John Lennon & Yoko Ono: “Unfinished Music No.2. Life with Lions” (1969) – di Gianluca Chiovelli

Confesso che mi sarebbe piaciuto esserci quel giorno in cui John Lennon incontrò le creazioni di Yoko Ono all’Indica Gallery di Londra, sul finire del 1966. Un inglese ventiseienne, più famoso di Gesù Cristo, ma di umili origini (in fondo un piccolo borghese di Liverpool) divertito e stupefatto di fronte alle provocazioni di una navigata signora cosmopolita dalle ambizioni d’acciaio. Non voglio insinuare nulla né attizzare la vulgata della perfida sfinge nipponica; è l’elemento psicologico che interessa. Il geniale facitore di melodie, intrappolato nella routine del successo e avido di voglie eversive, e la metodica demiurga di scandali artistici dai prestigiosi natali (la famiglia, benché rovinata dalla guerra, vantava alto lignaggio) inserita naturalmente (come un pisello nel suo baccello) nel più puro ambiente bohémienne (reduce da due matrimoni artistici: col musicista d’avanguardia Toshi Ichiyanagi e col jazzista Anthony Cox). Yoko, insomma, era perfetta per rompere qualsiasi schema. Talmente perfetta (una macchina da guerra) che, se non ci fossero stati schemi, non sarebbe nemmeno esistita. Yoko era contro, o fuori, sistematicamente. Agli atti della storia è il suo famigerato cortometraggio sulle natiche, titolato, con scarsa fantasia, ma sprezzante schiettezza, “Bottoms” (un repertorio di chiappe, in definitiva, intervallato da interviste ai legittimi proprietari delle stesse) nonché, cito a memoria, “Erection” (è filmata la progressiva edificazione di un palazzo) “Match” (corto su un fiammifero che brucia) “Up your legs forever” (si hanno stavolta gambe in luogo di chiappe). Celeberrima, in ambito figurativo (?), la sua opera “Mela”. Inutile lambiccarsi: l’opera d’arte “Mela” consisteva proprio in una mela fisica; accanto a essa v’era stampigliata una targhetta rivelatrice, “Mela”, a illuminare il significato del conato artistico (c’entra poco con quello di cui si discorre, ma ve la racconto lo stesso: narra la leggenda che, ai tempi di Milano 2, nei pressi del laghetto del complesso edilizio, vi fosse un cartello con su scritto: “Laghetto”; un laghetto, insomma, e qualcuno si è preso la briga di scriverci: “Laghetto”. Silvio era forse un estimatore della Yoko art?) E la mela era in vendita? Certo: duecento sterline, si passi alla cassa. Inutile sorridere. Tali i destini dell’arte. Se Magritte dipingeva (proprio così, dipingeva!) una pipa e apponeva alla tela l’indubitabile frase: “Questa non è una pipa”, poiché raffigurata era l’immagine della pipa e non la pipa come oggetto in sé, ora veniva comodamente abolito l’intero processo della rappresentazione: era la pipa stessa (o la mela, in tal caso) a costituire la creazione (assieme al processo rappresentativo si aboliva, perciò, la maestria, l’esperienza, l’apprendistato, la fatica, la tradizione, il colore, la tavolozza, la trementina, la tela, il cavalletto: un bel risparmio). Attenzione: qualunque imbecille potrebbe prendere una mela e cercare di venderla quale oggetto artistico. Solo un genio può riuscirvi, però. Yoko non si fermò certo alle mele. Martelli, chiodi, scale, porte e mobilia di risulta entrarono nel cono d’ombra della sua magmatica creatività. Essa stessa ne fece parte (invitava gli spettatori a sforbiciare i suoi vestiti sino alla completa denudazione (performance nota come “Cut piece”). Il solito trucco: il nudo, da modello per la rappresentazione, diveniva la rappresentazione artistica stessa. New York e Londra, le