Johnny Cash: “At Folsom Prison” (1968) – di Nicoletta Prestifilippo

Buia è la notte, buio è il respiro che squarcia il petto… e ha forza uguale al morso delle ansie che si apprendono, malgrado le speranze allungate in direzione contraria; buio è il pallore di una luna ingenerosa nelle sere più lunghe: quelle che in grembo portano i rimpianti, bui anche loro, scuri come quando non c’è verso salvifico che emerga, né appiglio morbido, di pelle e di respiro: abbraccio che consola e che rinvigorisce. Fra tutte le cose che abbiamo e non abbiamo, vi sono i pochi che si trovano cercandosi, e l’esercito vastissimo dei disillusi, degli sconfitti, di quelli che non credono più alle favole, nemmeno a quelle tetre, scarmigliate, senza morale né lieto fine; vi sono i distratti, che pensano al cammino, a un momento mai vissuto, alle erbacce, agli scorci imprevisti, ai sassolini agli angoli delle strade, alle urla sguaiate, all’amore per professione, e al sesso che riscalda e poi placa. Al sentimento usato, abusato e mai stanco, alle parole dei poeti, alle volte in cui si smette di avere difese, di credere e di non credere, di opporre resistenza. Ed è allora che tutto sorprende: chiude la gola, smorza il respiro e spiazza, rivede, costruisce e sa crollare come nulla; e fa male, poi rimette al mondo. È un processo che non si può descrivere una sola volta: bisogna tornarci col pretesto della dimenticanza, dell’imprecisione, della vocazione per una tenacia che non lascia spazio alla resa. C’è che vive una vita errando, nel senso del viaggio e del più misero sbaglio. Dentro è una voragine, mentre vicino alle mani stanche riposa un foglio bianco e increspato, e da qualche parte una luce opaca, un picchiettare ostinato che si ripete mille volte e poi da capo. Solo la musica lo copre, gli offre un’alternativa. Johnny Cash deve aver fatto così, quando parlava coi suoi mostri. Quando si metteva nudo, nel nudo dei giorni e delle notti, nel cuore che sembrava fosse una caverna. Lui solo davanti a se stesso, come in un romanzo di Guido Morselli che non si può e non si deve perdere, né dimenticare: “Dissipatio H.G.”, che è un po’ il testamento di un uomo e di un’umanità lontana e spersa. Quell’uomo d’un tratto si sveglia: nessuno più è rimasto sulla terra, oltre lui. Quale potenza, quale terrore. Vuoto, gelo e silenzio, ore accatastate sulle ore, tutte uguali. Una vita deve pure esserci stata, ma non la trova; ha accanto la sua ragazza dall’occhio nero, quella che potrebbe strappargli la vita dal petto: «Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete». Le parole talvolta non sono ciò che sembrano. Da qui tutto lo spazio per una solitudine che atterrisce. Deve essere stato così, dicevo, per quel ragazzo cresciuto lontano da qui, un poco più vicino al deserto, con un pezzo d’asfalto tra l’Arkansas e Nashville su cui calcava passi pesanti, pensati, vissuti come una maledizione necessaria, come un sogno crudele, respinto e arraffato con forza identica. Lui che nelle sue canzoni metteva le speranze negate, la provocazione e l’insulto, il dolore più nero, quello che bisogna tramortire, negare, osteggiare; quello che è carne e respiro più della carne, e del respiro stesso. Quello che se non lo provi non lo puoi sapere: quale frase fatta e verità assordante. Cash sapeva fare della sua musica un’arte, una testimonianza, una scatola magica che non voleva mica apparire sorprendente: lui voleva solo arginarsi, con quella; e poi raccogliere, sopravvivere, osservare la realtà per ciò che era, mettersi all’ombra e su uno scarto di giudizio altrui: l’incomprensione talvolta, e per assurdo, crea preamboli impacciati e storie da narrare, via via più confidenti. Poi arriva al cuore del problema, quando c’è; e ancora prima, al cuore di chi resta per lasciarsi dire cos’è che non va, e quale rimedio si può trovare, fosse anche per dieci minuti, o per la compagnia da trarre da un mucchio di note e una voce scelta, a fare da distrazione e guida per le fatiche di ogni giorno, e per le cose di una bellezza straziante. Johnny Cash sostava ai margini, si spostava lì di continuo, li anelava. Non sapeva stare