Johnny “Guitar” Watson: dal Blues al Funk – di Capitan Delirio

Johnny Watson non solo suonava il Blues ma lo faceva in maniera del tutto personale. Con riff veloci, rudi, sensuali, accarezzando violentemente le corde della sua chitarra senza plettro, tanto da romperle spesso durante le esibizioni. Un rapporto intimo, di pelle. Ne usciva un sound energico e aggressivo. A dispetto di quello che gli aveva chiesto il nonno al momento di regalargli la chitarra: lo avrebbe fatto soltanto se prometteva di non suonare mai e poi mai la “musica del diavolo”. Il nonno lo voleva con sé per continuare la tradizione sacra di famiglia… ma quando fece quella promessa Johnny aveva soltanto undici anni e non sapeva ancora cosa proponeva il diavolo. Gli bastò vedere come suonava T-bone Walker o Gatemouth Brown, passando in pochi anni alla corte di Albert Collins, per capire che strada voleva prendere… e come voleva suonare la chitarra, non ancora ventenne. Neanche a farlo apposta in quel periodo spopola un film Western che sembra fatto per stuzzicare la sua fantasia: “Johnny Guitar”. Non può essere che il suo nome. Così nel 1954 esce il suo primo fenomenale singolo Gangster Of Love… seguito da Space Guitar, una furiosa sperimentazione alla chitarra sui feedback e i riverberi, con un rapido attacco di fuoco a dita nude. Il successo commerciale non è ampio ma l’influenza sui chitarristi a seguire è enorme. Musicisti del calibro di Frank Zappa e Steve Ray Vaughan dichiareranno più tardi di essersi ispirati a Johnny. Non sono anni floridi quelli alla fine degli anni cinquanta e all’inizio dei sessanta per chi fa Blues, per l’avvento di altri generi musicali. Bisognerà aspettare la riscoperta delle tradizioni durante il revival Blues. Mentre Johnny sperimenta Soul e Jazz, nel frattempo il successo di James Brown, con la strepitosa I Got You (I Feel Good) del 1965, rispolvera il termine Funk. Una parola gergale strappata al Jazz, usata per indicare i riff ripetuti, dal ritmo sostenuto, un po’ sporchi, ma che invitano il corpo a muoversi: ballabili, quindi… sexy. Perfetto per i brani di James Brown. Diventa, infatti, il suo marchio di fabbrica. Rude e sexy. Negli anni settanta il concetto viene sviluppato da George Clinton che inserisce le tematiche legate alla vita del ghetto, da cui il genere Funk o P-Funk non si staccherà più, fino alla fusione con le sonorità della Disco Music, qualche anno più tardi. Il nuovo genere musicale viene adottato anche dalle colonne sonore dei film appartenenti al filone della Blaxplotaition, perché è il sound ideale per descrivere le dinamiche del ghetto e veicolare le tematiche legate alla lotta per i diritti degli afroamericani. Esemplare è l’album del 1972 “Superfly” di Curtis Mayfield, capolavoro nato per l’omonimo film, che esplora il linguaggio primitivo della giungla della strada riversandolo in Rhythm and Blues. Funk, quindi, non poteva che essere la naturale evoluzione anche di Johnny “Guitar” Watson. Rude, ballabile, energico e sensuale… è quello che ha sempre cercato. Arriva il momento di far crescere i capelli, di indossare vestiti attillati e scintillanti… e anche scarpe con le zeppe, perché no e, soprattutto, far vedere finalmente a tutti chi è veramente Johnny “Guitar” Watson… tirando fuori due album fondamentali per il genere Funk. Il primo è “Ain’t That A Bitch” del 1976. Disco considerato imprescindibile che, oltre al brano che dà il titolo all’album, contiene un’altra hit come Superman Lover. La seconda pietra miliare è “A Real Mother For Ya”, dell’anno seguente… e questa volta il successo è di portata internazionale. La fama gli consente di rivisitare i suoi vecchi brani e riportarli in vetta alle classifiche ma,  anche, di sperimentare con i suoni, anticipando tanti filoni che si svilupperanno negli anni seguenti. L’album “Love Jones” (1980), ad esempio, contiene il brano Telephone Bill, in cui Johnny si lancia in un assolo vocale, con parole ritmate e rimate che anticipano la tecnica Rap. “Parlare è sempre stato il nome del gioco…” dice Johnny“Quando canto, sto parlando in melodia. Quando suono, sto parlando con la mia chitarra. Potrei parlare di spazzatura ma sto parlando…”. Ovviamente non mancherà di lasciare un segno anche in tutti gli altri generi musicali, come la Disco o l’elettronica, e di cimentarsi in collaborazioni eccellenti come quella con Bo Diddley dell’ultimo periodo. La sua produzione conclusiva è del 1994 con l’album “Bow Wow”. Johnny come un predestinato è nato allattato dalla Musica e come un predestinato ha lasciato questo mondo tra le braccia della sua dea. Muore infatti sul palco, mentre suona durante un’esibizione del tour giapponese nel 1996. Per salutarlo forse potremmo usare le stesse parole che pronunciò Etta James parlando di lui… “Sapeva tutto del Blues… molti dicono che il Re è Elvis… per me il vero Re è Johnny ‘Guitar’ Watson… “

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