aiuto di una band più collaudata: Jaco Pastorius – Bass (Horns arrangement in The Dry Cleaner From Des Moines)Wayne Shorter – Soprano Sax. Herbie Hancock – Electric Piano. Peter Erskine – Drums. Don Alias – Congas. Emil Richards – Percussion.

Le canzoni
Si tratta di sei canzoni, di cui Joni Mitchell è l’autrice dei testi e della parte musicale in
God Must Be a Boogie Man  e The Wolf That Lives in Lindsey. Alle canzoni sono alternate cinque tracce che riguardano frammenti di dialoghi di Mingus con moglie e amici… e un frammento di duetto di Joni con Charles registrati su nastro e concessi gentilmente da Sue, moglie di Mingus (nell’elenco che segue scritte in corsivo e indicate con framm.reg).

Happy Birtdthday 1975 (framm. reg)
1) God Must Be a Boogie Man 
Funeral (framm. reg)
2) A Chair in the Sky
3) The Wolf That Lives in Lindsey
I’s a Muggin’ (framm. reg)
4) Sweet Sucker Dance
Coin in the Pocket (framm. reg)
5) The Dry Cleaner From Des Moines
Lucky (framm. reg)
6) Goodbye Pork Pie Hat

Le canzoni sono tutte delle perle, un jazz elegante e accattivante certamente lontano dai toni forti delle session di Mingus. Invece, A Chair in the Sky, è sospesa nell’aria, come le figure di un quadro di Chagall così come Sweet Sucker Dance. Chissà quale sarebbe stata la reazione di Charles all’ascolto della sua musica eseguita in questo modo, senza qualche urlo da boogie man, ripulita dalle bottiglie di whisky, senza l’andirivieni di donnine  che gli piacevano tanto…
“Chi è questo Buddy Collette, Mingus?”
“Il mio migliore amico. 
Una volta suonava davvero, ma i biancuzzi lo hanno tanto spaventato che è diventato bianco dentro. Gli piace avere il suono bianco. Però riuscirebbe a leggere una carta moschicida piena di cacatine di mosca”.(2).
Ecco, per lui c’era il jazz bianco il jazz nero… 
Una ballata piena di nostalgia, The Wolf That Lives in Lindsey, l’unico momento  in cui Joni suona la chitarra acustica e canta alla sua maniera, accompagnata dalle percussioni. “Del buio nella mente degli uomini / Cosa si può dire / Che non sia stato raccontato dalla storia / O dalle news TV. di oggi?”(3).
The Dry Cleaner From Des Moines
ha un andamento funky reso ancor più travolgente dagli interventi dei fiati, arrangiati da ‘Pastorius. 
God Must Be a Boogie Man è ispirata dalle prime pagine del libro “Beneath The Underdog” scritto da Mingus e pubblicato per la prima volta nel 1971, mentre l’edizione italiana (“Peggio di un Bastardo”) è del 1979. Una affettuosa presa in giro da parte di Joni, all’ammissione della “trinità di Mingus”.
“Dio dev’essere un uomo nero!” Così afferma il coro.

“In altre parole, io sono tre. Il primo sta sempre nel mezzo, senza preoccupazioni, senza emozioni; osserva e aspetta l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato.
E poi c’è una persona piena d’amore e di gentilezza che permette agli altri di penetrare nella cella più sacra del tempio del suo essere (…)”(4).

Goodbye Pork Pie Hat scritta da Mingus per Lester Young – morto nel 1959  viene inserita in “Ah Um”, album che vede la luce lo stesso anno. Ne esiste però un’altra versione, registrata in studio e uscita nel 1977, nell’album “Three or Four Shades of Blues”, l’ultimo in cui Charlie partecipa alle sessioni di registrazione suonando il suo contrabbasso. La versione di Joni ha fatto riferimento alla registrazione del 1959. Le diversità riguardano la presenza di strumenti elettrici (anche nel resto del disco), l’introduzione di Jaco Pastorius e Wayne Shorter e il fatto che la linea melodica del sax viene sostituita dal canto di Joni in maniera abbastanza fedele. L’atmosfera è più rarefatta, Jaco gioca un ruolo di co-protagonista, prende per mano la cantante e la porta in giro in taxi per una corsa nella metropoli di notte, vista attraverso un finestrino appannato, dove le tastiere di Hancock brillano a intermittenza come le luci delle insegne e dei semafori, come gocce di una pioggia leggera… mentre le note del sax soprano colpiscono improvvise, simili a  sussulti di malinconia… “When Charlie speaks of Lester / You know someone great has gone / The sweetest swinging music man / Had a Porkie Pig Hat on / A bright star / In a dark age / When the bandstands had a thousand ways / Of refusing a black man admission / Blak musician (…)”. (5). Lester era “Una stella luminosa, in un epoca buia / Quando le orchestre avevano mille modi /
Di rifiutare l’ammissione di un uomo nero / Un musicista nero (…). (6) 
Joni non si lascia sfuggire l’occasione di descrivere le brutalità del razzismo imperante in quegli anni, anche perché il tema della diversità gioca un ruolo fondamentale nella vita e nella musica di Mingus, che reagisce con rabbia alle angherie dirette o sottese cui erano sottoposti i musicisti di colore oltre che le persone comuni. Ribellione e rancore, a volte anche tristezza e rassegnazione tipiche dell’atteggiamento blues“… se fra i tuoi antenati c’è anche un solo “negro”, sarai sempre un negro per qualsiasi pidocchioso, o testadicazzo pellebianca, o gente del genere, non importa se sei nero come il carbone o giallo come il mio ragazzo, o grigio come il caucasico più pallido dagli occhi nocciola e i capelli color sabbia come Daddy, ed è meglio se lo tieni bene a mente.”(7). E qui viene subito da pensare alla suite di Duke Ellington, molto amato da Mingus, Black, Brown and Beige (1959), forse la sua più celebre composizione.
Chi è quel ragazzino attaccato ai pantaloni di Bird? “E’ mio figlio”. (il figlio di Mingus – n.d.r.)
“Duke Ellington, papà! Duke Ellington, papà!”
“Che vuoi dire?”
“Mi sta dicendo che gli gusta Bird. Guarda Bird che sorride da un orecchio all’altro. E’ davvero una persona splendida”.(8)
Sue e il fiume sacro / Ti condurranno  ai santi del jazz / Da Duke e Bird e Fats / E tutti gli altri santi.(9)

Note:
(2) (4) (7) (8) – da “Peggio di un bastardo” di Charlie Mingus – 1979 ed.italiana il Formichiere
(1) (9) dalle note di copertina scritte da Joni Mitchell contenute nell’album
(3) trad. da The Wolf That Lives in Lindsey
(5) da Goodbye Pork Pie Hat
(6) trad. da Goodbye Pork Pie Hat.

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joni mingus seconda

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