Johnny Winter: “Johnny Winter” (1969) – di Capitan Delirio

Il disco che porta il suo nome, “Johnny Winter” (1969), non è il suo primo disco, non è il suo esordio e forse non è neanche il suo migliore dal punto di vista qualitativo, ma è un album che comunque riveste un’importanza fondamentale in un periodo storico, sul finire degli anni sessanta, in cui il genere Blues delle tradizioni sta affrontando un momento difficile a causa dell’incalzare dei nuovi generi musicali, tutti che provengono dal Blues ma che non sono più puro Blues. Così Rock psichedelico e progressivo velocemente, nei gusti del grande pubblico, prendono il posto dei generi tradizionali e i chitarristi inglesi come Eric Clapton o Alvin Lee (e tanti altri), o irlandesi come Rory Gallagher, impongono la loro veemenza e il loro virtuosismo sull’utilizzo dello strumento.
Johnny Winter è tra i pochi che in quel periodo può tenere botta con la sua chitarra sul fronte americano. Lui che è cresciuto tra pozzi petroliferi e radio locali che trasmettevano solo musica tradizionale e Rock And Roll. Così nel Long Playing “Johnny Winter”, pubblicato dalla Columbia Records nel 1969, mette tutto il suo Blues, quello che fa parte del suo background, del suo DNA. Ci mette dentro standards di B. B. King, James Gordon, Sonny Boy Williamson I, Robert Johnson, Lightnin’ Hopkins e tanti altri. Chiaramente lo fa a modo suo. Con il suo modo di suonare la chitarra, elettrico, veloce, irruente, a momenti torrenziale, che risente del suo passato da musicista garage, molto tecnico e virtuoso ma mai del tutto aggraziato e preciso. Con la sua voce potente, graffiante, invadente e sgraziata anche lei ma profondamente Soul. Ovviamente non ci sono solo covers, ci sono anche brani di sua composizione. I’m Yours and I’m Hers, Dallas, LelandMississippi Blues, fanno perfettamente parte della lista dei brani scelti perché, sia in fase elettrica che acustica mettono in risalto tutte le radici musicali provenienti dal “Delta del grande Fiume” e le sue varie influenze Folk e Country.
“Johnny Winter” è un disco potente, come è potente l’immagine del suo Autore, un folletto nerboruto dalla folta chioma albina, dalla voce grossa, e dalle dita veloci come quelle di un pistolero. Non si può non rimanere affascinati, immediatamente coinvolti, dal riff iniziale della traccia di apertura. Un album in cui le scale di note degli assoli di chitarra scorrono come quelle di un fiume in piena e il ritmo Blues elettrificato prende sempre più forza, più presa sull’orecchio, sul cuore, fino a diventare Hard Boogie, Hard Rock. La potenza che viaggia tra le corde della chitarra e la voce fa vibrare tutto il dolore di un popolo sradicato, la sofferenza di anime disperate, in alcuni momenti la desolazione delle lande sterminate ma, soprattutto, fa sentire la voglia di riscatto, di raschiare il fondo di un barile di Whisky, e il profumo intenso dei locali di ritrovo dove la cosa più importante era fare baldoria per dimenticare tutto, ballare, sballare e amare. Quando tutto sembra potenza e irruenza, supportata in alcuni brani da “mostri sacri” come Willie Dixon e Little Walter, poi parte un pezzo che sembra diverso da tutto il resto delle tracce. Johnny per un attimo mette da parte la sua chitarra e si fa accompagnare dal pianoforte e dai fiati. Intona un canto d’amore, I’ll Drown In My Tears, forse un lamento, forse una preghiera. La sua voce si fa dolce, perfettamente intonata, protesa verso l’alto. Il Soul domina su tutto il resto anche se si distacca per delicatezza dal materiale incandescente che ha proposto nei brani precedenti. È un momento intenso che eleva una dichiarazione d’amore vera per il Blues. Questo è per noi “Johnny Winter”, una dichiarazione d’amore verso il Blues, la possibilità di rinnovarlo attraverso il talento esuberante del chitarrista, uno dei pochi che ha saputo traghettare questo genere e renderlo più appetibile per le platee delle epoche contemporanee alla sua e quelle future. 

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