Johnny Cash: “American Recordings” (1994) – di Claudio Trezzani

Johnny Cash è stato senza dubbio uno degli artisti americani più importanti e influenti della storia della musica e nonostante fosse esponente di una musica propriamente locale, il country (ossia quanto di più americano ci possa essere nella musica), l’ha sdoganata diventando famosissimo anche a latitudini non avvezze a quel sound, un musicista universale che ha suonato e si è fatto amare ovunque. Un vero outlaw che però nella sua lunghissima carriera iniziata a metà degli anni 50 ha avuto alti e bassi e cadute commerciali rovinose. L’inizio degli anni 90 è stato per lui probabilmente uno dei periodi più tragici della sua vita, soprattutto fuori dalle scene, il malessere si è poi ripercosso sulla parte artistica rendendola in pratica sterile e in caduta libera.
Gli ultimi veri successi agli occhi del mondo avevano ormai quasi dieci anni, la trionfale tournée con i tre grandi amici outlaw texani: gli Highwaymen (Willie Nelson, Kris Kristofferson e Waylon Jennings), in pratica un all-stars della musica country con tre dischi di successo e il tutto esaurito ovunque che però, ad inizio anni 90 aveva già cominciato a dare segni di stanchezza. La salute poi non aveva aiutato Johnny: problemi al cuore prima e poi ai denti (un’operazione gli causò danni permanenti ai nervi facciali). Inoltre Cash era malato di diabete, venne colpito da polmonite e rischiò parecchio per via di infezioni mal diagnosticate. Insomma, gli anni 90 gli avevano presentato il conto di una vita vissuta al massimo. A nessuno importava più del Johnny Cash musicista e artista, il music business è spietato e tende a dimenticare in fretta… ma proprio in quegli anni c’era un produttore che era alla ricerca di qualcosa di nuovo, di un artista caduto in disgrazia da far rinascere per dimostrare al mondo la sua magia. Il produttore in questione era Rick Rubin, aspetto da santone e orecchio sopraffino, deus ex-machina dei successi dei Red Hot Chili Peppers, Slayer, Danzig, Run DMC e, successivamente, dei Metallica che si stavano autodistruggendo e tornarono sulla cresta dell’onda… un po’ quello che fece con Cash ma con risultati ben diversi.
Rubin convinse Johnny a firmare per la sua etichetta, la Def American Recordings, ed espose il suo piano di rilancio al Man in Black: estrarre dalla sua voce e dalla sua chitarra l’essenza vera di Johnny Cash, un country acustico solo sei corde e voce, senza artifici, senza aggiunte, una scarna confessione a cuore aperto. Convinto com’era che l’ugola di Cash facesse da sola la differenza, quel timbro cupo e pesante che lo aveva reso celebre. Le registrazioni avvennero quasi in presa diretta nel salotto di casa dell’artista, con solo la sua chitarra ad accompagnarlo, una scelta comunque coraggiosa, visto che appariva come l’ultima spiaggia di uno dei musicisti più amati di sempre negli Stati Uniti, fin da quando, con una scelta pazza, aveva inciso un disco dalla prigione di Folsom, dando alle stampe uno dei live album più belli e influenti di tutti i tempi nel 1968.
Le canzoni registrate in quelle sessioni furono tantissime e su quel primo disco chiamato solamente “American Recordings” ne finirono tredici, di cui due prese da un concerto che Cash tenne al Viper Room, all’epoca di proprietà dell’attore Johnny Depp, a Los Angeles: Tennessee Stud e The Man Who Couldn’t Cry.
