John Scofield: “Country For Old Men” (2016) di Claudio Trezzani

Credo che in pochi si immaginassero un ritorno alla musica così repentino e di alto livello per uno dei più grandi chitarristi Jazz della storia della musica, dopo la tragedia che ha colpito la sua famiglia nel 2013 (la morte del figlio appena ventiseienne). Ma, si sa, la musica è in grado di lenire il dolore e ci permette di superarlo sfogando le emozioni: così ha fatto John Scofield.
“Country For Old Men” è la celebrazione di una filosofia musicale semplice, ricca di canzoni e interpreti, eppure facilmente adattabile all’anima improvvisatrice del Jazz. Un grande disco suonato da quattro musicisti che si completano a vicenda, modellando grandi canzoni country e trasformandole, via via che ci si inoltra nei moduli del Jazz, in esercizi di emozioni e bravura da lasciar senza parole. Larry Goldings, piano e organo, Steve Swallow, al basso e Bill Stewart alla batteria sono una formazione All Stars che prende spunto da canzoni di grandi artisti immortali (Merle Haggard, Dolly Parton, James Taylor, solo per citarne alcuni) e le interpreta lasciando libero sfogo al talento e al groove, così da modificarne radicalmente la scrittura originaria. Sembra proprio questo il messaggio che sottende all’operazione di Scofield e soci: non dimenticare il passato ma raccontarlo guardando sempre al futuro.
Sembra quasi riduttivo citare alcune canzoni e non altre, ma davvero non ci sono mai cali di tensione o di qualità interpretativa, mai banalità. Forse i brani che più incuriosiscono sono i più celebri anche da questa parte dell’Oceano, e cioè la classica Red River Valley, che sorprende con un incipit rock and roll, per poi aprirsi, attraverso un tappeto di basso e chitarra, verso i lidi dell’improvvisazione emozionale del Jazz e il capolavoro di Hank Williams…
I’m So Lonesome I could Cry,
che perde la sua anima triste ed è completamente trasfigurata in una sfida di bravura fra i quattro, con i licks di organo e chitarra che si alternano in una piccola meraviglia Jazz. La più bella e più significativa, delle dodici canzoni che compongono l’album è, probabilmente, l’ultima in scaletta, I’m an Old Cowhand di Johnny Mercer. Dura solo una quarantina di secondi, ma il fruscio in sottofondo di una puntina sul vinile, mentre Scofield sviluppa il tema con un ukulele, in perfetta solitudine, come un cowboy stanco al tramonto, seduto sotto la veranda dopo una giornata di lavoro, è la dimostrazione dell’abilità del chitarrista nel fondere emozioni e musica come pochi altri sanno fare. Tutto molto americano e molto toccante. “Country For Old Men” è, dunque, un disco che si gode tutto d’un fiato e che segna il ritorno gradito di un uomo e di un musicista che avrebbe potuto smarrirsi nel dolore e perdere conseguentemente l’ispirazione; invece, sta nuovamente sul pezzo, con l’efficacia e con la classe che da sempre lo contraddistinguono. Buon ascolto.

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