John kilzer: “Hide Away” (2014) – di Bartolo Federico

Mi svegliai all’alba e misi la caffettiera sul fuoco. La luce del mattino era ancora fumosa, me ne restai immobile davanti al fornello a fissare un punto indefinito della parete. Provavo nuovamente quel dolore, e la rividi sorridermi mentre mi abbracciava. La cosa migliore era quella di farla uscire al più presto dalla mia vita, se volevo raccogliere ancora qualche coccio di me. Quando impari ad amare, anche le cose più banali ti mancano terribilmente. Devo ammettere che pure quella era una sorpresa. Lo scroscio della sua risata mi fece trasalire, mentre il caffè gorgogliava. Con quel sorriso scavato sul volto, che avevo imparato a esibire a chiunque incrociassi, andavo a fondo. Inaspettatamente però le canzoni di John Kilzer mi avevano costretto a guardare in quei punti che non illuminavo più. Dove le tracce di me stesso, si erano rese molto labili. Era da qualche tempo che questo non mi capitava. Mi ero chiuso come un vecchio rancoroso, cinico e bastardo. L’amore è Guerra. Pensa in che razza di mondo viviamo. Quando uscii da casa, la città sembrava un deserto. Un luogo per appestati. Non c’era quasi più traccia di vita. La metà dei negozi era chiusa, e in quelli che resistevano, non c’erano clienti. Anche tanti uffici avevano serrato i battenti. Ero circondato da una marea di annunci di immobili in vendita, che campeggiavano ovunque sui muri. Quel nuovo Presidente aveva detto che tutto questo era stato necessario, c’era bisogno di rigore. Quando l’economia va male, sono sempre i più deboli a pagare il prezzo più alto. Questo particolare però lo aveva tralasciato. Mentre camminavo, la città prendeva forma in tutte le sue sfaccettature. La spazzatura ammassata contro il muro di un edificio era coperta di mosche, e faceva puzza di pesce andato a male. Entrai in una caffetteria che aveva ancora le sedie rovesciate sui tavoli. La proprietaria, una donna grassa, stava lavando il pavimento. Il cappuccino che sorseggiai mentre la radio del locale suonava una vecchia canzone che non sentivo da decenni, era piuttosto buono.
“Di andare ai cocktails con la pistola non ne posso più. Piña colada o coca cola non ne posso più. Di trafficanti e rifugiati ne ho già piena la vita. Oh maledetta traversata non sarà mai finita ma vedete a nove nodi appena si è un punto fisso nel mare che sa di nafta e lo nasconde con l’odore del té e dell’erba da fumare”. (Panama – Ivano Fossati).
Planet Love cantava per me, e solo per me… ma anche questa era una bugia. Restai a fissarla a lungo negli occhi quella canzone, con un respiro affannoso, senza sapere cosa ribattere. Dopo li abbassai e respirai profondo, inumidendomi le labbra. Nel 1988 John Kilzer con un colpo di fortuna era arrivato alla Geffen, un’etichetta discografica di grande prestigio. In quella scuderia c’erano anche John Hiatt i Sonic Youth, e Peter Gabriel. Scriveva canzoni che parlavano di uomini e donne lasciati soli a tremare nel buio. Gente bastonata, derubata, gettata a testa in giù… ma anche se sei bravo e hai talento, per avere successo questo non basta. Ci vuole una botta di fortuna. Altrimenti il tuo nome resta come scritto sull’acqua. Poi l’acqua si asciuga. Ebbe un fremito leggero quando l’ago affondò in vena. La stanza girò vorticosamente su se stessa, provò un ondata di calore che si profuse su tutto il corpo. Restò con gli occhi chiusi, e la bocca aperta. La sensazione di un orgasmo. Con calma si sedette sul bordo del letto, e prese a suonare la chitarra acustica. Le parole arrivavano da sole, mentre il vento soffiava dentro la stanza, portando con sé l’odore del Mississippi. Bevvi un sorso di birra, e guardai fuori dalla finestra con occhi stinti la notte. Nel silenzio il fruscio della mia anima, fece soltanto un po’ di rumore. Scivolando Fading Man se ne andò sotto pelle, e sentii il cuore che martellava forte nel petto. Rimasi a fissare il vuoto. Non si può risolvere sempre tutto… ma la musica è come una medicina, ti aiuta a guarire. L’assolo di sax arrivò dapprima portentoso, come se avvertisse anche lui il fuggire delle cose. Dopo barcollò triste come un ubriaco, girando lo sguardo alla malinconia di Love Wants To Give Its Heart To You che suonava come un batticuore per l’emozione profonda di quell’armonica, che riportava tutto sulle quelle strade secondarie dov’ero cresciuto. Nel cielo si formarono dal nulla delle nuvole. John scese dal camion e prosegui a piedi. Una pioggia calda venne giù. Seduto in quel bar davanti al suo bicchiere di vino, sperò in qualche modo di tirarsi indietro da quell’abisso. Era come un conto alla rovescia. Su quella nave dei folli vacillava, ma era ormai anche pronto a tutto. Crescent Moon giunse come se Neil Young si fosse nascosto nell’ombra. Una lurida chitarra infettò l’aria. Di chi cazzo è questa roba, grido qualcuno nel bar. Lui si alzò cercando di tenersi in equilibrio. Sono io urlò. Ma la sua voce svanì, lavata via dal rumore della pioggia. Babylon lo aveva reso felice con quel pianoforte da bordello, e quei cori gospel. Sdraiato sul letto di quel motel mentre la pioggia cadeva, prese una capsula di anfetamina. La pillola aveva cominciato a fare effetto. Accese la radio e girando la manopola cercò qualcosa che gli facesse compagnia, che lo rassicurasse. Graveyard Jones cominciò con un’armonica blues, di quelle sconce e selvagge… ed era come se lo stesse picchiando con le nocche delle mani. Da tanto non andava a Memphis. Si sentiva davvero strano in quel vuoto che si era aperto dentro il suo cuore. Gli sfuggì dalle dita Lay Down, non appena spostò la radio per frugare nel sacchetto delle pillole. Forse non aveva sfruttato appieno il suo talento. Non aveva fatto tutto il necessario per farlo emergere. Sapeva solo di essere in un mare di guai. il falsetto soul di Hide Away lo risollevò nel segno della pace. La cosa migliore che puoi fare quando sei in questo mondo è di uscirne vivo. Matto o no, paura o no. Andammo in camera da letto, lei chiuse la finestra poi staccò il telefono e si spogliò. Mi tolsi i vestiti e lei venne su di me. Ci baciammo, aprì le gambe e mi si sedette sopra. Gli entrai dentro accarezzandole la schiena, e i capelli. Tutta la mia rabbia solitaria era svanita. Dopo ho acceso due sigarette e ce le siamo fumate. “Non ho mai voluto che tu soffrissi per causa mia”, disse guardandomi nel buio. Mi ero alzato per preparare del caffè.  Sono tornato vicino a lei. Quella notte restai sveglio ascoltando The White Rose And The Dove e il suo cuore… ed era come sentire un respiro dopo l’altro.

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