John Mayall: “Jazz Blues Fusion”… la nuova via – di Lino Gregari

John Mayall è da sempre il punto di riferimento fondamentale della scena del Blues Inglese e non solo; con il suo gruppo, i Bluesbreakers, ha di fatto portato il Blues classico degli anni cinquanta nella dimensione più Rock dei sessanta. Alla sua scuola sono cresciuti talenti come Eric Clapton, Mick Taylor e Peter Green, a loro volta divenuti delle leggende, giustificando appieno il titolo di Maestro che da sempre gli viene riconosciuto. Majall è sopratutto un grande assemblatore, e le sue varie formazioni hanno in comune l’amore viscerale per il blues elettrico di Chicago, che viene arricchito da un ritmo molto più deciso e da assoli spesso davvero incendiari. Nel Blues di Mayall, nel primo periodo, non c’è mai spazio per i fiati, a differenza di quello del suo maestro Alexis Korner… e il risultato è un sound scintillante e nuovo di zecca, che cattura migliaia di giovani e li trasporta dritti nell’epoca Rock. Con Mayall assistiamo all’evoluzione del Blues; la formula classica che prevede una scrittura ripetitiva di dodici battute e l’uso delle cosiddette “Blue Note”, viene stravolta e rivitalizzata, dando origine a un percorso musicale che ha le radici nei canti dei neri americani, ma che evidenzia una struttura portante già proiettata verso il Rock che, di lì a poco. avrebbe cambiato la scena musicale mondiale. La parola Blues deriva dall’espressione “to have the blue devils”, ossia “avere i diavoli blu”, e deve essere intesa come la manifestazione della tristezza e della malincona (nella cultura inglese infatti il colore blu viene associato proprio alla sofferenza). Le note tipiche del Blues, in mano a musicisti come Mayall, sono capaci di esprimere una plètora di emozioni uniche e intense, atte a creare un legame con l’ascoltatore che va oltre il semplice ascolto. Attraverso i solchi dei suoi dischi, possiamo percepire le vibrazioni che muovono i musicisti; siamo coinvolti nel loro fraseggio musicale in modo fisico, assorbendone ogni singola emozione. Un disco in particolare delinea perfettamente questo pensiero: “Jazz Blues Fusion”, del 1972, ma prima di arrivare a questo Mayall aveva già dato dimostrazione di essere uno dei grandi. “Bluesbrakers” del 1966 su Decca, è già un disco sensazionale, nel quale Mayall mostra la sua personale idea di Blues, aiutato da un giovane Eric Clapton, appena uscito dagli Yardbirds. I suoi solo erano fedeli alla tradizione del Blues, ma con una personale improvvisazione, che sarebbe poi stata la base per tutta una serie di nuovi chitarristi, cosa che all’epoca fece davvero sensazione. Le lente Doubl Crossing e Have You Heard sono bellissime mentre Key To Love è un vivace R&B di pregevole fattura… ma tutto il disco mostra chiaramente la Nouvelle Vague” voluta da Mayall. L’anno seguente esce “Hard Road”, sempre su Decca, con Peter Green alla chitarra e Ainsley Dunbar alla batteria… si tratta di un gioilello di Blues Revival, nel quale compaiono le prime avvisaglie di una diserzione musicale che si conclamerà nelle opere seguenti. Sopratutto l’iniziale brano omonimo cavalca il suono tradizionale, arricchendolo con la giusta quantità di improvvisazione. Nello stesso anno viene dato alle stampe anche “Crusade”, ancora su Decca, nel quale Mayall omaggia a suo modo i grandi autori della musica nera, con il supporto di Mick Taylor alla chitarra e quello di Keff Hartley alla batteria. All’organico classico vengono aggiunti due fiati, a dimostrazione che nella mente di John sta prendendo corpo un nuovo tipo di suono. La pubblicazione del primo vero e proprio disco solista di Mayall, “Blues Alone” del 1967, su etichetta Deram, dimostra tuttavia che il successo è sostanzialmente dovuto ai musicisti che via via lo affiancano nei vari album. A riprova di questo abbiamo il grandioso “Bare Wires”, con il quale Mayall e soci compiono un vero e proprio balzo in avanti, trasformando il Blues in una raffinata policromia jazz. Il disco esce nel 1968 su Decca e, assieme al leader, abbiamo musicisti del calbro di Mick Taylor, Peter Green, Keef Hartley, Jon Hiseman e Dick Heckstall-Smith (gli ultimi due compagni nei grandissimi Colosseum). L’epocale suite omonima, ventitrè minuti, è un vero e proprio cardine musicale degli anni sessanta, e farà scuola in molti ambienti musicali, non solo di stampo Blues. Il seguente “Blues From Laurel Canyon”, del 1969 su Deram è il primo disco interamente composto da Mayall, ed è una sorta di concept album dedicato a Los Angeles. Il titolo fa riferimento al luogo dove viveva Frank Zappa, presso il quale John aveva soggiornato per un periodo. Si tratta