John Van Deusen: “(I Am) Origami Pt. 1 – Universal Sight” (2017) – di Capitan Delirio

John Van Deusen negli ultimi anni ha preferito viaggiare invece di fare musica. Un viaggio durato più di due anni… e quando si fanno viaggi così lunghi in genere si fanno per cercare se stessi. Troppe esperienze del passato si sono stratificate seppur in una giovane vita; gli anni di baldoria musicale con la sua band Lonely Forest, ormai è un lontano ricordo – l’ultimo loro disco è uscito nel 2014 – ma quel modo di fare musica ha lasciato un segno troppo profondo, difficile da dimenticare. Gli anni della gioventù piena di coraggio e di sbagli. Certo, non è corretto dire che John in questa ultima produzione abbia trovato la maturità ma, di sicuro, come dice il titolo dell’album “(I Am) Origami Pt. 1 – The Universal Sight”, ha cercato un respiro più universale e ampio. Ha raccolto parecchio materiale e lo ha riversato in quattro lunghe registrazioni di cui questa è soltanto la prima parte. In questo progetto più adulto si è concentrato molto sul lavoro di songwriting, analizzando i suoi errori del passato e quelli del presente. Inoltre ha studiato gli arrangiamenti più congeniali per supportare i testi. Melodie soffici per parole pesanti, con una base emozionale strutturata alle tastiere e al sintetizzatore, con linee melodiche che ricordano le atmosfere britpop degli anni ottanta e inizi dei novanta. Il percorso di rinnovamento si avverte principalmente in brani come Allways On Fire o Universal Sight, in cui si sente un fresco desiderio di utilizzare strumenti diversi, oltre quelli classici (chitarra, basso elettrico, batteria, sinth), come i cembali, i campanelli, i triangoli. Per rinnovarsi bisogna comunque saper imparare le lezioni del passato e, in brani come The Bitter End o Don’t Pitch Correct Me, si percepisce che ha saputo mantenere le cose buone che provengono dalla vita precedente; ha conservato, infatti, il buon utilizzo della voce, strumento con cui si esprime ai massimi livelli, e il perfetto equilibrio fra la fase acustica e quella elettronica. I versi sono diretti, il linguaggio asciutto, per delineare la poesia dell’immediato alla ricerca di soluzioni non sempre così accessibili. Forse l’unica soluzione percorribile è quella di accettare se stessi con tutti i propri pregi e difetti anche quando la fine non è come ce la si aspettava. Il rinnovarsi del musicista americano corrisponde al rinnovarsi di chi sceglie di ascoltare questo disco e, in questo senso, i dieci brani equivalgono a dieci boccate d’ossigeno, anche per la scena artistica indipendente di questo periodo. John Van Deusen con questo debutto da solista ha saputo sorprenderci, emozionarci e lasciarci con il fiato sospeso in attesa delle altre parti.

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