Jon Watts: Cop Car (2015) – di Dario Lopez

Spesso i film “piccoli” funzionano, si asciugano di tutto o quasi: cast limitati all’osso, budget ovviamente ridotti, pochi dialoghi, poche idee ma ben centrate e sviluppate in maniera tutto sommato credibile; se non per lo sviluppo, almeno per temi, atmosfere e sensibilità. “Cop Car” di Jon Watts, regista anche del recente blockbuster “Spiderman homecoming”, è uno di questi. “Scopare. Tette. Figa. Troia. Porca troia. Culo. Buco del culo. Faccia di culo”. Due bambini di una decina d’anni, provenienti da famiglie con qualche assenza, scappano di casa in cerca d’avventura e di trasgressione. Travis (James Freedson-Jackson), il più vivace, inanella parolacce; Harrison (Hays Wellford), con ritrosia e un po’ di timidezza, le ripete. È una prima forma di libertà quella del linguaggio, insieme alla scoperta degli spazi amplissimi di un’America del Sud quanto mai disadorna di figure e figuranti… c’è pochissimo che si muove nel bellissimo paesaggio di “Cop Car”, giusto l’erba… a calpestarla più mucche che uomini. L’incedere di Travis e Harrison, il loro girovagare, riporta alla mente, ma soprattutto al cuore, tanti racconti di formazione provenienti dal passato, dal Cinema come dalla Letteratura (si sono anche spesi i nomi di King e Lansdale). Ancora una volta, asciugando/eliminando uno di quegli elementi che più caratterizzava quei racconti, che poi altro non era che il “fantastico”. Qui gli eventi sono tutti terreni, fantastici solo agli occhi dei due bambini, almeno in principio… poi anche per quegli occhi la gioia dell’avventura sarà destinata a trasformarsi crudelmente in altro. Pochi elementi. A dar pepe al viaggio dei due amici una macchina della polizia, ferma, apparentemente abbandonata nella campagna. Isolata. Una bottiglia di birra vuota poggiata sul suo cofano. Travis e Harrison non ci possono credere: l’iniziale timore si trasforma nell’Avventura all’ennesima potenza, quella con la A maiuscola. Le chiavi sono all’interno, poliziotti non se ne vedono, sceriffi neppure… Travis un poco sa guidare. Si parte. Il nastro (digitale probabilmente) si riavvolge, lo sceriffo (Kevin Bacon) c’è ma non si vede, è solo da un’altra parte, sta facendo qualcosa di losco. Quando torna l’auto non c’è più e questo è un grandissimo casino da risolvere, soprattutto a piedi in mezzo al nulla. Jon Watts e Christopher Ford scrivono una sceneggiatura scarna ma altrettanto funzionale che si regge su pochissimi elementi: mescola però sapientemente il racconto ad altezza di bambino (e questo non vuol dire che il film sia adatto ai bambini, anzi), la crime story grottesca sullo stile dei primi Coen, la giusta dose di tensione e location molto indovinate. Kevin Bacon, volutamente sopra le righe, non delude, ma sono soprattutto i due giovani protagonisti ad aderire perfettamente ai loro personaggi e a far sviluppare la vicenda nel migliore dei modi. Non arriviamo all’ora e mezza e i personaggi parlanti non sono più di cinque, seppur la vicenda inneschi diverse curiosità; per gli sceneggiatori non c’è un prima e non c’è un dopo. Senza dubbio qualche spettatore avrebbe voluto vederli questo prima e questo dopo ma, il film, nel suo collocarsi fuori dall’onda mainstream, è più che completo anche così. Si fa fatica a credere che il Watts di “Cop Car” sia lo stesso dell’ultimo “Spiderman”: due modi di fare cinema agli antipodi ma che stranamente sembrano essere entrambi nelle corde del giovane regista.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.