al centro dell’attenzione. Viveva con impeto e per le leggi dell’istinto: amò di un amore folle la sua June Carter, la sposò, finì con lei quella vita bramata fortemente in ogni nota, spartito, accordo e armonia, tra le loro voci sospese su uno stesso canto. Insieme arrivavano ovunque, chissà fin dove approdavano poi, con la fantasia: sembravano poter spezzare ogni catena, anche da fermi, terrestri, concreti. Sempre vicini, persino tra le mura di una prigione: il live “At Folsom Prison” è un esempio irrinunciabile, di quella loro vicinanza. Sbarre tutto intorno, e un anelito di libertà negli occhi di quegli stropicciati astanti, con il loro gruzzoletto di guasti a cui porre rimedio. «Le prison songs sono popolari perché in un modo o nell’altro, che ne siamo coscienti o meno, tutti quanti viviamo in prigione». Ed è con questo spirito che Cash cantava per i detenuti: riusciva a placare gli animi, ad evadere con loro, pure coi piedi ben piantati al suolo e il corpo prigioniero, lasciando così sbiadire un’esistenza che non poteva definirsi tale, capitata per svista, per mancato calcolo. Si avvicina al suo pubblico col chiaro intento di alleggerirlo del suo fardello, si presenta, porta avanti il suo nome insieme alle prime note di quel Folsom Prison Blues che scalda gli animi per bene, col suo ritmo incalzante e le parole che non vanno troppo per il sottile: canta “I shot a man in Reno just to watch him die” e si pone esattamente al centro della scena e della situazione, eppure non si fa divo imprendibile, innocenza incarnata, ma arma e ferita a un tempo. L’energia è palpabile, e non perde intensità in Dark as a Dungeon. Il ritmo è ben differente, è lento; il canto è un atto intimo, quasi un’ammissione di pace e di colpa, di sollievo appena sfiorato. La nostalgia è un veleno dolce, che si condensa in dosi generose nel minuto o poco più di I Still Miss SomeoneLa dissacrante Cocaine Blues conquista gli animi con passo svelto: è disonesta, è avventurosa, il ritmo è forsennato come la corsa di un uomo verso la sua disfatta. Ma prima un giro di whisky, una notte brava, e qualcuno che si fermi ad ascoltare uno sporco segreto. 25 Minutes to Go è un conto alla rovescia, una corsa lanciata verso la libertà. The Long Black Veil lascia largo spazio a una voce bassa, vibrante. Gli altri strumenti si fanno anche più bassi, minimi: eppure l’effetto è di una pienezza molto alta e trascinante, che ingloba un sentore di definitivo e di languido al tempo stesso: non si torna indietro, da quel brano e da quel presente. Dirty Old Egg-Sucking Dog è per i sorrisi sbilenchi, e per quelli che sanno maneggiare l’ironia senza cadere nel banale: pochi tocchi, divertiti e azzeccati, sospesi e ripresi sulle corde di una chitarra, in perfetto equilibrio. Jackson è il viaggio intrapreso con June su strade felici, polverose: voci bene allacciate e nessuna fermata prevista. Greystone Chapel è la perfetta conclusione di un album che prende spunto dal vero, e al vero torna in molti modi, tutti ispirati, limpidi, ammiccanti, riflessivi, innamorati: l’uomo vestito di nero, il Johnny Cash grande e indimenticato, lontano da sé stesso a intermittenza e vicino a molti per un misterioso incastro, accetta il dono di una canzone scritta da un detenuto, e la fa propria in poche mosse. Queste sono solo alcune delle tracce contenute nel live “At Folsom Prison”: ognuna di quelle è la tappa di un lungo cammino, la sintesi perfetta del viaggio di una vita. È il dono di un talento che ha lasciato la sua firma in ogni nota, in ogni momento trascorso a chiacchierare con i presenti, in quell’adunanza sgangherata, con una spontaneità e una capacità di fare musica che va bene al di là dello studio e degli spartiti: tocca la sensibilità, l’immaginario, il pensiero umano, a prescindere da estrazione sociale, età ed esperienza. Tocca il vuoto e lo riempie di tutto, perché è così che ha senso vivere: lasciandosi contaminare dalle idee, dall’entusiasmo, col graffio del dolore quando capita, e dell’amore che certe volte ha un uguale bruciore, e a volte salva da ogni inferno.

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