di un disco decisamente innovativo, che prosegue il discorso musicale iniziato con “Bare Wires”, esplorando nuovi territori e definendo una serie di standard nuovi di zecca. Arrivati al 1969, Mayall si trova orfano di Mick Taylor che passa ai Rolling Stones e a una carriera a cinque stelle, e decide di assumere Jon Mark alla chitarra e Johnny Almond al sax. Il risultato è un capolavoro: “The Turning Point” del 1969, su Polydor: un disco completamente acustico perennemente in bilico tra il suono sofisticato della Nouvelle Vague” e quello ruspante della tradizione. Qui vengono suonate esclusivamente composizioni originali, diventate poi, con il passare del tempo, veri e propri classici. L’album è un Live registrato al Fillmore East di New York il 12 luglio del 1969, e mostra  una band in evidente stato di grazia; la travolgente Room To Move è uno dei capolavori assoluti di Mayall, con l’armonica e la voce in grande spolvero. Anche la lunga e swingante ballata acustica California è di altissimo livello, con sax e flauto che iniziano lentamente a parlare di Jazz. Con la stessa formazione Mayall dà alle stampe il raffinato “Empty Room” nel 1970, su Polydor, che prelude al suo primo disco americano, “Union”, sempre del 1970 su Polydor, dove grazie all’apporto di Harvey Mandel alla chitarra e Don Sugarcane Harris al violino, riesce a mantenere alto il livello della sua musica, inventando alcune pregevoli ballate jazz/blues, alle quali si uniscono brani con una partitura più tradizionale. L’idea della Jazz Blues Fusion viene alimentata ancora nel 1971, mediante la pubblicazione di “Memories”, e da quello splendido interludio che è “Back To The Roots”, ancora del 1971 su Polydor; un doppio album che racchiude tutti i “gregari“di Mayall e deve essere letto come un vero e proprio tributo al leader. Il vero e proprio punto di svolta si ha nel 1972, con la realizzazione di “Jazz Blues Fusion”. Mischiando le carte Mayall da nuova linfa alla sua musica formando una band con una resa live davvero incredibile… con Larry Taylor al basso, Ron Selico alla batteria, Ernie Watts, Clifford Solomon, Blue Mitchell ai fiati e Freddie Robinson alla chitarra si crea una miscela di Blues, Jazz e Rock assolutamente strepitosa. Il disco che ne risulta è la cronaca di tre splendidi concerti, il primo tenutosi a Boston il 18 novembre del 1971, e gli altri due rispettivamente il 3 e 4 dicembre dello stesso anno presso lo Hunter College di New York. In questo disco il Jazz esce prepotentemente allo scoperto, evidenziando quanto sia sottile il muro che lo separa dal Blues. Il primo pezzo è Country Road, che mostra la splendida sinergia creatasi tra voce e armonica del leader e la chitarra elegante e limpida di Robinson: sono sette minuti che mostrano subito come il titolo sia appropriato, unendo feeling ed eleganza. La seguente Mess Around è sicuramente un grande pezzo Jazz, splendidamente delineato nella seconda parte dal sassofono di Solomon; sono meno di tre minuti, ma l’impatto è davvero forte… Mayall ci mostra il lato più verace della sua musica. Good Times Boogie dura invece più di nove minuti ed è un capolavoro esuberante che ci trascina con un ritmo boogie tradizionale, dove la tromba di Mitchell e il sassofono di Solomon duettano in modo entusiasmante e coinvolgente. La prima facciata si chiude con la elegante Change Your Ways, che ancora una volta ci affascina e ci ricorda la grande qualità dei musicisti coinvolti in questo elettrizzante progetto: la tromba di Mitchell è strepitosa, e il taglio Jazz dell’album si rivela in tutto il suo splendore. Il secondo lato del disco si apre con Dry Troath, altro brano molto jazzato e suggestivo, con il piano elettrico che ci guida all’interno di un mondo quieto e dolcemente ritmato. La sezione fiati esprime appieno tutto il suo potenziale e i suoi sei minuti e mezzo scorrono veloci. Exercise In C Major For Armonica è probabilmente la vetta del disco, qui Mayall e Taylor duettano in modo superlativo, denotando una comunione di intenti fuori dal comune; l’armonica di Majall è capace di creare percorsi sonori inarrivabili per chiunque, regalandoci otto minuti di emozioni purissime. La conclusiva Got To Be This Way è molto ritmata, e racchiude in sé il senso del disco. A lei spetta il compito di chiudere un album epocale, mediante il quale Mayall entra prepotentemente nella “Hall Of Fame” della Musica, denotando la sua vera natura: quella di fine ricercatore musicale, capace di partire dalla tradizione e di arrivare a una “Nuova Via” musicale che ci ha regalato sensazioni di incredibile purezza.

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