aree ideologiche in cui gravitava la nostra Pitonessa, erano l’ombelico del mondo dell’off, dell’arte fuori registro, asincrona; vi conveniva un mondo di spostati, di temerari, grassatori, saltimbanchi, perdigiorno e fuffaroli. Occorreva menare scandalo per vendere, da veri agenti dell’eccentrico. Andy Warhol, dalla cattedra del nulla, elargiva le proprie lezioni: un barattolo, una confezione di corn flakes, tutto era arte; e la volpina fattucchiera nipponica quella lezione l’aveva marchiata a fuoco nel proprio animo. Per farla breve: Yoko non aveva idea di cosa fosse la scultura o la musica o la pittura, ma viveva presso le capitali vincenti del mondo, rigurgitanti di gonzi e milionari (in dollari e sterline) e possedeva l’istinto giusto per far inorridire benpensanti, moralisti, leghe del pudore, nonnine, destrorsi. Per vellicare quello sciocco e vuoto sentimento che, a tutt’oggi, dà l’impressione che si crei arte: la trasgressività. Da qui i bed in, la pace nel mondo, Fluxus… che tale attitudine, poi fosse furbesca e conformista è quasi certo, ma poco conta. Ciò che davvero conta è ch’ella riusciva a suscitare repulsione, mormorii e gridolini di assenso e, infatti, dopo mezzo secolo siamo ancora qui a parlarne, benché, nell’armadio della creatività, vanti solo qualche frusto vestitino. A lei di tutto questo importa qualcosa? Macché, son sicuro che si diverte, mentre, impassibile come la mummia del Similaun, occhieggia dalle ferite dei suoi occhi di ottuagenaria. John Lennon cominciava allora a liberarsi delle costrizioni pop; forse era un po’ stanco di stivaletti e yeah yeah: ed ecco che una Matta gli indicava la via pour épater le bourgeois, scandalizzare, ferire i benpensanti. Quale sodalizio! Come poteva Lennon non rimanere soggiogato da una simile Medusa? Bruciare le buone maniere di McCartney e le varie Love me do dei Beatles dev’essere stata una tentazione irresistibile per l’orfano di Liverpool. Si poteva fare la rivoluzione! Gandhi, Einstein, l’amore libero, i fiori nei cannoni, la musica free form, Che Guevara, LSD, indiani Cicorioni, sitar. Tutto ciò che era contro l’ordine costituito andava bene e Yoko, sacerdotessa della trasgressività, avrebbe officiato tali cerimonie. Allora eccola qui la ditta Lennon-Ono, al proprio apice, dopo l’avventura più grezza di “Unfinished Music No. 1. Two virgins”“Unfinished music No. 2. Life with Lions” è, concettualmente, tutta farina del sacco della signora di Tokyo; con l’eccezione del grazioso tritume di Song for John (un minutino e poco più) il disco è un’operazione tutta d’avanguardia. Cambridge 1969 (trenta minuti di feedback e strilla di Yoko) e Mulberry, con Lennon a molestare corde e tamburi e la strega a modulare vocalizzi folli e puerili, sono la tomba di qualsiasi Fool on the Hill. Il resto è una sintesi di ciò che, allora, fluttuava nell’aria: Baby’s heartbeat è la registrazione del cuore del figlio mai nato, Two minutes silence un omaggio a John Cage, Radio play lo squinternato tentativo di sintonizzare una stazione radio che non si sintonizza mai …I soliti trucchetti, verrebbe da dire, ma “Unfinished music No. 2. Life with Lions” è, a suo modo, un album importante. I due operarono una sorta di “Cut piece” e i multicolori vestitini pop dei Beatles (i favoriti dalla Regina) caddero a brandelli. Comunque si vogliano considerare questi lacerti sonori, è indubbio che Yoko Ono ebbe coraggio e sfacciataggine da vendere. In un certo senso è da ammirare, con sincera simpatia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.