Jon Lord: “Gemini Suite” (1971) – di Nicholas Patrono

Conosciamo Jon Lord (Leicester, 9 giugno 1941Londra, 16 luglio 2012) per quanto ha fatto con i Deep Purple ma non va dimenticato che, a un certo punto della carriera, gli artisti spesso intraprendono percorsi solisti paralleli, capaci di riservare le sorprese più inaspettate, chi in positivo e chi in negativo. Nel caso del tastierista inglese si tratta del primo caso. Oltre all’enorme contributo portato ai Deep Purple, i cui lavori e risultati sono sotto gli occhi (e le orecchie) di tutti, Jon Lord ha collaborato con decine di altri artisti come musicista in studio o dal vivo. La carriera di quest’uomo, da ammirare e stimare sia per la capacità di produrre arte senza mai fermarsi sia per le qualità tecniche, riserba non poche gemme da scoprire anche tra gli album un po’ meno conosciuti e blasonati, come questo “Gemini Suite” di cui si andrà a parlare oggi, registrato nientepopodimeno che negli Abbey Road Studios e nei De Lane Lea Studios, pubblicato nel marzo del 1971 per l’etichetta discografica americana Capitol Records.
La genesi di “Gemini Suite” guarda a un disco di due anni prima, “Concerto for Group and Orchestra” (1969), un concerto scritto e composto da Jon Lord per i Deep Purple, eseguito con la Royal Philarmonic Orchestra di Londra il 24 settembre 1969 e pubblicato poi in vinile il dicembre dello stesso anno per la Harvest in Inghilterra, la Tetragrammon negli Stati Uniti e la Polydor in Canada. Operazione commerciale o arte libera di esprimersi ed essere sé stessa? Chissà. Sta di fatto che qui si incontrano hard rock e musica classica, generi all’apparenza antitetici eppure non così distanti. Tutto questo accade malgrado il poco gradimento di Ritchie Blackmore, dichiarato in un’intervista del 1979 per la rivista musicale inglese Sounds. Il chitarrista non gradiva suonare con l’orchestra, lui era uno da amplificatori al massimo e muri che tremano, al contrario di Jon Lord che invece era un amante della classica, nonché compositore dalle capacità infinitamente superiori per qualità, classe ed eleganza; difatti ricordiamo che, senza nulla togliere alla scrittura di un pezzo rock ben fatto, arrangiare una composizione orchestrale che funzioni è un altro paio di maniche.
Con i Deep Purple l’esperienza classica non si ripete, almeno non subito, e dopo il live album “Concerto for Group and Orchestra” del 1969, comunque replicato una sola volta (il 25 agosto 1970 all’Hollywood Bowl con la Los Angeles Philarmonic Orchestra diretta da Lawrence Foster), bisognerà aspettare il 1993 per vedere pubblicato “Gemini Suite Live” a nome Deep Purple, disco dal vivo che contiene la registrazione dell’unica volta in cui “Gemini Suite” è stata eseguita live, nel 1970. Ecco che nei primi 70, come dicevamo, un po’ sulla scia di “Concerto for Group and OrchestraJon Lord scrive “Gemini Suite”, questa volta senza il capriccioso Blackmore, troppo preoccupato a giocare a fare la “prima donna” e riempire i brani di assoli per mettersi in mostra a più non posso. Oltre a Jon Lord i membri dei Deep Purple che partecipano a questo notevole disco, un esperimento ibrido tra la musica classica e il progressive rock, sono il bassista Roger Glover e il batterista Ian Paice. Presenti poi in formazione altri musicisti di valore: il chitarrista Albert Lee, la cantante Yvonne Marianne Ellimann che, per chi non lo ricordasse, interpretava Maria Maddalena nel musical Jesus Christ Superstar (1970), e il tastierista Tony Ashton.
Sei tracce, o movimenti, un totale di 47 minuti di durata, ogni pezzo concede spazio solistico a uno dei musicisti di punta del disco, il tutto sorretto magnificamente dall’atmosfera classicheggiante. Un magnifico contrasto tra antico e moderno, disco contemporaneo che allo stesso tempo omaggia la Madre della Musica, la classica. Il risultato è un curioso esperimento fusion che scorre senza imbarazzo alcuno alternando gli stili musicali più diversi. “Gemini Suite” fluisce che è un piacere, tra momenti che disegnano immagini di vita da secolo scorso a intermezzi armonici e incursioni strumenti più classici, capaci di trasportarci cinque o sei secoli indietro nel tempo. Non c’è da dilungarsi sulla maestria degli interpreti, già a sufficienza riconosciuta e apprezzata, o sull’analisi dettagliata dei pezzi; si diventerebbe ridondanti. Sedetevi con noi, ascoltiamo (o riascoltiamo) questo grande classico su vinile e facciamo un salto a prendere un caffè in un jazz-bar con Mozart e Beethoven.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: