John Trudell: da “Stickman” a “Blue Indians” – di Patrizia Orlando

“Stickman” di John Trudell (Poems, Lyrics, Talks, A Conversation by Paola Igliori – Inanout Press, 1994) è un libro, tornatomi in mente in questi giorni, non so perché. Probabilmente per la sensazione di paura che gli eventi degli ultimi tempi mi trasmettono… Un drammatico racconto di sfruttamento e di popoli perseguitati.
Nel libro un uomo si racconta, porta alla luce la sua tragedia personale e la sua lotta. Poesie e canzoni dall’anima di un guerriero Santee… John Trudell appunto.
Indiano Sioux santee del Nebraska con alle spalle un sentiero di violenze e dolori. Portavoce dei diritti civili della sua gente, segretario dell’American Indian Movement dal 1973 al 1979, è stato costretto a subire per la sua militanza ingiustizie e follie, culminate in tragedia.
Il 2 febbraio 1979, dodici ore dopo che Trudell aveva bruciato una bandiera americana davanti al quartier generale dell’FBI a Washington, un incendio rase al suolo la sua abitazione nella riserva Shosone Paiute in Nevada. Persero la vita la moglie, i tre figli e la suocera. L’FBI si rifiutò di investigare e l’incendio venne archiviato immediatamente come “incidente di natura accidentale”.
Da quel momento la sua vita è sconvolta. Troverà poi la forza di continuare grazie all’incontro con Jackson Browne… che lo convinse a mettere in musica le sue denunce. Ebbi la fortuna di esserci quella domenica 23 luglio 2000 nella piazza della mia città per uno dei suoi concerti. tornò poi altre volte e sempre mi trovò lì ad ascoltarlo. Quel suo primo concerto di Asti Musica 2000 durò molto poco, la pioggia cominciò a scendere copiosa, sembrava autunno anziché estate, restammo a lungo sotto quel palco in attesa che smettesse ma dovemmo desistere.
Un “ringraziamento” andò all’organizzazione sempre così precaria e poco attenta.  Tornai a casa delusa, non certo per quell’uomo piccolo di statura ma grande per carisma e intelligenza. La sua musica tra rock urbano e fraseggi che a tratti ricordano il miglior Lou Reed, blues e ritmi antichissimi della sua tradizione, compongono sempre un grande spettacolo… anche se di breve durata come quella prima volta. La sua forza di comunicazione è potente, anche se combatte la sua guerra con le parole. Mark Shark alla chitarra, Quiltman cantante nativo americano, Rick Ecksteine alla batteria lo accompagnano sottolineando con la musica e i cori tradizionali le sue poesie. Le parole diventano pura espressione dell’anima e tutto si fonde trasportandoti nel suo dramma, nei suoi pensieri, nella sua determinazione di non smettere mai di combattere.
Tornando al libro, in forma di conversazione tra Trudell e Paola Igliori che ne è curatrice, fin dalla prefazione si coglie il senso di questo bel lavoro:
(…)la sua voce è la più vera, essenziale e profonda che esiste in America e ha un dono di grande potere: lui dà veramente orecchie al cuore e attiva qualcosa di profondo. John porta lo spirito puro verso una percezione molto umana, straordinariamente chiara, intensa, ed è contagioso! (…)”.
Leggerlo per me è stato in qualche modo confortante come lo può essere ritrovarsi, avere conferma di un modo di pensare, di trarre conclusioni e di provare certi sentimenti del tutto simili ai miei. Sentire di avere ragione nel credere nella vita in tutte le sue manifestazioni e nel suo rispetto più profondo. Ritrovare la spiritualità che ci serve per combattere la nostra battaglia.
Trudell usa il bastone, ma non c’è dolore se non nella sua anima. La sua è poesia in musica ma anche musica che diventa poesia. E’ poeta e musicista allo stesso livello insomma… e le sue parole mescolano modernità e tradizione, disegnano paesaggi a volte interiori altre volte del mondo che c’è fuori.

