John Fante: “Chiedi alla polvere” (1939) – di Gabriele Peritore

Chiedi alla polvere (“Ask the dust”), che senso ha questa vita… quante batoste bisogna prendere prima di poterla chiamare Vita. Chiedi alla polvere che ne sarà delle mie fantasie di grandezza… se c’è del talento in quella che mi sembra formidabile scrittura o se questo mio dannato desiderio di scrivere sia soltanto vanagloria. Chiedi alla polvere quanta solitudine devo masticare prima di trovare qualcuno che la rompa… e se poi quando il sentimento sembra finalmente corrisposto non sia altro che una mera illusione, la somma di due solitudini. Chiedi alla polvere se il mio sguardo da giovane uomo può avere la stessa arroganza e il senso di sconfitta di quella di un vecchio… se i miei tentativi di essere divertente non siano nient’altro che patetiche cadute nel grottesco. Chiedi alla polvere se questo raggio di sole che scalda ogni angolo della città è uguale per tutti o ci sono pelli che non ne hanno diritto… come la mia che sono uno straniero… quante volte dovrò battere le strade della città degli Angeli prima di non essere più considerato uno straniero. Chiedi alla polvere perché la polvere sa tutto. Polvere siamo e polvere torneremo. Ogni granello scende giù come pulviscolo. Le nostre esistenze che si accatastano. L’accatastarsi della Storia. Basta un soffio di vento a buttare giù tutto. Ad alzare, a sospendere il polverone, a stravolgere il movimento… e questo movimento è danza. A guardare tutto con sguardo attento e sconvolto è Arturo Bandini, alter ego dello scrittore John Fante, dalle chiare origini italiane, abruzzesi, che si trasferisce a Los Angeles durante gli anni della Grande Depressione per provare a vivere con la sua scrittura, per provare a scrivere il suo futuro… così giovane, così piccolo in una grande città, fatta di vento, sabbia e arance, che lo costringe a fare i conti con tutta la sua umiltà e inadeguatezza. I rapporti umani non sono il massimo, viene visto ancora come uno straniero per il suo cognome italiano. La solitudine costringe a inventarsi stratagemmi per non soccombere. Tira fuori il suo lato più arrogante scambiandolo per senso dell’ironia. In certi momenti non rimane che affidarsi a Dio o ai santi per racimolare qualche spicciolo. Cerca di trovare un sentimento dove sentimento non c’è. Così la seducente cameriera messicana, innamorata di un altro uomo, gli fa perdere facilmente la testa ma, gli consente di scrivere il suo romanzo per un amore non corrisposto, che vivrà momenti esaltanti e passionali e altri di frustrazione, per le loro origini e la loro povertà. I personaggi che, incontra durante il suo percorso, sono ammantati dallo stesso senso di solitudine che ricopre ogni individuo di una metropoli o sulla terra. La titolare dell’albergo in cui risiede (e che puntualmente Arturo non riesce a pagare) ancora legata nostalgicamente al marito che ha perso. Il suo vicino di stanza alcolizzato, veterano della grande guerra e intossicato dalle armi chimiche. Vera, una donna ebrea, abbandonata dal marito per un enorme cicatrice che deturpa il suo busto, che si innamora davvero di Arturo ma lui prova soltanto un profondo senso di empatia per la donna, può consolarla, nient’altro. Ogni personaggio compare, danza e scompare, come un granello di polvere o come la sabbia del deserto trasportata dal vento. Non rimane che un mucchietto invisibile. Siamo niente al cospetto del mondo, dell’universo, della vita, siamo polvere appunto, ma, anche la polvere ha una sua filosofia e questa vita ci può piacere ugualmente viverla… anche se amara. L’unica cosa che sembra andare bene è la scrittura. Per Arturo Bandini e soprattutto per John Fante. Durante tutto il suo periodo nella città degli Angeli i suoi racconti venivano pubblicati su delle riviste importanti dell’epoca, come la American Mercury (grazie al supporto del suo mentore Henry Louis Mencken) e lavorava come sceneggiatore per il cinema. “Chiedi alla polvere” (“Ask the dust”), uscito nel 1939, è un successo letterario che segue quello dell’anno precedente, “Aspetta primavera, Bandini”. Considerato uno dei precursori della Beat Generetion per il suo stile realista, crudo e romantico insieme. Con una passione innata per il lato oscuro della vita… e nello scovare ogni punto debole dell’essenza umana che ne configura l’eterna inquietudine. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, però, le sue energie sono assorbite dal lavoro per i servizi d’informazione e i figli. Passano dei decenni prima che torni a scrivere ma con il fisico minato dal diabete. Soltanto la volontà e la passione di un giovane scrittore che si aggirava in maniera molesta per la stessa città, che si è battuto con tutte le sue forze perché venissero ripubblicate le sue opere, ha permesso che John Fante rivivesse nuovo splendore. Quel giovane scrittore era Charles Bukowski e considerava John Fante il suo maggiore ispiratore. Dopo “La confraternita dell’uva” (1977), grazie all’intervento di Bukowski, può finalmente uscire nel 1982 l’ultimo episodio della saga Bandini: “Sogni di Bunker Hill”, dettato alla moglie in punto di morte. Un nuovo nugolo di gloria arriva inaspettato dopo circa quaranta anni ma vola via immediato a causa della malattia che lo ha ormai logorato ponendo fine alla sua vita nel 1983. Il polverone alzato lo fa riscoprire anche in Italia negli anni novanta. Torricella Peligna, in provincia di Chieti, era la città da cui è partito il padre. Per noi adesso è la città di John. La nostra città.

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2 pensieri riguardo “John Fante: “Chiedi alla polvere” (1939) – di Gabriele Peritore

  • Agosto 13, 2018 in 11:20 am
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    caro Gabriele la tua recensione a Fante è molto interessante. Fante non è certo un autore facile considerato anche che non tutti comprendono pienamente il suo messaggio che anticipa la beat generation. Complimenti ancora. Nati

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  • Agosto 21, 2018 in 5:49 pm
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    Grazie davvero… sono onorato di questa attenzione e spero nel mio piccolo di aver reso un buon servizio alla letteratura di John Fante…

    Risposta

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