John Landis: “The Blues Brothers” (1980) – di Claudio Trezzani

Ci sono film che sono entrati prepotentemente nella cultura popolare e sono diventati compagni di viaggio inseparabili delle nostre vite: “The Blues Brothers” di John Landis del 1980 è uno di questi. Un’opera che ha trasceso epoche e generi, amata a tutte le età, anche da chi non ha mai preferito i classici musical, come venne etichettata all’epoca. “The Blues Brothers” è tutt’uno con la sua colonna sonora anzi, che può essere considerato la colonna sonora della vita di chi lo ama. Il progetto ebbe una lunga gestazione e nacque dalla collaborazione di due artisti votati al comico che non avrebbero potuto essere più diversi: John Belushi, eterno adolescente, genio e sregolatezza nell’accezione più forte del termine, e Dan Aykroyd, artista riflessivo preciso e puntiglioso. La “palestra” che tenne a battesimo il duo fu quella che diede i natali a tantissimi comici e personaggi americani dell’epoca: il Saturday Night Live, geniale programma televisivo che va in onda ancor oggi sulla NBC dal 1975. Solo per citare alcuni nati su quel palcoscenico ricordiamo, così a caso, Bill Murray, Chevy Chase, Eddie Murphy, Robert Downey Jr. e via discorrendo… ma due personaggi così esuberanti e coesi, nonostante le evidenti differenze, nemmeno da quelle parti si erano mai visti: uno di Toronto ma follemente innamorato del Blues di Chicago (Aykroyd) e uno proprio di Chicago ma appassionato di rock anni 70 e innamorato delle sua follia. L’amore per il Blues di Dan divenne ben presto una passione condivisa dai due e il motore più importante delle loro carriere. Entrati a far parte del cast dell’avventura televisiva, subito Belushi si rivelò una delle maggiori attrazioni del gruppo, tra personaggi diventati un vero e proprio culto, ma fu l’amicizia con il musicista Howard Shore (autore poi di colonne sonore storiche come quella de “Il Signore degli Anelli”) che fece balenare in lui l’idea di diventare una band: all’inizio suonando live in alcuni locali con John alla voce, per poi portare l’idea in studio. Il seme era stato piantato e niente sarebbe stato come prima, per il duo e per l’America intera. Sulla scia del successo del programma, il geniale regista John Landis volle Belushi come protagonista di una commedia demenziale che anch’essa passerà alla storia: “Animal House” (1978). La prestazione di Belushi sarà la colonna portante del film e il suo personaggio, Blutarsky, diventerà immortale come le sue gags. Fu in quel periodo che Steve Martin, altro meraviglioso comico con la passione per la musica che diventerà poi un apprezzato violinista country, diede loro la possibilità di suonare come Blues Brothers nel suo programma: era il 17 gennaio 1976. Il successo fu tale che Martin chiese loro di aprire le nove serate del suo spettacolo a Los Angeles. A questo punto non si trattava più di uno sketch saltuario e causale: avevano bisogno di una vera band di supporto. La loro amicizia con il musicista Paul Shaffer, la futura spalla di David Letterman nell’omonimo show televisivo che durò per decenni, li aiutò: avevano un elenco di musicisti di talento da convincere, e in questo nessuno poteva competere con la tenacia e l’insistenza di John Belushi. Oltre a Shaffer, pianista sopraffino, furono della partita artisti che erano già noti al pubblico, come il fantastico sassofonista Lou Marini, i talentuosi chitarristi Steve Crooper e Matt Murphy, tanto per citarne alcuni. Le idee che poi fecero del film un cult movie, nacquero in questi spettacoli: i vestiti neri eleganti, gli occhiali da sole, la valigetta e le capriole. Fu un successo strepitoso, che li portò a pubblicare il disco “Briefcase Full of Blues” (Atlantic Records 1978) in grado di piazzarsi al numero 1 della Billboard e fargli ottenere due dischi di platino. A tutto questo vanno aggiunte le mitiche esibizioni live, come il concerto per la chiusura del leggendario Winterland di San Francisco il 31 dicembre 1978, documentato da un fantastico album. Piano piano l’idea del film stava prendendo forma, la storia immaginaria dei due fratelli cresciuti nell’orfanotrofio di Rock Island, Illinois che apprendono le basi e la passione per il Blues dall’inserviente Curtis, che nel film ha le fattezze del grande Cab Calloway (chiamato Curtis in onore di Curtis Salgado, musicista Blues che aiutò Belushi a creare alcuni personaggi del film). L’idea era geniale, appetita da vari studios, ma la spuntò la Universal Pictures, che come regista ingaggiò l’allora emergente John Landis, il regista “Animal House”, il primo successo di Belushi. Il film però non aveva sceneggiatura e neppure un abbozzo di budget. Per averne almeno un’idea si affidò lo script all’inesperto Dan Aykroyd che stese oltre 300 pagine: un’enormità visto che la media usuale era al massimo di 100. Si narra che, compreso di aver forse scritto troppo, Dan fece recapitare alla Universal il copione chiuso nella copertina esterna di un elenco telefonico con il titolo, “Il Ritorno dei Blues Brothers”, a firma Scriptatron GL-9000, uno “scrittore automatizzato”. Qui iniziarono le estenuanti trattative sulla sceneggiatura che Landis asciugò con sensibili tagli che non piacquero ad Aykroyd… anche qui gli aneddoti incredibili non si contano. La riscrittura prevedeva la chiusura di un orfanotrofio a causa di tasse arretrate non onorate e, durante l’elaborazione del testo, un politico, nella realtà, presentò una proposta di legge per tassare le proprietà ecclesiastiche… l’idea si rivelò quindi geniale. Il budget non era ancora stato definito quando, nell’estate del 1979, cominciarono ufficialmente