John Sturges: “La grande fuga” (1963) – di Dario Lopez

Per moltissimi aspetti “La grande fuga” (The great escape) mi ha ricordato il più celebre filmone bellico “Quella sporca dozzina”, diversi gli elementi in comune tra i due film per i quali è doveroso sottolineare che è proprio “La grande fuga” ad essere stato realizzato per primo, se c’è stata quindi ispirazione tra le due opere è quest’ultima che ha figliato in qualche modo il grandissimo film di Robert Aldrich. L’episodio che sta alla base delle vicende narrate ne “La grande fuga” ha moltissimi elementi di verità storica. Il film, trasposizione del libro di Paul Brickhill, “Escape or die” (1952), racconta quella che è stata una delle più ardite evasioni da un campo di prigionia tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, nella fattispecie quella degli aviatori inglesi trattenuti dalla Luftwaffe nel campo Stalag Luft III a Sagan (attuale Polonia). La parte iniziale de “La grande fuga” presenta toni molto scanzonati, quasi da commedia e ci mostra l’arrivo di tutta una serie di personaggi, alcuni sopra le righe, appartenenti all’aviazione inglese e rinchiusi in un campo di prigionia gestito dagli ufficiali dell’aviazione tedesca. È chiaro fin da subito come l’unico interesse di pressoché tutti i militari inglesi (e qualche americano) sia la fuga, tra l’altro già tentata da tutti loro in altri campi di prigionia, ragion per cui l’esercito tedesco decide di raggrupparli in un unico campo altamente sorvegliato. Il rapporto descritto da Sturges tra inglesi e tedeschi è però di massimo rispetto, c’è una gestione dei prigionieri da parte della Luftwaffe molto lasca che dà adito quindi a quella contaminazione tra il bellico e la commedia che così bene ha funzionato anche per “Quella sporca dozzina”. Appurato che il nodo centrale del film, come sottolineato banalmente anche dal titolo, sarà la realizzazione di una grande fuga, non resta che procedere all’assemblaggio di una squadra che realizzerà il piano per portare fuori dal campo il maggior numero di prigionieri, e si parla di un’evasione di circa duecentocinquanta uomini, almeno nelle intenzioni. Anche in questo caso il cast è ricco e il volto simbolo del film è sicuramente quello di Steve McQueen, nel ruolo del Capitano Virgil Hilts, che più volte fungerà da diversivo e da prezioso informatore: sue alcune delle scene più belle e iconiche del film, quelle della famosa fuga sulla motocicletta tra le verdi campagne del Raich. In film come questo non può mancare il volto imbronciato di Charles Bronson, uno degli addetti alla costruzione dei tunnel per la fuga, ovviamente claustrofobico. Tutto il piano è coordinato da Richard Attenborough che si affida tra gli altri anche al falsario interpretato da Donald Pleasence, incaricato di fornire tutti i documenti necessari agli uomini che riusciranno ad evadere dal campo, all’attrezzista interpretato da James Coburn, incaricato di costruire tutto il necessario per attuare il piano di fuga e al maneggione tuttofare interpretato da James Garner. Tra i numerosi altri volti spicca ancora quello di David McCallum. Insomma sugli attori messi in campo (di prigionia) non ci si può proprio lamentare. La storia segue tappe obbligate, la regia non è mai invadente ma ci regala diverse sequenze spettacolari, il film si lascia guardare con piacere nonostante i 172 minuti di durata siano effettivamente un po’ troppi: probabilmente qualcosa si poteva accorciare, apportando ancora maggior beneficio alla tenuta globale dell’operazione. Come spesso accade in film di questo stampo, che sembrano prendere anche il volo con toni scanzonati e leggeri, arriva poi il pugno nello stomaco, perché la vicenda è reale, l’argomento maledettamente serio e i comparti tedeschi delle SS e della Gestapo erano sicuramente meno concilianti degli ufficiali della Luftwaffe. Come spesso accade in film di questo stampo, alla fine è inevitabile che si contino i morti, i cadaveri delle vittime venutesi a trovare di fronte alla barbara e insensata crudeltà del nemico. La grande fuga verrà tentata da molti, saranno però meno quelli che riusciranno a portarla a termine con un esito positivo. Dopo il successo ottenuto nel 1960 con “I magnifici sette”, John Sturges (che si porterà dietro anche parte del cast) riesce a fare il bis con “La grande fuga”, altro bell’esempio di come la Hollywood di quegli anni riusciva a portare in scena film spettacolari e prestigiosi con ottimi risultati.

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