John Lennon: “Mother” – di Marina Marino

Fu quando il barbiere gli tamponò il viso con una salvietta calda che Luigi ebbe orrore di sé. Ne godeva la carezza tiepida, i muscoli rilassati e si costrinse a ripetersi, come macabro mantra “mia madre è morta”. Lo aveva pensato prima, specchiandosi e ravvisando nei suoi lineamenti quelli di lei, gli occhi, la fronte ampia, il sorriso. Già, aveva sorriso, spontaneamente, per una battuta sciocca, di quelle che a volte ti salvano la vita e sua madre giaceva morta nella sua stanza, nel palazzo accanto. Una morte serena, se esiste davvero, naturale.
Luigi aveva espletato le formalità tristi e rassicuranti del caso, le telefonate ai parenti, l’organizzazione del funerale, con elegante efficienza. Non soffriva. Cercava sua madre dentro, trovava un vuoto che lo spaventava. I parenti, gli amici scambiarono il suo atteggiamento per un dolore composto, misurato, socialmente adeguato.  Sua madre, ormai ultranovantenne, da tempo era scivolata nelle mefitiche e misteriose paludi dell’Alzheimer ma lui andava a trovarla ogni giorno, la casa era attigua al suo studio medico, le aveva garantito assistenza continua e decoro, pensava che il distacco sarebbe stato uno strappo cruento. Gli risuonavano le parole lette da bambino, forse di De Amicis, “Di tutti i giorni che vivrai il peggiore sarà quello in cui perderai tua madre”.
Invece spesso siamo imprevedibili a noi stessi, Luigi non soffriva. E ne aveva paura. Lui, che collezionava dagherrotipi e foto antiche di cui aveva tappezzato le pareti di casa dal pavimento al soffitto (“lei si circonda di occhi morti”, gli avevo detto anni prima), che amava viaggiare, leggere, un medico bravo e di una certa fama, fu trasformato, come molti, nell’adolescente insicuro e troppo bravo a scuola, quello dei dieci in Grecopotere della paura. Luigi ne aveva tanta, quel vuoto di dolore lo spingeva a pensare di essere anaffettivo, di non saper provare sentimenti profondi, di scappare dall’attaccamento, anche se la vita gli aveva già dimostrato il contrario. Si prese, pretese un giorno solo nella casa materna, la casa in cui era cresciuto. Solo.
Aprì gli armadi, i vestiti conservavano l’odore lieve di violetta Borsari della mamma, insieme a quello, più sottile e feroce, della sua pelle. Li guardò, l’abito di seta blu della sua laurea, il twin-set rosa carne che indossava per ricevere le amiche, la blusa giallo crema che lui le aveva regalato un Natale lontano, troppo lontano. Immerse il viso, il naso nelle stoffe, ne inalò ogni odore. Non provò dolore. Nei cassetti scoprì i tesori della memoria, le sue pagelle, qualche cartolina mandata dalla Francia, le sfiorò, poi toccò con le dita. Nulla. Trovò vecchie foto, quelle risvegliarono il suo istinto da collezionista, se ne vergognò. Luigi si stese sul letto, cercando il dolore come da bambino aveva cercato l’amore, non lo trovò. Gli oggetti restavano tali, evocavano ricordi che dalla mente non scendevano al cuore.
Si distese sul pavimento, allargò le braccia, chiuse gli occhi, cercava il dolore come io da bambina mi sollevavo le croste sulle ginocchia per vederle sanguinare. Per Luigi, il vuoto. Si risolse a contattare una sua amica psichiatra per un paio di incontri, lei gli propose una terapia per scoprire eventuali traumi rimossi. Luigi si disse che se li aveva rimossi forse aveva dei buoni motivi, era stanco di scandagliare. Non era stato il figlio che i genitori avrebbero voluto, tutto qui. La casa fu venduta, il ritratto della mamma diciottenne si inserì discretamente tra le altre foto antiche. Altri occhi morti che lo guardavano vivere, perché siamo soltanto e meravigliosamente umani, fallaci e transeunti, complicati e semplicissimi, ossimori a due gambe. Il dolore ci forgia distruggendoci, ci insegna, devastandoci. Per Luigi, anche la sua assenza lo fece o forse prese semplicemente la perigliosa decisione di essere felice. Finalmente.

Mother, you had me / But I never had you / I wanted you / But you didn’t want me
So / I just got to tell you / Goodbye / Goodbye / Father, you left me
But I never left you / I needed you / But you didn’t need me
So / I just got to tell / Goodbye / Goodbye / Children, don’t do
What I have done / I couldn’t walk / And I tried to run
So / I just got to tell you / Goodbye / Goodbye / Mama don’t go
Daddy come home / Mama don’t go / Daddy come home
Mama don’t go / Daddy come home / Mama

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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