“Ma se la visione era vera e potente, come so, allora è ancora vera e potente; poiché certe cose sono dello spirito, ed è nel buio dei propri occhi che gli uomini si perdono” – Alce Nero.
A rileggerlo questo libro mi riporta fatalmente a quel primo concerto durato troppo poco. L’atmosfera era emozionante, c’era perfino Don Mauro, sacerdote cattolico appassionato delle vicende dei nativi americani. Lo vidi confabulare con Trudell e dopo poco ritornare con un libro tra le mani. Mi sorrise come mai l’avevo visto fare prima e mi disse: “gli ho parlato, gli ho regalato una maglietta e Lui ringraziandomi mi ha donato un suo libro”“Fantastico” replica io… ma si era già allontanato perso in chissà quali pensieri.

Il concerto ebbe finalmente inizio, John indossava la maglietta di Don Mauro e le sue parole cominciarono a fluire… la chitarra elettrica ribadiva e il mitico Quiltman sottolineava portandoci lontano… laggiù tra le praterie sconfinate, tra guerrieri e uomini di medicina, visi segnati e rituali antichi. Uomo smarrito in cerca del suo senso… così come recita in Blue Indians”, disco con una base di suoni e ritmi presi principalmente dal blues, dove le percussioni, il pianoforte, le chitarre e le voci dei Bad Dog – la sua tradizionale band – sono magistralmente accostati ai canti rituali che Quiltman evoca magicamente… in un intreccio davvero esaltante. John canta di rado preferendo raccontare con ritmo musicale. Più lo ascolto e più mi sembra di esserci, quei ritmi mi raccontano qualcosa che conosco…
“Io, figlia delle figlie, acque di luna crescente piango e aspetto e ascolto, mi stendo e mi elevo spingendo di più apro le me mie braccia e abbraccio, canto le mie canzoni sconfiggendo le tempeste, vibro la notte e gioisco”

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Ascoltavo le voci della vita
cantare all’unisono
continuare la lotta
le generazioni si sollevano insieme
nella resistenza
per conoscere la realtà del potere
Madre Terra abbraccia i suoi figli
per durare nella bellezza naturale
oltre la brutalità dell’oppressore
mentre la farfalla si libra nella vita
noi siamo lo spirito della vita naturale
che sempre è il potere della comprensione
i reali legami con lo spirito
è il significato della nostra resistenza
la nostra lotta non è un sacrificio sprecato
è energia naturale usata opportunamente
una volta stavo visitando con i miei parenti
le nuvole, le montagne il cielo, gli alberi
i miei parenti toccarono il mio spirito
mi sollecitarono con amore
ascoltaci impaziente noi ci siamo sempre
devi ricordare la dolcezza del tempo
stai lottando per essere quello che sei,
tu dici di volere imparare
gli antichi metodi della lotta
quando tutto ciò che devi fare
è ricordare… ricordare il popolo
ricordare il Cielo e la Terra
ricordare che il popolo
ha sempre lottato per vivere
in armonia, in pace
lotta contro l’egoismo e la debolezza
affinché il popolo 
possa vivere come nazione

trudell orlando

2 pensieri riguardo “John Trudell: da “Stickman” a “Blue Indians” – di Patrizia Orlando

  • giugno 2, 2015 in 6:58 pm
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    Si.
    Questa purtroppo è la vera faccia dell’America.
    Una nazione capace di presentarsi al mondo come il paese depositario della democrazia, che invece cova dentro di se tutte le brutture e le storture di un popolo arrogante e guerrafondaio.
    Sono molti gli americani che non si riconoscono in questo modo di fare…Scrivono libri, cantano canzoni,
    ma in fondo
    non fanno nulla per cambiare le cose.

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  • giugno 2, 2015 in 7:18 pm
    Permalink

    La Musica di John Trudell è musica e poesia fuse assieme.
    Questo splendido Album, frutto della collaborazione con Jacson Browne, è frutto di sensazioni intense, che disegnano paesaggi interiori spesso in disaccordo con quelli suggeriti dalle note. Un Trudell molto intimo, che spesso sceglie di non cantare, ma di raccontare, con un registro musicale minimalista.
    Un disco da ascoltare, per “vedere” l’altra America.

    Risposta

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