I brani scelti erano canzoni di Cash ma anche tantissime cover suggerite da Rubin che voleva attualizzare il nome del cantante facendogli eseguire brani di artisti sulla cresta dell’onda e famosi presso i giovani dell’epoca. Ai due, anche in questo caso non era mancato il coraggio, il flop con operazioni di questo tipo è sempre dietro l’angolo. Per capire l’anima di questa opera che definire capolavoro pare quasi riduttivo, basta ascoltare il primo pezzo, Delia’s Gone, un brano di Cash così minimale, asciutto, triste e malinconico. La voce del buon Johnny, calda e ammaliante, entra sotto pelle e ci trascina in questo viaggio intenso di tredici meravigliosi pezzi eseguiti in maniera schietta e sincera da un uomo che non aveva nulla da perdere. Fra i pezzi migliori ci sono sicuramente la cover dell’artista inglese Nick LoweThe Beast in Me, che pareva scritta appositamente per lui e quindi rende ancora di più onore al lavoro di Rick Rubin, un vero genio dietro la consolle. Un brano cupo che come il resto del disco dona quasi un’aura di confessione religiosa, sensazione amplificata dalla splendida copertina scelta per l’occasione. Cash aveva scattato quella foto in una vacanza in Australia e appare con il suo vestito nero di ordinanza (era o non era il “man in blackper eccellenza?), lungo, quasi da pastore di anime, un campo di erbe selvatiche e ai suoi fianchi due cani, uno nero e uno bianco maculato. Quasi a farci vedere le sue due anime da peccatore e santo. Essenziale ed efficace, un po’ come tutto il disco.
Altro gioiello vero è Thirteen, che Glenn Danzig scrisse appositamente per il musicista americano, una ballata quasi religiosa, una confessione quasi parlata che emoziona a ogni ascolto di più. Why Me Lord resta sul tema religioso riprendendo un successo dell’amico Kristofferson e, non ce ne voglia Kris, gli dona un’anima potente che forse nemmeno l’originale aveva, mentre la cover di Bird on a Wire di Leonard Cohen… battaglia con l’originale su quale sia la più bella e intensa. E qui è la vera magia di questo disco e dei fortunati successori: prendere canzoni già meravigliose e donar loro quell’aura di immortalità sacra, quasi a chiedersi se non fossero le originali in realtà cover di queste scarne, asciutte e geniali versioni. Esecuzioni che mettono a nudo nell’ascolto la nostra anima e fanno venire la pelle d’oca. Il disco cesellato da Rick Rubin uscì il 26 aprile 1994 e fu subito un successo, tanto clamoroso quanto forse inaspettato, soprattutto per la critica che lo incensò come l’opera migliore e più sincera di Johnny Cash, ringraziando il “produttore santone” per aver restituito un’icona americana al suo antico splendore. Il successo di vendite fu dello stesso tenore, alla fine del 1994 ottenne numerosi riconoscimenti e venne inserito negli anni di diritto quale uno degli album più belli di tutti i tempi: niente male per un artista dato come commercialmente morto da anni.
Il tocco magico di Rubin si ripeterà ancora per altri tre capitoli con Cash ancora in vita: “Unchained” (1996), “American III: Solitary Man” (2000) e “American IV: The Man Comes Around” (2002), che contengono canzoni incredibilicover che, come detto in precedenza, oscureranno negli anni le originali. Infine, dopo la morte di Johnny Cash avvenuta il 12 settembre 2003, a pochi mesi dalla scomparsa dell’amata June, vennero pubblicati altri due dischi postumi della serie: “American V: A Hundred Highways” (2006) e “American VI: Ain’t No Grave” (2010). Le registrazioni però furono tantissime e le cover spaziarono in repertori di artisti delle più disparate provenienze, infatti di questa serie, ormai considerata patrimonio dell’umanità per la sua importanza lirica e musicale, uscì anche uno strepitoso cofanetto chiamato “Unearthed” (2003) appena dopo la sua morte, che raccoglieva canzoni non utilizzate o versioni alternative delle prime quattro edizioni e anche canzoni gospel insegnate a Cash dalla madre quando era piccolo e un greatest hits degli altri capitoli American.
Insomma, un gioiello dietro l’altro. Il vuoto lasciato dalla morte di Johnny Cash nella musica country ma non solo è ancora enorme, un musicista di uno spessore umano e artistico così grande che difficilmente sarà mai rimpiazzato nei cuori e nelle anime degli appassionati. Quest’opera e le successive, che vi consigliamo assolutamente di scoprire se non le conoscete già, aiutano a ricordare la grandezza di un artista mai abbastanza celebrato. Visto che questo fu il primo merita una menzione d’onore ma fu solo l’antipasto di un pranzo luculliano di musica d’autore che secondo noi non ebbe un’apice ma fu un capolavoro dalla prima all’ultima canzone. Grazie di tutto Man in Black. Buon ascolto.

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