John Mellencamp: “Sad Clowns & Hillbillies” (2017) – di Claudio Trezzani

Una voce segnata da whiskey e sigarette che racconta storie di un’America perdente, di strade polverose alla maniera di un moderno Johnny Cash o di un Woody Guthrie elettrico, ecco quello che ogni fan del Boss da Freehold, New Jersey (all’anagrafe Bruce Springsteen) vorrebbe trovare in un suo disco e che invece trova mettendo sul piatto questo nuovo album di John Mellencamp. Coadiuvato da Carlene Carter (figlia di June) alla voce, con cui la riuscita collaborazione dura da qualche anno, e da una band di talento, Mellencamp dopo anni di buoni e anche ottimi tentativi, dà alle stampe un disco pressoché perfetto sia per musicalità che per liriche;  mai banali,  dirette alla maniera dei grandi cantautori americani, senza risultare stucchevole o indigesto anche a chi non la pensa come lui: ci si deve inchinare ad un grande narratore moderno. Il suono del disco ondeggia fra il country rock alla Johnny Cash di Mobile Blue e Battle of Angels, al rock alla Tom Petty di Grandview in duetto con Martina McBride; ma forse l’ispirazione del suono è l’intera carriera di Mellencamp stesso: sempre in bilico fra il narratore folk roots e l’autorevole country rocker. Ecco, se vogliamo dare ulteriore valore a questo disco possiamo dire che qui convivono le varie anime musicali di John Mellencamp come in un bigino di qualità: sentirlo passare dal blues sporco di Damascus Road al country molto classico di Sad Clowns, è un piacere per le nostre orecchie. La conclusiva Easy Target, ispirata dalle contraddizioni sociali americane, è il manifesto emozionale del disco, una struggente ballata blues pianoforte violino e voce: stupenda. Un disco riuscito e intenso, che ci restituisce un grande poeta rock che mai era riuscito come in questo lavoro ad essere così convincente ed emozionante.

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