le riprese, poi si assestò sui 17,5 milioni di dollari salvo essere superato ampiamente in corso d’opera (pare fino a 30 milioni). I ritardi dovuti alla dipendenza da stupefacenti di Belushi (che a volte perfino si dimenticava di andare sul set) e i continui cambiamenti allo script con battute inventate sul momento stavano spazientendo la produzione, preoccupata soprattutto dell’aumento dei costi. La band si era resa disponibile a partecipare al progetto (tranne Shaffer, che aveva accettato altre proposte professionali) ma era dubbiosa sulla confusione della storia che si barcamenava fra una commedia, un action movie e un musical. Quando non si ha un’idea precisa si rischia sempre il flop. La troupe ottenne la piena ed entusiastica collaborazione del sindaco di Chicago, che colse nel film l’opportunità di trasformare la città in un’attrazione turistica per altri filmmakers: aveva ragione, da allora la culla del Blues americano divenne scena per innumerevoli film e serie tv, seconda solo a New York City. Il film coinvolse, oltre alla band, vere e proprie leggende che la produzione non voleva perché assenti dalle classifiche da troppo tempo: il risultato fu che personaggi e canzoni contribuirono a creare un culto e una colonna sonora che in seguito venne giudicata come la più bella e riuscita di tutti i tempi. Ovviamente il genere dominante era il Blues ma anche il Soul, il Funk, il meglio della musica Black e perfino uno sconfinamento nel Country-Western. Una soundtrack che divenne un tutt’uno con il film: la storia di due fratelli, Jake ed Elwood, che aiutano l’orfanotrofio che li ospita a restare in piedi rimettendo assieme la blues band  che avevano da ragazzi. Un susseguirsi di iperboliche esibizioni di artisti immortali, a cui si aggiungono brani dei Blues Brothers, con prestazioni vocali da consumato bluesman di Belushi. Un successo, quello del film, a cui contribuì maggiormente il pubblico europeo e non quello americano. L’iniziale flop in USA si trasformò in oro colato per il mercato home video, di cui divenne assoluto blockbuster. La critica americana invece non cambiò idea e stroncò “The Blues Brothers” che poi divenne un successo planetario e immortale (ricordando le recensioni del primo disco dei Led Zeppelin, possiamo comprendere come spesso la critica si spinga a certi giudizi). Artisti da tempo trascurati dal grande pubblico, nel film fornirono fantastiche interpretazioni: dalla grande Aretha Franklin con il capolavoro Think, che nel film sconvolge un diner dove si era rifugiato Matt Guitar Murphy, a Ray Charles che con Shake A Tail Feather contagia tutti con la febbre del ballo, al “reverendo” James Brown che, con la sua The Old Landmark, dona la luce a John Belushi indicandogli la via, fino a John Lee Hooker con la sua mitica Boom Boom. Per non parlare poi delle superbe canzoni che chiudono la storia: Cab Calloway, con una memorabile esecuzione di Minnie The Moocher, antipasto al concerto della banda vera e propria. Due esecuzioni di cover che entreranno di diritto nella storia del cinema e della musica: Everybody Needs Somebody to Love, con le celeberrime acrobazie di Belushi, e la chiusura con la colonna sonora ufficiale della Città… Sweet Home Chicago, con una miriade di assoli dei musicisti che vale da sola il prezzo del biglietto. Non dimentichiamo poi la parodia Western di Theme of Rawhide e la sigla finale Jailhouse Rock suonata nel carcere con il ballo dei detenuti. In definitiva una gemma della musica e del cinema americani, due generi di arte che quasi mai come in questo si sono magistralmente fusi: una storia inventata e una band inventata che diventano realtà. Obbligatorio è, inoltre, citare anche i numerosi cameo che il film ci regala e che probabilmente non tutto il grande pubblico notò da subito: Steven Spielberg, Frank Oz, lo stesso Landis, Joe Walsh (chitarrista degli Eagles), Twiggy (nota top model della “Swinging London”). Tutti avevano voluto partecipare alla festa. Purtroppo John Belushi ci lasciò solo due anni dopo. Trovato morto il 4 marzo 1982 per un’overdose, dagli amici Robin Williams e Robert De Niro in una stanza dell’hotel Chateau Marmont a Los Angeles, la sua scomparsa ha privato il mondo del cinema e della musica di un talento fuori dal comune, che inconsapevolmente rinvigorì i passati fasti del movimento Blues americano (ai tempi quasi accantonato dal grande pubblico) e al cinema musicale… fece però in tempo a recitare in altri due film che non ottennero lo stesso successo, “Chiamami Aquila” e “I Vicini di Casa” ma, soprattutto, la sua scomparsa negò al pubblico una cosa che ancora oggi il grande Dan Aykroyd rimpiange: avrebbe dovuto essere il dottor Venkman in “Ghostbusters”, film basato sulla sceneggiatura scritta da Dan assieme all’amico Harold Ramis che avrebbe visto la partecipazione anche di Eddie Murphy (che poi rinunciò). Il suo personaggio fu poi interpretato da un altro grande del Saturday Night Live e cioè Bill Murray… che non era certo Belushi. “The Blues Brothers” e il suo successo planetario spinse la band oltre il film e oltre John Belushi, il cui posto nelle esibizioni live successive venne preso dal fratello minore James, che non aveva né la stessa voce né lo stesso carisma. James Belushi ebbe comunque un discreto talento, sfociato nel remake del film uscito nel 2000, di cui volutamente tralasciamo il giudizio per rispetto verso Dan Aykroyd. Segnaliamo invece uno stupendo disco del 2017, che i superstiti della bandSteve Crooper e Lou Marini, hanno voluto incidere: “The Last Shade Of Blue Before Black”.

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