John Coltrane: “My favorite things” (1961) – di Isabella Dilavello

Ci siamo. Ancora una volta. Infinite volte. Il quotidiano ripetersi disteso di luci sulle strade bagnate. Mi avvolge e bussa, la tentazione di credere di nuovo nella magia e abbasso la testa, per non vedere le luci e non cedere a quella tentazione. Scivolo nelle strade bagnate, salto pozzanghere. Evito il cielo così bianco di nubi, così gonfio di promesse di niente. Escono dai negozi e mi urtano, in molti modi. Mi urtano il fianco, mi urtano il cuore. Le luci si sono distese ancora una volta sulle strade bagnate e fanno da eco ai suoni di niente. Mi fermo in un brivido di resistenza e poi di nuovo nelle luci, nel loro riflesso sulle strade bagnate. Il portone di casa è l’oasi da raggiungere, il rifugio e, improvviso, mi coglie quel profumo, correndo su per le scale, ché l’ascensore è occupato: il profumo intenso del brodo tenuto a lungo sul fuoco. Pervasivo, appiccicoso, lo stesso brodo in cui la nonna metteva un bicchiere di vino rosso e che mi dava sempre un po’ di nausea senza che, tuttavia, potessi farne a meno. Di mia nonna, del brodo. Dei rituali come unico segno della presenza di mia nonna… e sulle scale rallento. Rallento. Rallento. Rallento perché una volta arrivata alla porta di casa, dovrò aprirla, infilarla e chiuderla alle mie spalle. Chiudere fuori profumi e infanzia, profumi e storie. Dentro resterei solo io. Allora rallento perché il vano scale duri più a lungo e questo tempo mi porti alla mente non solo il ricordo di quando mi bastava tornare a casa, ma porti anche tutte le piccole cose che amo da sempre e che hanno il potere di farmi respirare ancora. Mi ricordo ogni piccolo particolare senza importanza, le piccole cose che preferisco e sorrido appena fuori la porta. Sorrido appena. Sorrido. Con quell’atteggiamento che le labbra prendono nel portarsi dentro il cucchiaio e il brodo. Sorrido in quell’istante di piacere per le piccole cose. Mi rende felice raccontare una storia. Mi rende felice attraversare una strada di campagna in città cantando, in motorino. Mi rende felice il vento, piantare un seme sconosciuto e aspettare. Mi rende felice una tempesta, camminare nella neve, non aprire l’ombrello se piove e accorgermi delle stelle d’improvviso nella notte. Mi rende felice un incontro, un caffè caldo portato a sorpresa per consolarmi del freddo, il rumore della legna che si spezza nel fuoco. Mi rende felice sedermi a guardare passare i treni cercando di indovinarne la destinazione, le stazioni, la gente che parte e a volte ritorna. Mi rende felice una cena a caso con le persone che si aggiungono portando una bottiglia del vino preferito. Mi rende felice soffermarmi sul corpo di chi amo senza pensarci, in modo improvviso. Mi rende felice l’amore: farlo. Mi rende felice quello che non so. Mi rendi felice tu che non lo sai. Voglio pensare solo a questo. A My Favorite Things, che John Coltrane forse aveva finito per odiare (ma odio e amore sono stretti stretti), facendone una cinquantina di improvvisazioni su tema, declinata in milioni di modi, versioni, versi. Perché che le cose che preferiamo sono quelle che ci salvano la vita.

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