Johnny Cash: “At Folsom Prison” (1968) – di Marco Valerio Sciarra

Che parole si possono usare per intrattenere un pubblico formato da carcerati tenuti sotto controllo da guardie armate fino ai denti? Parole che non prendano il sapore della facile retorica per chi non può assaporare la libertà per un lungo periodo della sua vita, costretto tra le quattro mura di una prigione. No, non esistono le parole giuste. Un musicista del calibro di Johnny Cash si può soltanto immedesimare, perché anche lui ha conosciuto l’inferno e ha voglia di suonarci… all’inferno. L’unica cosa che può fare è inseguire questa idea nata negli anni cinquanta e inseguita e perseguita per tantissimi anni anche contro il volere dei managers della Columbia Records, la casa discografica per cui incideva in quegli anni. Finalmente nel gennaio del 1968 si presenta la possibilità di tenere il concerto nella prigione di Folsom in California, ed eccolo qui a suonare con la sua band, a cantare con la sua voce profonda da Cowboy delle vallate solitarie, sapendo che è l’unica cosa che può fare per lenire un minimo la sofferenza di chi è costretto dietro le sbarre, di chi è recluso, di chi non può più vivere il normale corso dell’esistenza ma soltanto contare i giorni tutti uguali, senza stagioni o piaceri.
Se c’è libertà è in quell’attimo di immedesimazione che il carcerato può attuare seguendo i pochi minuti, i pochi accordi, le poche parole di una canzone. Johnny Cash in “At Folsom Prison” (1968), registrato nel penitenziario californiano, regala ai detenuti una manciata di occasioni per essere liberi, per evadere, senza neanche tanto pensare al repertorio. Sono i suoi standards Folk, quelli che lo hanno reso celebre negli anni cinquanta, quelli con cui si trova a suo agio, quelli che canta da una vita, e che probabilmente anche i carcerati conoscono a memoria, perché molto spesso i classici del Folk o del Blues, quando ancora non esisteva la possibilità di inciderli o registrarli, venivano tramandati oralmente, dai prigionieri stessi, che comunicavano tra di loro, o piangevano la loro tristezza, cantando. Sono brani nati dal carcere e scritti sul carcere, come The Wall, Green, Green Grass Of My Home, Cocaine Blues o ancora 25 Minutes To Go.
Johnny parte proprio con 
Folsom Prison Bluesun pezzo da lui composto nel 1955, che stilisticamente combina due ritmi tradizionali provenienti dal Blues e dal Folk. Il brano che rappresenta l’inizio di tutto. Il brano che ha dato l’idea di tenere un concerto in carcere. Un brano che parla di un omicidio, di morte, della sua vita rocambolesca spesso più vicina a quella dei fuorilegge che a quella dei rappresentanti dell’ordine pubblico. Lui che ha dipendenze da alcol e droga sulle spalle, nottate brave finite in cella, accuse di incendio doloso e matrimoni spezzati sul groppone, canta tutta la sua vicinanza, la sua empatia nei loro confronti. Per poi snocciolare una lunga carrellata di pezzi, scherzare con il pubblico, ridere e esorcizzare il dolore. Quasi come un’ora d’aria.
Il brano conclusivo del disco è Greystone Chapel, un brano scritto da un detenuto di quel carcere che Johnny canta quasi senza averlo mai provato prima: è l’atto catartico che completa tutto il percorso. L’evasione è totale. Non esistono carcere, muri che possano contenere degli spiriti liberi, ribelli. Un esperimento riuscito per questa registrazione che ha il merito storico di essere la prima in assoluto ad essere incisa all’interno di un penitenziario di Stato. Dopo questo Live ne verranno tanti altri da parte di svariati artisti. Lo stesso Johnny Cash si ripete “At San Quentin Prison” nel 1969. Per la cronaca il disco “At Folsom Prison”, al contrario delle previsioni risulterà un gran successo di vendite nonostante il filone tradizionale non fosse più di moda tra i gusti della gente in quel periodo storico, segno che la personalità del “Man in black” aveva ancora forte presa sul pubblico nonostante venisse da una serie di fallimenti. Forse l’abbraccio dei suoi fratelli costretti a raschiare il fondo dell’esistenza gli ha fatto prefigurare la risalita. La sua rinascita come uomo e come artista.  

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