John Mayall’s Bluesbreakers: “Bare Wires” (1968) – di speea

Siamo nell’anno di grazia 1967 e, dopo la sbornia blues di “Crusade”, “Mastro John” si regala un momento intimistico autarchico, in un’esercizio che sa anche di autocompiacimento: quel “The Blues Alone” (Decca) registrato a maggio di quell’anno negli studi del West Hampsted e pubblicato a novembre. Mayall in questo caso fa tutto da solo suonando piano, organo, armonicachitarre, basso e batteria in due brani, mentre negli altri è accompagnato alla batteria da Keef Hartley. Il disco è un gioiellino da avere nello scaffale a tutti i costi, dove il Blues è impregnato in ogni singola nota, con Mayall ad esprimere il suo incredibile talento musicale di “British Bluesman”. Ormai la “New Musical Evolution” è nella sua mente e, nell’aprile del 1968John riunisce i suoi nuovi compagni d’avventura. C’è ancora Mick Taylor alla sei corde ma tutto il resto cambia rispetto a “Crusade”: alla batteria viene chiamato Jon Hiseman, ai fiati un certo Dick Hecstall-Smith (un ragazzone con gli occhiali e il basco sempre in testa che arrivava a suonare due sassofoni contemporaneamente), Tony Reeves al basso (questi primi tre futuri Colosseum); completano la formazione Henry Lowther (violino e cornetta), e Chris Mercer al sax tenore e baritono che proviene dalla precedente formazione. Mayall, come al solito, spazia tra tastiere, chitarra armonica e voce.
“Bare Wires” (Decca 1968)
 ha una forte connotazione Jazz-Rock e questa è la seconda rivoluzione dopo il cambio di musicisti; la terza è che la side one è un’unica traccia di 23 minuti, Bare Wires Suite (sarà l’unico caso nella discografia di Mayall e dei BluesBreakers) con sette movimenti: I know now, Look in the mirror (brano tipicamente Colosseum con il talento di Hiseman che si rivela da subito immane e potente, particolarmente in FireNel panorama britannico fu probabilmente l’unico a suonare in quel modo: tecnica preferita all’irruenza e la potenza supportata da una classe infinita. Lo stesso dicasi per Heckstall-Smith, un fiatista che sapeva riempire bene il pentagramma (ascoltatevi gli assoli in Open a new door e Look in the Mirror) e la scena da protagonista assoluto… e poi c’è ancora il nostro Mick “faccia d’angelo” appena diciannovenne che mette in mostra la sua poliedricità con lo strumento. In “Bare Wires” la musica si fa raffinata e nuova nell’idea. Qui Mayall si proietta nel futuro… ecco la sua grandezza nel costruire nuove strade musicalilo fa in meno di un anno, dopo aver aver pubblicato due album manifesto del “Blues revival” come “Crusade” e “The Blues Alone”, con la scelta degli uomini giusti al momento opportuno. C’è tanto Jazz nella lunga cavalcata di Bare Wires Suite ma il Blues è sempre lì, dietro l’angolo, sonnecchiante e vigile come è nella natura della sua radice.
Se nel lato uno il Blues ha una forte connotazione ed influenza Jazz-Rock che sconvolse non pochi puristi, nel 
lato due si torna alla “Musica del Diavolo”, con i singoli brani separati dal microsolco e l’hammond di Mayall  e i fiati  di  Mercer e Heckstall-Smith a dettar legge. L’iniziale I’m A Stranger incalza da subito con un blues lento guidato dall’organo e supportato magnificamente dai fiati, con Hiseman a giocare sapientemente tra rullante, tom e piatti; a seguire un piccolissimo gioco semiacustico con No Reply e la chitarra di Taylor impregnata di wah-wah a duettare con la blues harp. Arriva poi il brano strumentale dedicato al batterista Keef Hartley che lasciò Mayall per formare la sua BandHartley Quits è un blues classico dalle atmosfere tipiche di “Crusade” che omaggia l’amicizia. Si prosegue sulla stessa lunghezza d’onda, con il blues lento e lancinante di killing time Mick Taylor torna prepotentemente in mostra con un delizioso assolo… e con la chitarra hawayana da spettacolare sottofondo nell’accompagnamento della successiva e meravigliosa She’s too young. Lo sfiorare i cattivi pensieri su una sedicenne ci riporta alla prima facciatadove tutto o quasi sembra proiettato ai futuri Colosseum, con Hiseman e Heckstall-Smith protagonisti: quasi che Mayall fosse un loro componente (un’Artista che ha sempre dato il giusto spazio ai suoi musicisti).  
“Bare Wires” si chiude con un languido blues
, quella Sandy supportata in modo sublime dalla slide guitar di Mick Taylor e dal violino di Henry Lowther, mentre Mayall, dolcemente, sussura come in un soffio il nome della protagonista. In quella sessione di registrazione ci sono anche due brani registrati con Peter Green, per un 45 giri destinato al solo mercato britannico, Picture of the wall e Jenny. Questo è un album non facile nella struttura e nella partitura, e io lo compresi da ragazzo, quando Mayall era per me un idolo assoluto: la passione per l’armonica mi ha preso ascoltando i suoi dischi. “Mastro John” è stato capace di perforare l’underground musicale londinese, con il Blues che si annidava in piccoli locali senza la fama del Marqueedove gli Who iniziavano prepotentemente la scalata al Rock o l’Ufo Clubdove Syd Barrett e soci avevano il loro santuario psichedelico. Magia e Poesia che solo il Blues riesce a trasmettere e Mayallcome Alexis Kornerfurono la punta massima di quel formidabile sommovimento in terra d’Albione”Senza di loro, anche formidabili talent scoutmolte formazioni storiche non avrebbero visto la luce. La musica come la vita è fatta d’incontri.

John Mayall: voce, armonica, piano, harpsichord, chitarra, organo, harmonium.
Mick Taylor: chitarra solista, chitarra hawayana. Chris Mercer: sassofono tenore e baritono.
Dick Heckstall-Smith: sassofono tenore e soprano. Jon Hisemann: batteria e percussioni.
Tony Reeves: basso elettrico e contrabasso. Henry Lowter: violino e cornetta.
Mike Vernon e John Mayall: produzione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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